Peppino De Filippo: La fame bella

Foto Roberto Papa

Un uomo che lavora con le sue mani è un operaio; un uomo che lavora con le sue mani e il suo cervello è un artigiano; ma un uomo che lavora con le sue mani, il suo cervello e il suo cuore è un artista” San Francesco

Chi come me ha frequentato a Roma, da giovane, la sala Tibur, annessa alla Parrocchia dell’Immacolata nel quartiere San Lorenzo, che noi chiamavamo “er pidocchietto dei preti”, sa quale funzione culturale ed educativa queste sale hanno avuto per la formazione di una generazione, essendo state per molto tempo un importante punto di aggregazione, e spesso il solo, nella storia del quartiere. Accade così che a Palestrina, nonostante ci sia un Teatro Comunale, purtroppo chiuso, ci siamo ritrovati venerdì sera nel “pidocchietto del Vescovo” per la sua inaugurazione dopo un restyling che lo riportato agli antichi splendori.

Nel “Nuovo Auditorium Pierluigi da Palestrina” le parole pronunciate dal Vescovo Parmeggiani mi hanno riportato indietro nel tempo, all’atmosfera di quegli anni cinquanta. L’Auditorium come luogo di cultura e dialogo, certo una cultura di ispirazione cattolica, essendo la sala di proprietà della Diocesi di Tivoli e Palestrina, sebbene data in comodato d’uso a due giovani laici, Andrea Torre, presidente dell’associazione ArteMadre e gestore della sala e Claudio Tagliacozzo, direttore artistico e di Marionette senza Fili. Le parole del Vescovo non sono state certo parole di circostanza ma hanno voluto marcare un preciso indirizzo individuando nel dialogo e nella cultura la funzione di un luogo che attraverso le arti espressive del teatro, del canto e della danza forniscano a credenti e non un chiaro messaggio cristiano, che non vuol dire rappresentare la “storia dei santi” come spesso erroneamente si pensa sia il teatro o cinema di comunità, ma offrire una programmazione che pur non disdegnando la “risata” offra comunque sempre spunti di riflessione, e non per niente i “pidocchietti” oggi sono sale d’essai.

Scriveva Eduardo De FilippoIl teatro non è altro che il disperato sforzo dell’uomo di dare un senso alla vita”.

E allora non c’è evento più bello per ridare “senso” alla nostra vita devastata dalla pandemia, quello di rivedere la riapertura di una sala teatrale. Troppo tempo abbiamo atteso per rivedere un palco o uno schermo cinematografico, dopo una forzata chiusura e mentre il nostro mondo di prima lo vediamo “bruciare”, come direbbe Petrolini, questa sala, risorgerà “più bella e più superba che pria”. E il nostro augurio è che anche la sala del Teatro Comunale Principe possa risorgere “più bello e più superbo che pria”, sperando che non ci sia un Nerone con il desiderio di “bruciarlo”… ovviamente in senso metaforico.

E l’attesa non è stata smentita. Completamento rinnovato negli arredi e nei locali di servizio il Nuovo Auditorium nelle intenzioni dei gestori sarà come una piazza, non più virtuale, dove potersi di nuovo incontrare e confrontare. Una piazza dove i cittadini credenti e non, possano ritrovare momenti di condivisione. Gli uomini e donne di teatro come tutti quelli che si fanno produttori di cultura in virtù di questi doni sono per loro “una responsabilità e una missione. Infatti, vi è chiesto di lavorare senza lasciarvi dominare dalla ricerca di una vana gloria o di una facile popolarità, e ancor meno dal calcolo spesso meschino del solo profitto personale….Vorrei chiedere al Signore che li benedica perché gli artisti ci fanno capire cosa è la bellezza, e senza il bello il Vangelo non si può capire” (Papa Francesco).

Il teatrante è un po’ giullare e un po’ missionario, deve far divertire ma deve anche diffondere la bellezza. Il missionario diffonde la bellezza del Vangelo, il teatrante la bellezza della vita.  E la farsa di Peppino de Filippo, “La fame bella”, rappresentata per inaugurare l’attività dell’Auditorium, racchiude sia l’aspetto ironico, già presente nel dialetto napoletano, che l’aspetto educativo. La farsa parla di “fame” in un momento in cui il nostro paese sta soffrendo una crisi economica e sociale, come il Vescovo Parmeggiani ha tenuto a sottolineare, a causa della pandemia e che ci viene confermato dai dati drammatici dell’Istat dove il 9,4% della popolazione vive in povertà assoluta: si tratta di due milioni di famiglie e 5,6 milioni di persone. Tra cui 1,3 milioni di minori. La povertà poi non è come “’a livella” che si distribuisce in maniera egualitaria. La povertà infatti presenta un andamento decrescente all’aumentare dell’età. Le più colpite sono le giovani famiglie, e così come giustamente sottolineato da Claudio Tagliacozzo, gli artisti e soprattutto i teatranti, lo sono stati in questo anno e mezzo.

Si può ridere della fame? Da sempre la fame è stata nella storia del teatro motivo di gags e di risate, come nelle opere del Ruzante, celebre la fame dello Zanni, dove i poveri afflitti da una fame atavica e vessati dai ricchi proprietari finiscono per essere portatori di una irresistibile comicità. La fame dello Zanni fu portata sulle scene nel 1969 da Dario Fo, e da maschera della commedia dell’arte, è diventata una icona del “povero cristo” che, attraverso il racconto della sua fame provocata da guerre e sconvolgimenti economici, ci appare purtroppo ancora attuale.

Così accade nella “Fame bella” che racconta… ma non svelerò la trama, perché merita di andare a teatro per vederla.

Io non credo più al nero ch’ a l’azzurro,

ma nel cappone, o lesso o vuogli arrosto…

E credo nella torta e nel tortello;

l’uno è la madre e l’altro è il suo figliuolo;

e ‘l vero paternostro è il fegatello…

Luigi Pulci, Il Morgante, 1478.

Print Friendly, PDF & Email

Se il nostro servizio ti piace sostienici con una donazione PAYPAL

Roberto Papa

“Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati”. (Bertold Brecht)

LEGGI ANCHE