Meat: analisi di uno spettacolo necessario

Uno spettacolo che omaggia il teatro contemporaneo e la comunicazione metacognitiva
Per la rassegna TREND nuove frontiere della scena britannica – XXIII edizione ideata da Rodolfo di Giammarco, al Teatro Belli di Roma, abbiamo assistito lo scorso 21 ottobre alla messa in opera di Meat di Gillian Greer con la regia di Giulio Mezza e Martina Glenda e con Caterina Grosoli, Giulio Mezza, Elena Orsini. Possiamo definire questo spettacolo “necessario” per la capacità che tutti i protagonisti coinvolti, in scena e non, hanno dimostrato di saper mettere in campo omaggiando il teatro contemporaneo e la comunicazione metacognitiva.
Spettacoli come Meat sono necessari, dicevamo, per la possibilità che offrono di porsi interrogativi durante la rappresentazione stessa. Bisogna mostrarsi attenti e criticamente pronti per non perdersi fra le parole dichiarate e quelle invece descritte da gesti e coreografie originali.
La storia racconta della blogger Max entra nell’esclusivo ristorante di Ronan, del suo ex. Ronan, ora chef di prestigio, desidera ardentemente provarle il suo successo ma Max è lì con un piano preciso ovvero informarlo della sua prossima mossa autoriale. Max nel suo nuovo libro scriverà di un evento traumatico che lì ha coinvolti e poi scissi. Eccoli quindi ad affrontare la loro resa dei conti.
Sarà possibile districare un passato condiviso quando i ricordi non coincidono? Meat è una storia di classe e di consenso in una società capitalistica e patriarcale fondata sulla cultura dello stupro. Stupro della terra, degli animali, della donna. Un uomo e una donna normali che però si affrontano su fatti mostruosi e che lentamente vedono disintegrarsi davanti ai loro occhi definizioni che credevano scolpite nel marmo (dal comunicato stampa).
Il teatro si riempie con i protagonisti già sul palcoscenico intenti a scaldare movimenti e spazio scenico. Questa scelta registica porta lo spettatore ad accendere immediatamente la riflessione sull’attesa di quello che a breve si compirà. Si inizia dal passato per arrivare ad un presente che si volge all’interno del ristorante di Ronan: una tavola pronta ad accogliere raffinate portate e vino di altissima qualità. Il tutto mostrato dalla regina della sala che è pronta ad esaudire ogni desiderata dei commensali ma che in realtà è il cuore pulsante dell’esclusivo locale.
Ogni oggetto in scena, i costumi scelti, le coreografie presentate, tutto parla la lingua “degli eccessi”. Come se ci fosse l’esasperazione del piacere e della ricerca del piacere stesso. Dietro al concitato dialogo fra i due protagonisti si cela una storia di violenza carnale forse mal ricostruita, sedimentata, compiuta.

In quel “forse” si cela la forza del messaggio che Meat veicola: siamo sempre così certi che le verità che ci costruiamo addosso siano reali? Quanto di noi siamo disposti a mettere in gioco piuttosto che ammettere che potremmo anche sbagliare? Siamo la società del pregiudizio o del giudizio? In entrambe le risposte c’è un ciclico cinismo che batte il tempo del tempo che scorre.
Caterina Grosoli, Giulio Mezza, Elena Orsini in scena sono bravissimi: giovani, pieni di energia, perfettamente misurati nelle interpretazioni che non risultano mai artificiali e per questo, appassionarsi alla storia da loro narrata risulta ancor più semplice nonostante la drammaturgia complessa. I dettagli dello spettacolo sono minuziosamente curati e questo rende onore al testo stesso.
Una chiusura di scena che non sapremo mai se realmente terminata in coerenza con quelli che sono gli episodi più estremi delle nostre vite: un trauma si aggancia agli esseri umani e il rapporto simbiotico genera uno stato di equilibrio precario e quotidiano.
Meat: traduzione Elena Orsini, aiuto regia Bruno Ricci, movimento Caterina Grosoli, scene Fiammetta di Santo, consulenza scena Sara Palmieri, video editing Gaia Siria Meloni, progetto sonoro Gully, grafica Carlo Grosoli, in collaborazione con La Cedra Di Apollo, produzione Compagnia Mauri Sturno





