Pubblicato il: 24 Dicembre 2019

L’eclettica performance nata dal genio congiunto di Bulnes e Gjersoe

In Recensioni

una buona componente di improvvisazione

Che il teatro abbia mille sfaccettature è ormai cosa risaputa, così come si sa che c’è un bisogno, nel mondo dell’arte in generale, di un rinnovamento, per non cadere in rigidi e vieti schematismi.

Ponendo uno scarto con la tradizione, che in qualche modo si rompe, “The gravity between” in scena al Teatro della Basilica di Roma, si inserisce in un crocevia di sperimentazioni scenico-artistiche per creare una performance straordinariamente originale.

La performance è divisa in tre quadri per le coreografie di Jacqueline Bulnes e le musiche dal vivo di Niklas Emborg Gjearsoe.

Del tutto straordinaria è la gestazione dello spettacolo, nato da genio congiunto di Niklas e Jacqueline che si sono incontrati nell’aprile 2018 a New York. I diversi danzatori hanno lavorato ognuno nel proprio paese di origine (USA, Danimarca e Italia) per unirsi al momento dello spettacolo.

C’è dunque una buona componente di improvvisazione che costituisce forse il fondo più solido della poetica di questo spettacolo, che a partire dal tema della gravità esprime riflessioni su luogo, spazio e tempo.

“The gravity between” è una performance palesemente, provocatoriamente, forse addirittura sfacciatamente avanguardistica. Ma che cosa è l’avanguardia? O, meglio, che rapporti ha quest’ultima con il passato? Con la tradizione? Con il canone? Con le forme artistiche già sperimentate? Un quid simile è certamente riscontrabile nelle medesime avanguardie storiche (si legga, in primis, Surrealismo, Espressionismo, Futurismo e, in special maniera, Dadaismo), laddove l’asse fattivo e pratico dell’arte si muoveva nel senso di una concettualità insistita per cui il cogito precedeva l’atto più squisitamente poietico-pratico.

Si direbbe, dunque, che questa performance sia del tutto concettuale e, in certo senso, contemporanea o post-contemporanea. Il rischio è evidente: questa concezione dell’arte potrebbe essere sintomatica di un’ostinazione, di una testardaggine, per così dire, che vuol snobisticamente differenziarsi dalla tradizione.

D’altro canto, non si può negare la fascinosità dell’idea di fondo che è quella di utilizzare come tema (come un tema musicale), quello della gravità per indagare gli elementi che legano tra di loro gli esseri umani. Attraverso l’esplorazione di questo fenomeno fisico, si esaminano le relazioni interpersonali che possono essere di amore, di effusioni fisiche, di comprensione profonda e reciproca.

Si tratta, insomma, certamente di un’operazione meritoria e audace, per quanto ostica e in certo qual modo difficilmente “digeribile” ma di sicuro molto interessante. La musica dal vivo e le coreografie della danzatrice Bulnes si amalgamano perfettamente tra di loro, dando luogo ad un sincretismo ecletticamente dal forte impatto visivo e, talvolta, emozionale.

Quanto alla tecnica, sia i danzatori che il musicista sono eccellenti e sono decisamente in sintonia tra di loro.

In conclusione, certamente questo spettacolo è sintomatico di nuove direttive prese dal teatro contemporaneo e, forse, sarà considerato una pietra miliare del teatro del nostro secolo.

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