Massimiliano Aceti racconta del rapporto padre figli

La discriminazione familiare raccontata nello spettacolo Uccidiamo il Re

Il rapporto con un padre ingiusto e accentratore è il fulcro dello spettacolo Uccidiamo il Re per la regia di Massimiliano Aceti che sarà in scena con Alessandro Cosentini il 6 e 7 dicembre alle ore 21.00 al Teatro Trastevere di Roma.

Un testo che ha riscosso interesse durante il Festival Inventaria 2023 e si prepara a girare i teatri. Ne parliamo con il regista Massimiliano Aceti che ringraziamo per essere qui, sulle pagine di CulturSocialArt.

Porterà al Teatro Trastevere lo spettacolo finalista al Premio Inventaria 2023 Uccidiamo il re, cosa ha provato nell’arrivare tra i finalisti della rassegna?

Mi sono commosso. Sapere che qualcosa che qualcosa che ti sta a cuore riesce a toccare la sensibilità delle altre persone è una sensazione stupenda. Ringrazio Pietro Dattola e tutta l’organizzazione di Inventaria per questa bellissima avventura.

Uccidiamo il re è un racconto duro sulla figura del padre, cosa ha ispirato lo spettacolo?

Quando scrivo uno spettacolo parto sempre da ciò che mi dà disagio, da un dolore che non riesco a dimenticare. In questo racconto non parlo di mio padre che è un uomo buono e lontano da ogni forma di violenza, parlo dei “padri” che ahimè ho incontrato lungo il cammino della mia adolescenza. In particolare parlo di due maestri teatrali che mi hanno plagiato e violentato psicologicamente nell’età in cui ero più fragile.

Nonostante gli anni, le esperienze, le soddisfazioni, continuo a sentirli come presenze costanti nella mia vita, pronti a giudicarmi e ad umiliarmi. Dopo anni mi domando ancora: “Perché mi hanno fatto questo? Ce ne era davvero bisogno?”. Nel mio testo i figli dell’uomo spietato portano i loro nomi: Lorenzo e Gabriele. Volevo che almeno nella finzione sperimentassero il ruolo che nella realtà avevo interpretato io.

In questo momento delicato sulla situazione del femminicidio, che visione riesce a dare del pater familias?

Che non dovrebbe più esserci un pater familias. Le due figure genitoriali dovrebbero avere la stessa importanza all’interno di un nucleo familiare. Non può più esistere una gerarchia nella coppia.

Due fratelli, Gabriele e Lorenzo, due visioni diverse di amore paterno, cosa, secondo lei, fa scaturire la differenza di rapporto all’interno della stessa famiglia?

Lorenzo è il primogenito, in una visione patriarcale, è lui che prenderà le redini della famiglia una volta morto il padre. Ha vissuto sotto esame per tutta la giovinezza cercando di dimostrare al padre di avere le qualità giuste per essere uno spietato uomo d’affari. Purtroppo si rende conto di essere troppo buono e decide di annientarsi giorno dopo giorno facendo da segretario/badante ad un uomo che lo disprezza.

Gabriele, essendo il secondo, ha sempre vissuto all’ombra del fratello designato. Fin dall’infanzia ha sempre cercato di mettersi in mostra, di provocare il padre per farsi notare. Non a caso sceglierà di rifiutare il percorso di studi impostogli per diventare un attore di Fiction.

Subire per tanti anni, non solo logora i rapporti, ma accresce la cattiveria, la voglia di vendetta. Ma si riesce ad essere consapevoli delle conseguenze di rapporti del genere?

Non penso. Anche se razionalmente Lorenzo e Gabriele sono consapevoli di quello che stanno facendo e delle conseguenze, emotivamente no. è l’unico linguaggio che hanno conosciuto, l’unica strada che possono percorrere. E questa strada è stata segnata dal padre. Senza un percorso psicologico non se ne può uscire.

Secondo lei è fattibile rigirare il concetto dello spettacolo anche al femminile, perché e in che modo?

Certo, tutto è possibile. Gabriele e Lorenzo potrebbero essere due donne. Però in una visione patriarcale, due donne nulla facenti e incapaci (così vengono considerati Gabriele e Lorenzo dal padre) sarebbero meglio sopportate dal padre padrone. Le farebbe sposare con due uomini di fiducia e sistemerebbe la questione.

Se al posto del padre ci fosse la madre immaginerei una violenza più psicologica piuttosto che fisica.

Che rapporto ha avuto lei, invece con suo padre?

Ho avuto un bel rapporto, come ho detto mio padre è una persona buona. L’unica cosa che teneramente gli rimprovero è la sua difficoltà nel mostrare affetto. è cresciuto in una famiglia all’antica, con un’educazione molto rigida e questo lo ha influenzato per tutta la sua vita.

Cosa vuole esprimere, in primis lo spettacolo?

È una metafora sulla generazione dei nostri genitori che dopo aver sfasciato il paese si sentono ancora più bravi e più forti delle nuove leve.

Alla rassegna Inventaria lo spettacolo ha avuto buoni riscontri, quali sono stati i complimenti che le hanno fatto maggiormente piacere?

I commenti di chi ha riconosciuto in uno dei personaggi qualcosa della propria vita privata, del proprio padre, fratello, sorella o madre. E soprattutto le lacrime a fine spettacolo, sono state il complimento più bello.

Cosa si augura per il futuro dello spettacolo?

Che possa girare il più possibile perché parla sia alle nuove generazioni sia alle vecchie. Non è mai troppo tardi per parlarsi. Non è mai troppo tardi per cercare il bello dentro di noi.

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Sissi Corrado

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