Shipwreck e la deriva dell’uomo

La deriva del genere umano nello spettacolo di teatro danza Shipwreck, diretto da Lisa Rosamilia
Debutta in prima assoluta il 9 dicembre al teatro Fortezza Est, lo spettacolo SHIPWRECK 34°31’22.0″N 12°55’49.9″E, il nuovo lavoro ideato e diretto da Lisa Rosamilia che ne ha curato anche la coreografia. In scena Angela Di Domenico, Chiara Marchesano, Francesca Orlandi, Carlotta Piraino, che si muoveranno sulle musiche di Daniele Casolino.
Lo spettacolo di teatro danza del Matroos DanceTheatre Company affronta il tema del naufragio umano, un naufragio dal punto di vista socio/politico, culturale, identitario, che rappresenta quel senso di smarrimento così presente nella società odierna, che sempre più spesso rivolge il suo sguardo verso riferimenti futili, egoistici, perdendo l’orientamento etico e morale che, negli anni passati, ha caratterizzato un’apertura al mondo, alla natura, all’uomo.
Di questo abbiamo parlato con Lisa Rosamilia, regista dello spettacolo nonché della compagnia, a cui diamo il benvenuto sulle nostre pagine.
“E il naufragar m’è dolce in questo mare” recitava Giacomo Leopardi nell’”Infinito”. Oggi dove stiamo naufragando?
Il naufragio è una condizione di dispersione, non c’è un luogo, è il tempo in cui si perde tutto e in cui tutto si mette discussione. Mi sembra stiamo vivendo un’epoca senza ‘casa’, manca il senso del ritorno, il metro con cui misurare le distanze del mondo, è tutto un infinito non-luogo. Gli approdi che troviamo, in cui cerchiamo stabilità, spesso si sgretolano sotto i piedi e il naufragio diventa una rimodulazione delle nostre rotte. È l’aspirazione alla terra ferma che ci tiene in tensione.
Il mondo, così legato all’acqua e al mare, in particolare, si sta confrontando con temi che via via, portano la società alla deriva. Che cosa è cambiato nell’attuale società? Cosa manca per evitare la deriva?
Il collettivo. Ciò che vedo mancare più di tutto è l’insieme. Siamo pervasi da un individualismo difensivo, le nostre barriere personali ci proteggono e ci isolano allo stesso tempo. Siamo i confinatori di noi stessi.
In Shipwreck vengono visualizzati molti temi legati al naufragio, come vengono affrontati?
Abbiamo lavorato per suggestioni, decostruendo, più che costruendo, lavorando sui frammenti, sulle schegge, scomponendo il quadro per tirarne fuori gli elementi più microscopici che lo formano, disvelando la vita di ciò che chiamiamo polvere.
Quando ho scritto “Shipwreck” nel 2019 non potevo veramente immaginare quello che avremmo vissuto e che rende questo lavoro oggi ancor più drammaticamente attuale e necessario. “Shipwreck” parla di un mondo alla deriva, di una sorta di naufragio collettivo di anime e corpi, che si ritrovano ad affrontare una perdita assoluta, della direzione, del corpo, della casa, della terra sotto i piedi. Il mare è la metafora della liquidità dei nostri tempi, disperde e traghetta, spinge e rinnova. Nella drammaticità di perdere le rotte, resta la speranza, un granello di sabbia da cui poter ricostruire.
Lo spettacolo è di teatro-danza, dove il corpo è l’elemento principale. Muoversi annaspando è, però, anche un forte dolore dell’anima. Come si realizza questo sentimento sul palco?
Abbiamo lavorato sul corpo e sul movimento come elemento narrativo. I corpi sono parte di questa narrazione. I corpi non vivono il naufragio, loro sono il naufragio, lo rappresentano, sono la deriva. Nel corpo vibrano in espansione sentimenti molteplici, dolore e aspirazione, fuga e rifugio, è la complessità stessa dell’animo umano. Non ci sono personaggi in scena, ma si esprime il racconto di un processo, un linguaggio sommerso che riemerge attraverso il corpo e partiture testuali che danno voce al tema dello spettacolo.

C’è un naufragio più rischioso degli altri e perché?
È il naufragio delle identità. Quando fuggi così tanto da lasciare dietro di te una scia di perdita tale che quel che rimane non ti rappresenta più, è troppo poco, è insufficiente per ripartire. Il peggior naufragio, a mio parere, è quello identitario perché perdendo quel tipo di direzione si perde l’orientamento primario, il primo punto di riferimento e di ricostruzione.
Il mondo, realmente, si sta accorgendo del suo declino?
Manca una coscienza collettiva, una consapevolezza sociale, l’essere parte di una collettività, di un’umanità interconnessa, è quello che rende vigili rispetto al mondo.
Una delle particolarità dello spettacolo è la scenografia mobile, com’è stata concepita?
Durante i miei anni all’Accademia di Belle Arti ho maturato una mia passione per l’arte materica e tutti i miei lavori risentono di quella influenza. Ho raccolto le otto porte-finestre che compongono la scenografia per strada, le ho riciclate, assemblate insieme con delle cerniere, vi ho montato delle ruote e ho fatto in modo che la sua modulabilità nello spazio servisse a stimolare varie suggestioni visive, creando ambienti diversi, dividendo gli spazi, mettendo in difficoltà le stesse performer che la muovono, diventando così la scenografia la rappresentazione fisica del viaggio, dello smarrimento, delle fratture e della frammentazione dello spazio alla deriva.
Particolare attenzione è stata data anche alla musica, dove i brani sono originali. Che cosa ha cercato o richiesto alla musica? Come l’ha diretta?
Siamo partiti da suggestioni marine, il vento sul mare registrato durante un viaggio in Grecia, poi i fruscii di una radio che non si sintonizza e un segnale morse che si trasforma nel tema musicale di partenza. Ho cercato una fusione tra il suono reale e la composizione musicale. Con Daniele Casolino, che ha curato le musiche, collaboro da tanto tempo, con lui sperimento molto nel creare delle sonorità che si amalgamino con il movimento scenico, in dialogo con sonorizzazioni dal vivo realizzate con elementi naturali e gli stessi materiali che si muovono in scena. Tutto è in movimento in questo lavoro, i corpi, la scenografia, la musica, i suoni, e perfino i testi sembrano danzare.
Qual è il messaggio che volete mandare agli spettatori?
Vorremmo solo che lo spettatore uscisse dal teatro col cuore pieno, gli occhi gonfi e l’anima sazia. Questo è quello che deve lasciare il teatro.
Grazie per essere stata con noi!





