Menelao o del teatro così com’è (uno spettacolo)

menelao

si tratta di “una tragedia contemporanea” il cui protagonista è Menelao

All’Arena del Sole a Bologna è stato a lungo in cartellone Menelao scritto da Davide Carnevali ma “spettacolo costruito, interpretato e diretto” dal Teatrino Giullare storica compagnia di Sasso Marconi. Come recita la sinossi, si tratta di “una tragedia contemporanea” il cui protagonista è Menelao, forse il meno eroico degli eroi greci.

La scena è molto museale (le mitiche scene di Cikuska!), come quei musei dell’antichità, in cui teche molto fashion e ultramoderne ospitano reperti millenari. Si tratta in realtà di una postazione originale e molto complessa: è infatti insieme altare, trono, call center sistema operativo dove Elena governa al posto di Menelao che è “in crisi”; diventa anche camera da letto con un semplice spostamento di un pannello (la camera è in basso e la scena viene sfruttata in tutta la sua “altezza”): bella idea davvero. Ma è anche doccia, bagno, bara. Le statue degli déi, di Zeus in specie improvvisamente si animano, in perfetto stile “Teatrino Giullare” che da sempre non lesina mezzi (anche se “poveri”) nei propri spettacoli, ma sarebbe più corretto dire “non lesina linguaggi”: organico-inorganico; il teatro di figura; quello di parola, il mimo e l’uso sapientissimo degli spazi e delle scene (grande Cikuska!). Non si (e non ci) fanno mancare nulla per la gioia di noi spettatori, compreso un uso delle maschere degno dell’antica Grecia o del teatro No giapponese. Assistere a questo spettacolo è come assistere a duemila anni di storia del teatro, pur se condensati nel tempo, nel luogo e nei mezzi.

Si parlava di museo: Teatrino Giullare cerca in qualche modo di superare la museizzazione del mito (e anche del teatro?). La scena è infatti un museo “vivente”, come a dire che il mito va rinnovato o quanto meno innervato di nuova vita ed è il teatro che dovrebbe muovere la morte, il mito va mosso (o anche forse ri-mosso?). Non a caso Agamennone, super-eroe eternizzato da Omero che però ha fatto una brutta fine, parla al fratello Menelao attraverso le pagine di un libro… quasi ad intendere che c’è forse più vita nei libri di quanta ce ne sia in giro (sui palchi?).

Protagonista assoluto Menelao, appunto, il “cornuto” più famoso della letteratura (tolto monsieur Bovary, si intende) che torna dalla guerra di Troia ed è in crisi, al punto che è Elena a doversi prendere cura degli affari di Stato. E di cosa soffre Menelao? Ma come di cosa? Ma del più ovvio mal de vivre di cui soffrono tutti i mortali (contemporanei). Di una insoddisfazione perenne.

Nella sinossi si parla di una nuova concezione del tragico, cioè del tragico visto alla luce della contemporaneità e dunque di questo male di vivere: e lo spettacolo ci riesce?

Un Menelao insoddisfatto: vorrebbe essere famoso (un po’ come noi, condizionati dai social) ma capisce che occorrerebbe una morte tragica (si chiede infatti spesso perchè non è morto a Troia); vorrebbe Elena e nello stesso tempo non la vuole più perchè per lui ormai de-mitizzata; è un personaggio da psicoanalisi e ci è molto familiare: e ne viene fuori un personaggio interessante nel testo di Carnevali molto divertente che mescola di continuo antico e moderno senza abusare. Fino a constatare, il buon Menelao, che l’unico male di cui soffre è se stesso, il modello di sé, che il vero nemico di Menelao è Menelao, al punto da cercare di suicidarsi (con una rivoltella…). Ma davanti all’ennesima resistenza della sua parte diciamo così malata che è anche la più vitale, non può far altro che riconoscere che <<cazzo, sono ancora vivo!>>, mentre ha una erezione…

Si tratta di una tematica sicuramente attualissima anche se con questi chiari di luna sociali-economici-climatico-ambientali è forse un lusso che non possiamo più permetterci di sviscerare: lo smarrimento di sé, l’insoddisfazione. Una tematica molto pirandelliana, se si vuole, cui però il background classico riesce a dare una consistenza, una solidità e insieme una varietà, una motilità e vivacità non sempre presente nei testi di Pirandello. E il finale si apre anche a Montale, verso il Montale di Satura, per il quale l’unico antidoto alla alienazione contemporanea e alla perdita d’aura della poesia è la vita stessa, il corpo (una bella erezione scaccia-pensieri, altro che scaccia-cani!).

Eppure, nonostante l’importanza (anzi a causa dell’importanza), quello del male di vivere è un tema trito e ritrito e (almeno per me) poco appassionante. Il che non vuol dire: una tematica può essere vista con occhi diversi e la vera originalità nell’arte consiste proprio nell’avere occhi diversi. Del resto, non sono duemila anni che in fondo parliamo delle stesse cose? Forse 20.000…

Altro discorso, poi, è se lo spettacolo in qualche modo invera la sinossi e la presentazione (lette sul sito dell’Arena del Sole e linkate all’inizio… quello del confronto tra le sinossi-presentazioni e gli spettacoli è abbastanza un nostro pallino, vedasi recensione a It’s app to u), in particolare per quanto riguarda l’uso della parola “tragico”, su cui ce ne sarebbe tanto da dire. Quella di attualizzare il tragico è un po’ come la fenice: che ci sia ognun lo dice dove sia nessun lo sa… come una sorta di Santo Graal, la cui conoscenza permetterebbe di nobilitare il teatro attuale (se non altro questa ricerca funziona a livello inconscio, a motivarci, in quanto noi, sul piano conscio, riconosciamo la superiorità dei tragici greci.

Secondo Vidal-Vernant, in realtà, nell’insuperato Mito e Tragedia nell’Antica Grecia, la tragedia è un genere teatrale che ha un inizio e una fine, nasce e muore ad Atene e dura un tot d’anni ed è sostanzialmente ispirata alle nuove forme politiche religiose e sociali del IV secolo che contrastano con quelle arcaiche. La tragedia inscena sempre un conflitto di solito insuperabile. C’è poi però un’altra epoca storica in cui il tragico ha trovato una forma mastodontica: ed è l’Inghilterra elisabettiana, anzi in realtà, propriamente shakespeariana: ed anche nel caso del Grande Bardo, si può parlare di una forma che cerca di inscenare un conflitto di potere tra poteri…

Insomma la sinossi di cui sopra è, secondo noi, completamente fuori strada (o forse la strada pubblicitaria la conosce benissimo e ad essere portato fuori strada è lo spettatore): per questo spettacolo, al limite, si può parlare della Tragedia di un uomo ridicolo di bertolucciana memoria (tra l’altro grandissimo film con un grandissimo Tognazzi), ovviamente nobilitata dal mito.  Bisogna dirselo: c’è più tragico oggi nella lotta che gruppi, associazioni etc… conducono contro abusi ambientali e dei diritti, di quanto ce ne possa mai essere nelle ubbìe di ciascuno di noi.

Lo spettacolo è bellissimo, ma restituisce qualcosa che si sapeva già o almeno che io già conosco (anche per averlo provato personalmente), mentre nell’arte cerco sempre qualcosa che non conosco o che mi aiuti ad affrontare il quotidiano sistema dei soprusi e delle ingiustizie; una speranza o una catarsi. O se mi mostra ciò che già so, che lo faccia in maniera davvero nuova e/o straniante.

Il teatro però è basicamente spettacolo e loro del Teatrino Giullare sono stati spettacolari (ah la scena di Cikuska!)…

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Ambivio Turpione

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