Simona Zecchi: la criminalita’ servente nel caso Moro

“Quando si dice la verità non bisogna dolersi di averla detta: la verità è sempre illuminante“ Aldo Moro

Il Circolo Culturale Prenestino, sabato 22 alle ore 17, presso l’hotel Stella di Palestrina, nel pieno rispetto delle regole Covid, presenta il libro di Simona Zecchi “La criminalità servente nel caso Moro”. Con l’autrice sarà presente il professor Francesco Biscione che lavora presso l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana ed è stato consulente della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul terrorismo.

Ci sono date nella storia che rappresentano un cambiamento d’epoca. Il 9 maggio 1978, il giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, l’uomo che all’epoca rappresentava il “punto di equilibrio” del sistema politico, è una di queste. 

Erano trascorsi 55 giorni da quel sedici marzo quando una commando delle Brigate Rosse con “geometrica potenza” aveva ucciso gli uomini della scorta e rapito Aldo Moro. Immagini impresse nella nostra memoria: chi non ricorda dove si trovava quel giorno alle ore 9,02? Quella mattina alle 9.50 il TG1 con la voce di Paolo Frajese comunicava, mentre scorrevano le immagini di via Fani, che Aldo Moro era stato rapito.

Il delitto Moro fu un perverso «intreccio tra brigatisti, servizi segreti stranieri, logge massoniche, interessi petroliferi», come disse Mazzola, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai Servizi.

Simona Zecchi aggiunge nuovi pezzi di verità parlando del ruolo che nei 55 giorni ebbe la criminalità organizzata: la banda della Magliana, la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, fino al ruolo “costante” della Ndrangheta. Nemmeno l’ultima Commissione parlamentare di inchiesta, terminata a dicembre 2017, è riuscita a dare una risposta definitiva, consegnando, secondo Zecchi, “un lavoro non esaustivo, monco”. Insomma sembra che non sia ancora arrivato il momento di dire “le verità indicibili” intorno a quei 55 giorni.

Due anni fa, prima di entrare nel tempo sospeso del covid, sempre Simona Zecchi a Palestrina ha presentato il libro “Pasolini. Massacro di un Poeta” Ponte delle Grazie, 2015.

Pasolini e Moro, “due omicidi contro l’intelligenza” come vennero definiti nel film “Maledetti vi amerò”, 1980, di Marco Tullio Giordana, in cui le immagini dei corpi senza vita di Pier Paolo Pasolini e di Aldo Moro vengono montate in parallelo, associate in un’unica sequenza. Due storie italiane composte da tanti tasselli che giornalisti d’inchiesta, come Zecchi, cercano di ricomporre per ridare a quelle vicende ormai lontane un “senso storico”, una possibile verità, perché il revisionismo storico è questo: una storia per addizione e non per sottrazione. “La storia, scrisse Marc Bloch,  è la scienza del cambiamento e, sotto molti riguardi, una scienza delle differenze”.

Il libro di Simona Zecchi ci farà esplorare percorsi ai più sconosciuti, in particolare il ruolo che ebbero i sequestri in quegli anni e la presenza “costante” della criminalità organizzata dalla NCO di Raffaele Cutolo, alla Banda della Magliana, ma soprattutto alla Ndrangheta calabrese. E poi i tanti depistaggi e segreti che hanno accompagnato quei 55 giorni. Come le lettere e il memoriale, o come “l’identità confiscata” di Aldo Moro: confiscata dalle Brigate Rosse in quanto prigioniero politico, confiscata dalla DC e da tutto il mainstream dell’epoca, facendolo passare per pazzo, vittima della sindrome di Stoccolma, in nome di una superiore “ragion di Stato”.

Nell’ultima lettera inviata a Benigno Zaccagnini, all’epoca Segretario politico della Democrazia Cristiana, il prigioniero politico Aldo Moro scriveva:

“Caro Zaccagnini ecco sono qui per comunicarti la decisione cui sono pervenuto nel corso di questa lunga e drammatica esperienza ed è di lasciare IN MODO IRREVOCABILE la Democrazia Cristiana… Perchè qualche cosa cambi dobbiamo cambiare anche noi… Si tratta di capire ciò che agita nel profondo la nostra società, la rende inquieta, indocile, apparentemente indomabile, irrazionale….”

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Roberto Papa

“Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati”. (Bertold Brecht)

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