Naturalismo iperteatrale: La signorina Giulia

Ph. Lorenzo Porrazzini

Il nuovo spettacolo di Leonardo Lidi debutta al Teatro Vascello

L’ultima creatura di Leonardo Lidi è La signorina Giulia, prodotto l’anno scorso dal Teatro Stabile dell’Umbria in collaborazione con il Festival dei Due Mondi; è stato in programma al Teatro Vascello di Roma dall’11 al 16 ottobre. Dopo essersi confrontato con Ibsen, Williams, Lorca, D’annunzio, Euripide, questa volta il giovane regista affronta Strindberg con la consueta sicurezza.

Lidi si ritiene consapevole – cito – che il concetto di lockdown interroga quotidianamente lo spettatore sui limiti fisici e mentali della nostra esistenza. L’aspetto più innovativo, audace forse, dell’opera di Lidi è proprio l’ambientazione che, tra le altre cose, rimanda a questo concetto. Il testo di Strindberg non viene forzato ma lo spazio scenico è scarnificato e ridotto all’essenziale; non solo non c’è la cucina della villa ottocentesca descritta da Strindberg, ma non c’è letteralmente alcunché se non una claustrofobica stanza dove gli attori a malapena possono muoversi (debbono perfino piegarsi per camminare, il soffitto è troppo basso).

Il testo di Strindberg, che fu quello capitale del Naturalismo svedese, fu quello che più degli altri giocava sulla differenza dei ruoli sociali. Infatti, l’intreccio amoroso tra la signorina Giulia e Jean, un domestico, rende possibile la tragedia, assieme all’altro personaggio, la cuoca Kristin, dai connotati meno sfumati rispetto a quelli di Jean, perché fissa nel ruolo che la società le impone. Riprendo di nuovo le parole di Lidi – riassumo – il quale dice che, nonostante il testo si riallacci alla lezione del naturalismo di Zola, c’è una incapacità del normale, una incoerenza nella vita e nell’arte che rendono grande il teatro di Strindberg.

Ph. Lorenzo Porrazzini

Direi che questo aspetto “iper-teatrale” del naturalismo di Strindberg, Lidi lo coglie in pieno. Ovvero, quella capacità di condensare la tragedia in uno spazio breve. D’altronde, l’opera precedente di Strindberg, Il padre, non aveva ricevuto l’approvazione di Zola ma dello stesso Nietzsche, un inattuale, a volere dimostrare forse la lunga vita della tragedia. Questo per dire che la ricerca di Lidi (e in questo può anche vedersi un certo intellettualismo che riflette moltissimo sul Teatro, senza lasciare spazio a riflessioni collaterali, ma è una scelta legittima) nasce in seno ad una ricerca personale sul teatro e sullo status del teatro e dei teatranti. Lo spazio in cui si muovono i personaggi è uno spazio soffocante e claustrofobico. Ma non solo per i personaggi di Strindberg ma pure per gli stessi attori che appartengono ad una generazione, quella del regista, schiacciata da un sistema che non permette loro di lavorare. Sembrerebbe quasi una protesta, tuttavia veicolata al pubblico in maniera non intellettualmente mediata, in linea con la funzione latamente popolare del teatro, specie quello di Strindberg.

Le scene e le luci sono di Nicolas Bovey, i costumi di Aurora Damanti. Gli attori sono Giuliana Vigogna (la signorina Giulia), Ilaria Falini (Kristin, la cuoca), e Christian La Rosa (Jean), il quale è perfetto nel vestire i panni del domestico.

Antonio Sanges

Dopo avere vissuto in diverse città in Italia e in Europa, è tornato a Roma. Ha pubblicato libri di poesie e s'interessa di letteratura e teatro.

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