Pascal La Delfa e la lotta al razzismo

Luoghi comuni, la manifestazione che fa incontrare artisti di tutto il mondo

L’Associazione Oltre le Parole ha organizzato Luoghi comuni, un progetto che promuove azioni positive finalizzate al contrasto delle discriminazioni etnico-razziali. Dal 20 al 26 marzo teatro, dibattiti, incontri, arti performative, hanno attraversato l’Italia con un solo obiettivo: mettere in evidenza la battaglia contro il razzismo, una delle piaghe più cruenti che hanno accompagnato l’uomo nella sua evoluzione. Da anni la lotta alla discriminazione razziale, e non solo, è un obiettivo di molte associazioni, personaggi pubblici o meno, tutti uniti per contrastare questa che potrebbe essere considerata un’emergenza umanitaria, perché tocca l’intera umanità.

Questa settimana è stata un momento per l’incontro con artisti provenienti da tutto il mondo, e semplici spettatori che hanno accolto l’invito ad approfondire dal vivo temi che ogni giorno vengono affrontati sui media, sui giornali, per strada. Il ricco bagaglio di informazioni che possediamo, grazie alla nuova gestione delle comunicazioni, può facilitare la conoscenza, ma a volte, renderla più difficile. Ne abbiamo parlato insieme a Pascal La Delfa direttore artistico dell’evento e a cui diamo il benvenuto sulle nostre pagine.

Una settimana per parlare e dibattere di razzismo attraverso iniziative teatrali e dibattiti da nord a sud. L’Italia, ma l’intera società mondiale, dibatte su questo tema che sta scardinando alcuni stereotipi del secolo passato, come si possono contrastare?

Innanzitutto combattendo gli stereotipi e l’ignoranza involontaria. Molte persone hanno l’idea del diverso come di un invasore, mentre la storia ci insegna che la diversità (se bene accolta, gestita e integrata) diventa una risorsa straordinaria per lo sviluppo culturale ed economico di un popolo. Che il “mischiarsi” vuol dire anche condividere esperienze, avere più possibilità e non meno (come invece si crede erroneamente). La più grande potenza mondiale attuale, gli USA è stata formata da milione di migranti, che nei secoli hanno contaminato il continente. Ma se si vuole avere un paragone più storico, basta pensare al periodo d’oro dell’impero romano…

È vero che il mondo cambia molto velocemente e i bisogni sono molto diversi da quelli di un passato non troppo lontano: ma molto probabilmente non è “chiudendoci” che si troveranno soluzioni alla complessità del presente.

La discriminazione di razza, ma anche altre discriminazioni, sono molto presenti nel quotidiano, nonostante se ne parli tanto nelle scuole, sembra un po’ un male di questo periodo. Come vede lei la società giovanile di fronte a questi temi?

Ci sono ottimi insegnanti che fanno salti mortali per evitare che i giovani cadano nella trappola dei luoghi comuni. Purtroppo spesso gli strumenti che hanno a disposizione sono insufficienti o obsoleti: la disponibilità di un semplice device connesso a Internet nelle mani di un ragazzo o ragazza, dà loro la sensazione che possano sapere tutto senza l’ausilio di un insegnante: invece quell’adulto non solo ha la capacità critica di discernere tra verità e fake (sempre più difficili da riconoscere), ma anche l’esperienza che consenta di sviluppare connessioni più profonde e lontane da quelle semplicistiche che offre una soluzione “pronta” come è internet. La scuola, i docenti, hanno bisogno di formazione nel campo del linguaggio giovanile (non solo internet, ma anche arte, musica…) per poter proporre l’esperienza di cui sopra in maniera attraente anche per i più giovani. Inoltre, il disagio giovanile (accentuato dalla pandemia, per quanto non se ne parli più di tanto) può facilmente sfociare in un “addosso al deboleo al diverso, allo straniero, che deve essere contenuto ma non in maniera repressiva, bensì con la pazienza e gli strumenti di chi ha l’onere di raccontare una realtà. E questo onere però non può essere solo dalla scuola, ma da una comunità educante che deve dialogare: istituzioni e famiglie, in primis. Tutto questo costa competenza e fatica, e soprattutto necessità di riconoscere il problema: se lo si ignora, la deriva sarà ineluttabile.

Tanti social, tanta voglia di mettersi in primo piano, di emergere. A volte questo può anche diventare un modo per ritrovarsi di fronte a false discriminazioni?

Come accennato prima, bisogna “per forza” andare alla ricerca di un linguaggio adatto ai giovani. Ma questa è la scoperta dell’acqua calda! A volte mi sembra incredibile vedere che qualche adulto dimentica di essere stato un giovane a cui non piacevano né i gusti (musicali, di moda, di tendenza…) dei genitori, né tantomeno ricordano la famosa “società da combattere”: è un ciclo che va accolto e trasformato andando però incontro al mondo giovanile con comprensione e apertura, non con repressione o saccenza. In questo, inoltre, le arti sono maestre: trasformare le emozioni che senti dentro in qualcosa di decifrabile, è di una potenza straordinaria. Chi si occupa di cercare strumenti di dialogo con i giovani, dovrebbe cercare alleati competenti anche in materie artistiche, oltre che a importanti teorie educative.

L’Italia è stato visto sempre come un paese accogliente, certo, non tutti la pensano in questo modo, ma la maggior parte degli italiani è sempre stata solidale. Ma cosa significa accogliere? Che cos’è la solidarietà, quella attiva?

Innanzitutto non dimenticarsi che “la ruota gira”: che anche noi siamo stati emigranti, economici o rifugiati che dir si voglia. Che abbiamo trovato chi in qualche modo ci ha accolto. E che lo siamo ancora! Non scappando da guerre, per fortuna, ma alla ricerca di un lavoro, ad esempio: sono migliaia e migliaia i giovani che emigrano all’estero cercando un futuro migliore. Certamente non possiamo imputare questo problema alla presunta invasione dei migranti! Inoltre, ci sono tanti lavori che gli italiani non vogliono più fare (nonostante ci siano milioni di disoccupati), e che fanno gli stranieri al posto nostro. Ecco, la solidarietà e non dimenticarsi di cosa voglia dire lasciare la propria terra, i propri affetti, per andare a cercare un posto migliore altrove: significa quantomeno riconoscere che vivere forzatamente in un posto che non è casa tua, non è necessariamente una scelta, né tantomeno una “pacchia” come dice qualcuno. Essere solidali vuol dire innanzitutto riconoscere questa condizione, senza dare per scontato che lo straniero sia un invasore e abbia piacere a stare fuori da casa sua. Sarebbe già tanto.

Uno dei temi più caldi riguarda le tragedie del Mediterraneo, ci colpiscono il tempo che può durare una notizia, per ritornare alla ribalta alla tragedia successiva. I governi, però, dopo anni di tragedie, non sono ancora riusciti a trovare accordi, strategie, soluzioni per evitare ciò. In cosa si pecca?

Ci vuole una strategia politica comune, e certamente non può farlo un solo stato ma tutta l’Europa. Bisogna che i politici mettano come priorità assoluta questa tematica e l’affrontino quotidianamente e con lungimiranza, anziché cercare strategie sull’emergenza e di “tamponamento” a una situazione che si evolverà per forza di cose in peggio rispetto alle partenze: chi non fa di tutto per scappare dalla fame o dalla guerra? Quindi bisogna lavorare contro la fame e la guerra in quei posti da dove vengono i migranti. Ma il famoso adagio “aiutiamoli a casa loro” non può essere né un mettersi d’accordo col dittatore locale di turno, né dare aiuti “a pioggia” temporanei e non risolutivi. Purtroppo il mondo attuale non è gestito dalla politica, ma dall’economia: sono i grandi gruppi economici che hanno il poter di cambiare le cose… La politica può fare piccole manovre. Ma nello stesso tempo noi, nel nostro piccolo, possiamo prendere delle piccole decisioni che però, messe insieme, possono dirigere grandi movimenti economici: questo però comporta grandi sacrifici.

Ad esempio, in quest’ultimo anno, in conseguenza della guerra in Ucraina, abbiamo sicuramente ridotto le nostre spese per l’elettricità e il gas: questo determina anche uno spostamento di “finanze” verso un Paese o un altro. Ecco, rinunciare all’ultimo cellulare (prodotto con materia preziose provenienti dall’Africa) ad esempio, o evitare di viaggiare verso nazioni che non rispettano determinate condizioni di lavoro, o evitare di comprare cibo proveniente da zone che sfruttano i lavoratori, vestiti o auto che distruggono l’ambiente in cui vengono prodotti… Questa è la nostra arma. Ma, appunto, richiede sacrificio e un cambiamento sostanziale, anche se non radicale come spesso si può pensare: magari non avremo banane tutto l’anno e cellulari meno performanti… Ma… Si può fare, se questo comporta un cambiamento reale, no? Ecco, i governi non possono (per fortuna!) imporre questi cambiamenti, anche perché spesso sono meno potenti degli alleati che governano l’economia: chi può cambiare le cose non sono i cittadini, ma i consumatori… E non lo dico io, ma basta andarsi a rileggere le lucide “premonizioni di un qualsiasi Pasolini” di cinquant’anni fa.

Le società sono discriminatorie da sempre, la storia dovrebbe aver insegnato tanto, ma spesso ce lo dimentichiamo. Cosa si potrebbe fare per coinvolgere sempre un maggior numero di persone verso questi sentimenti?

Quando ero piccolino, una “serie tv” che si chiamava “Radici” mise in risalto tra i temi di discussione da bar, il problema del razzismo, dell’apartheid… In maniera “naturale” e non imposta come un obbligo. Ecco, il successo tra i giovani (e non solo) di serie come “Mare Fuori” che parlano di tematiche legate appunto al mondo giovanile ma anche quello del carcere, dimostra che i media (e non solo il web!) sono strumenti potenti. Una volta qualcuno diceva che “il cinematografo è l’arma più potente”. Non è cambiato molto, adesso lo sono le serie tv (e tutti gli altri media, dai TikTok ai podcast): andando verso un pubblico popolare (in termini di diffusione e non solo di livello culturale) possono mettere in evidenza (nella maniera che le arti sanno fare: con empatia e creatività) problematiche attuali e facilitarne il dibattito “dal basso”. Serve che chi ha la responsabilità di governare, si renda conto che si debbano valorizzare gli artisti: essi sono tra le persone più in grado di poter mediare tra “legge” e “necessità” in maniera creativa e non violenta.  Insomma, come diceva un russo meno famoso di quelli attuali, “la bellezza salverà il mondo”. Creiamola e mostriamola.

Sissi Corrado

Responsabile del Blog Interessi tanti: lettura, scrittura, teatro, cinema, musica, arte, collezionismo, sociale, ecc.

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