Solitudine e mancanza d’amore sono i temi di Girasoli

In Teatrando con

Girasoli

restituire al pubblico ogni sfumatura di Sarah

Al Teatro Due di Roma dall’8 al 10 novembre 2019 andrà in scena Girasoli, in prima nazionale, di Giovanni Arezzo e Alice Sgroi, per la regia dello stesso Arezzo e l’interpretazione della Sgroi. Il testo è un monologo post-mortem di un’attrice, Sarah, che si è tolta la vita perché afflitta dalla solitudine e dalla mancanza di amore. Il tutto viene raccontato mentre la donna, che si ritrova in un non luogo, riflette sulla sua vita e sulle sue scelte, mentre il pubblico può vedere, sulla scena, una donna appassionata e fragile. Una storia tragica, dura, che parla di amore e morte. Abbiamo rivolto a loro alcune domande.

Il testo parla di solitudine, in questo caso quella che può colpire un’artista. Sembrerebbe strano, parlare di solitudine per chi, come gli attori, sono sempre circondati da fan, da persone del mondo dello spettacolo, da compagni di scena. Come viene vista la solitudine in questo ambiente lavorativo? Quando vi sentite soli?

Crediamo che la solitudine sia una condizione propria dell’uomo, a prescindere da chi sia e da cosa faccia. “La solitudine è di tutti: tutti insieme siamo soli”, diceva Stefano Benni. Gli attori sono spesso circondati da altre persone, questo è sicuramente vero, ma vero è anche che un mestiere del genere, che spesso impedisce a chi lo fa anche di vivere nella stessa casa o nella stessa città per periodi più lunghi di qualche settimana, può costringerti a una condizione di solitudine ancora più profonda. 

La solitudine è anche un atteggiamento, soprattutto in questo periodo storico, che sentono fortemente le nuove generazioni, che sentiamo attraverso i social. Ma è davvero tutta colpa dei social?

Crediamo sia semplicistico e deresponsabilizzante dare colpe ai social, strumento anche utilissimo se usato come si dovrebbe. Sicuramente il social permette a chiunque di urlarla, la propria solitudine. Magari nella speranza che qualcuno scriva sotto il nostro post “non sei solo, ci sono io”, magari con tanto di smile. Quando eravamo adolescenti noi, magari avevamo altri modi per mettere gli altri a conoscenza dei nostri malesseri, malesseri che però sono gli stessi di sempre. Gli stessi dei nostri padri e dei nostri figli. Cambiano solo i modi di comunicarli.

Spesso la solitudine si accompagna alla sensazione della mancanza d’amore, di cui si parla nel testo. Oggi c’è un incremento dei suicidi, legati alla nostra società, o ne abbiamo maggior conoscenza solo perché le notizie girano in modo più veloce in rete o in tv?

Non sappiamo se a livello numerico ci sia stato negli ultimi anni un incremento di suicidi, probabilmente sì perché abbiamo meno stenti, meno necessità di rimboccarci le maniche all’alba per avere sulla tavola qualcosa da mangiare a pranzo, e di conseguenza c’è meno capacità di lottare e più tendenza alla resa. Crediamo però che sia giusto e salvifico parlare di queste cose, senza avere la presunzione di fornire soluzioni: noi raccontiamo una storia estrema, che inizia con un suicidio. Quindi non saliamo su nessun pulpito a giudicare nessuna scelta. Pensiamo però che in ogni caso, chi soffre di disturbi simili a quelli che raccontiamo noi nella nostra storia, possa specchiarsi nelle parole e nelle azioni che noi portiamo sul palco, e forse anche così ci si può sentire un po’ meno soli, anche se per qualche quarto d’ora.

L’amore è la grande sfida della nostra vita. Si vive ricercando sempre l’amore. È più importante, per vivere senza pensare a tragiche soluzioni, dare o ricevere amore?

L’Amore forse è destinato a uccidere qualcosa (quasi) sempre. Magari non toglie la vita ogni volta che fallisce, ma abbatte, devasta, mette in crisi. Solo un amore assolutamente ricambiato può farti staccare da terra, per il tempo che dura. Purtroppo però non si sceglie chi amare, e nemmeno da chi essere amati. Tocca fare i conti con questo piccolo dettaglio.

Come si affronta la preparazione di un testo con situazioni così forti e determinanti?

Tutti i testi che reputiamo belli e degni di essere portati in scena affrontano situazioni forti e determinanti, a prescindere da genere e stile ed epoca. Noi abbiamo cercato di affrontare questo progetto con profonda onestà, cercando di scavare nelle nostre vite in primis e poi in quelle che le nostre storie ci hanno fatto incontrare. Non è stato semplice né leggero, non si è mai felici di riportare alla mente e rispolverare certi fatti o certi periodi. Però vogliamo portare sul palco la verità, la nostra verità, e l’onestà artistica e intellettuale è l’unico modo che conosciamo per farlo.

Qual è, se c’è, la sua maggior paura nel portare in scena un personaggio così complesso?

Sgroi: Nessuna paura. La voglia grande di restituire al pubblico ogni sfumatura di Sarah. Il lavoro di scrittura prima, e lo studio con Giovanni durante le prove, mi hanno permesso di farmi appartenere Sarah come se fosse parte di me. L’onestà e il coraggio di mettere a nudo se stessi credo sia l’unica chiave possibile per rendere semplice qualunque personaggio, anche il più complicato. 

Grazie e in bocca al lupo!

Grazie a voi e viva il lupo. Ci vediamo in teatro!

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