Trittico d’Artista: Roberto Rinaldi

Il quarto appuntamento del format Trittico d’Artista è con Roberto Rinaldi e il suo Innesti
Roberto Rinaldi è stato tra gli espositori del format Trittico d’Artista, ideato e curato da Andrea Alessio Cavarretta e presentato da Stefania Visconti insieme al curatore. Il tutto da una collaborazione tra Kirolandia, CulturSocialArt e Officine Beat. All’interno delle Officine Beat di San Lorenzo, sono state presentate le tre opere di Roberto, in esposizione per circa un mese, omaggiate anche da un cocktail ideato per l’occasione dai barman del locale.
A Trittico d’Artista hai portato Innesti, una selezione delle tue ultime opere. Cosa rappresentano per te?
Le tre opere rappresentano finalmente un punto di incontro tra l’immagine e il pensiero che le ha generate, un filo conduttore che si è evidenziato solo al momento di scegliere appunto le tre opere. Immagini astratte ma assolutamente concrete che attingono dal mio background letterario e cinematografico, dall’adolescenza ad oggi, della fantascienza soprattutto quella sociologica o filosofica, tipo il film Arrival di Denis Villeneuve incentrato sulla semiotica.
Quelle che hai esposto sono un insieme di opere ricche di colore, ma che prendono origine da immagini modificate digitalmente. Quanta importanza ha oggi il digitale nell’arte?
Il mio approccio al digitale è stato di tipo assolutamente esperienziale. Io creo le mie opere con l’apparecchio più comune nei nostri giorni: lo smartphone. Sono arrivato ad utilizzarlo per i miei scopi con un approccio simile a un fanciullo degli anni sessanta, o delle scimmie di fronte al monolite nero di 2001 Odissea nello spazio… ah ah ah ah! Scempiaggini a parte, penso che il digitale oggi rivesta una grande importanza per l’arte e che tutte le fantastiche opzioni che offre spingano ogni tipologia di artista a esprimere e sperimentare il proprio talento in nuovi onirici lidi.
Secondo te, cosa apporta la tecnologia, in particolare il digitale, all’interno dell’arte moderna? Seguendo questa direzione, come cambierà l’arte?
Posso solo dire che cosa ha apportato nella mia arte. Io arrivo da un lungo percorso lavorativo nelle arti applicate, sono interior designer, e proprio per questo inquadramento al disegno tecnico sono rimasto imprigionato nelle maglie della grafica definita, senza riuscire mai a liberarmi dalla forma. Il mio amore per l’astrattismo si limitava all’ammirazione delle opere di artisti che si erano finalmente liberati dalla schiavitù del verosimile e volavano liberi nella dimensione gnostica dell’astratto. Questo fino all’incontro con il mio primo apparecchio digitale e penso che, grazie a queste nuove tecnologie, l’arte tenderà sempre di più a una fusione tra le sue varie discipline in un nuovo, entusiasmante panorama creativo, o forse inquietante, staremo a vedere.
Parliamo un po’ di te, dei tuoi inizi. Cominciando dalla scuola, dove dichiari che hai sbagliato indirizzo. Come ti sei ritrovato a frequentare un percorso scolastico “sbagliato”?
Sono figlio di due baracchini, termine per definire operai di fabbrica, che avevano un criterio di orientamento scolastico drasticamente funzionalistico. Principalmente mio padre, non vedeva la scuola come percorso empirico di conoscenza, ma solo come una sequela di anni didattici che come un canale di scolo, mi avrebbero dovuto scaricare nell’idealizzata dimensione del posto fisso. Il fatto che fossi un creativo a trecentosessanta gradi era vissuto da loro come una forma di deficit cognitivo che non andava assolutamente assecondato. Così, invece di sbarcare in un liceo artistico grazie anche ad un indirizzo dato da un paio di professori, sono approdato in un istituto tecnico agrario e dopo due anni ho iniziato a seguire un percorso di formazione per infermieri professionali interrotto dopo due anni. Dopo di che ho dato una frenata a questo percorso di studi, se non disastroso sicuramente inadatto per me, e mi sono accontentato della terza media. In seguito, dopo svariati e non edificanti lavori, sono arrivato a decidere per la carriera di arredatore. Così, dai ventuno ai quarantasei anni, mi sono impegnato nel rendere accoglienti e migliori gli habitat di molte persone.

Cosa ti è mancato di più in quegli anni e cosa, invece, sei riuscito a utilizzare poi nel tuo percorso artistico?
Nell’attività di arredatore, l’aspetto artistico era estremamente presente anche se finalizzato alla vendita. Lavoravo in un’azienda rivenditrice di arredi da tremila metri quadri, con affiliati anche due negozi esterni. Nel tempo ho affiancato l’attività di consulente a quella di allestitore e vetrinista per i negozi e per i loro spazi fieristici. Essendo spesso a contatto con creativi di diverse grandezze mi sono portato dietro una curiosità per i nuovi aspetti dell’estetica e l’utilizzo variegato di materiali e tecniche espressive.
Hai cominciato la tua carriera artistica dopo averla accantonata per 25 anni. Cosa ricordi di quegli anni?
Sono stati anni di crescita e gratificazione personale di cui sono immensamente grato. Essendo approdato con gran giubilo dei miei genitori nel posto fisso, disponevo di un buon reddito e così nel mio tempo libero passavo le ore a visitare mostre, frequentare sale cinematografiche, librerie e negozi di musica. Inoltre abitavo a Torino che è un importantissimo polo per l’arte contemporanea e quindi ero artisticamente appagato.
Qual è stata la prima sezione artistica che hai utilizzato e perché?
Beh sicuramente l’arte figurativa con disegno dal vivo, soprattutto di situazioni paesaggistiche e naturali con utilizzo di fusaggini e pastelli e in seguito anche guache e acquerelli, un percorso assolutamente consueto secondo la mia idea accademica di arte.
Sei un artista a tutto tondo perché i tuoi interessi spaziano tra pittura, scultura, musica, fotografia, cinema, teatro. Tra queste cosa ti ha dato più soddisfazioni? Cosa, invece, credi che ti chieda maggior impegno?
Delle arti citate la pittura e la fotografia sono quelle nelle quali mi sono sperimentato di più, tenendo conto dell’uso che faccio della fotografia più vicino alla pittura che non allo scatto tradizionale. Per quanto riguarda il teatro il mio contributo è orientato alla scenografia e alla costumistica e non alla recitazione, per la fortuna del pubblico. Del cinema e della musica invece sono solo un appassionato fruitore. La sperimentazione degli scatti fotografici astratti e le scene teatrali sono le operazioni artistiche che mi hanno dato e mi danno più soddisfazione.
Nell’arte è fondamentale la sperimentazione, quanta ne hai fatta nella tua carriera?
Meno di quella che avrei voluto, ma mi riprometto di aumentare l’esperienza nei tempi a venire.
Torino è la tua città d’origine, Roma, quella che hai scelto per vivere, artisticamente cosa contraddistingue le due città?
Torino è l’arte contemporanea, musei come il Castello di Rivoli, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, la Fondazione Mertz e le fiere Artissima e Paratissima la rendono un appuntamento insostituibile per gli appassionati. Purtroppo è anche nepotista, chiusa nelle sue caste, promuove raramente iniziative artistiche personali che non siano supportate da strutture simili ad enti o, appunto, fondazioni. Roma invece abbraccia l’arte di ogni epoca e tratta gli artisti con la lascivia di una cortigiana. A Roma sono riuscito a manifestarmi come artista e per questo la amo.
Che cosa ti ha spinto a lasciare Torino e cosa hai portato con te della città?
Ho lasciato Torino per amore e della mia città mi porto dentro il rigore sabaudo e la sua malinconia in bianco e nero.
Roma è una città ricca di artisti, un centro culturale fondamentale per la crescita culturale. Ma c’è qualcosa che la città, o la stessa Italia, potrebbero fare maggiormente per la cultura?
Innanzitutto bisognerebbe considerare gli artisti come veri lavoratori e non come individui che, dal momento che svolgono un’attività che hanno scelto e amano, possono accontentarsi degli standard di vita più bassi, salvo non rientrare nella rosa dei fortunati riconosciuti famosi e per questo protetti dal sistema. Per quanto riguarda il teatro, e non solo, occorrerebbe invece una maggiore tutela sulla solvenza dei pagamenti ormai ridicolmente protratti nel tempo e onorati solo dopo svariati mesi dalle esecuzioni degli spettacoli.

Oggi ciò che ti impegna maggiormente è il teatro. Come vivi questo periodo artistico e cosa ti affascina del teatro?
Tenendo conto che solo un decennio fa il teatro non rientrava ancora nei miei interessi, ho fatto grandi passi avanti. Ora sono molto soddisfatto delle collaborazioni che in questi ultimi anni ci sono state nella realizzazione degli spettacoli del mio compagno, l’attore-regista Gianni De Feo, per il quale vado a ideare costumi e oggetti di scena. Del teatro poi mi affascina il divenire di ogni replica più vera. Quando sono in platea, ad ogni nuova rappresentazione, ho la sensazione di assistere ad uno spettacolo sempre diverso, pur sapendolo sempre uguale.
C’è qualcosa che vorresti ancora sperimentare?
In verità già nell’ultimo anno ho sperimentato il mio talento anche ad indirizzo della scrittura e con mia grande sorpresa ho visto crescere questo interesse a pari passo con quello per l’arte astratta, tanto da non escludere che, con il tempo, queste due passioni andranno ad intrecciarsi in un progetto comune che le includa entrambe.
Qual è il tuo maggior desiderio in campo artistico? E in campo personale?
In campo artistico desidero crescere e ampliare le mie capacità espressive e, perché no, trovare spazi sempre più qualificati dove esporre i miei lavori. In campo personale desidero ardentemente ritrovare la mia centratura tra il mondo materiale e quello spirituale, in mezzo ai quali purtroppo fluttuo burrascosamente come una nave in una tela Turner.
Dove credi che ti porterà la tua arte?
Non mi sono mai posto questa domanda e per il momento mi importa solo fare… sperimentare.
Hai mai pensato “se non riesco nella vita artistica, mi butto in…”?
L’arte è una componente presente in ognuno di noi, poi se riusciamo o meno a palesarla è un altro paio di maniche. Nel mio caso continuerò a creare in ogni direzione, indipendentemente da risultati manifesti o semplici soddisfazioni personali.
Oggi, guardando indietro, cosa cambieresti o cosa non cambieresti?
Non voglio abbandonarmi a queste considerazioni, ritengo la mia vita sia stata un mix di croce e delizia, spesso molto più croce, ma è solo una percezione personale. Se proprio potessi cambiare qualcosa, cambierei il mio percorso di studio, o meglio di non studio. Cercherei di essere più determinato nelle scelte che mi interessano e non di essere arrendevole come mi sono dimostrato in passato e a volte anche ora.
Il tuo prossimo progetto?
Più che un progetto è un sogno, vincere il concorso promosso dalla Fondazione Modigliani che consiste, per i vincitori, nell’allestimento di una mostra personale con relativo catalogo e presentazione su stampa nazionale e di settore. Un sogno appunto…
Grazie di essere stato con noi!
Grazie a voi per l’interesse dimostrato.






