Valerio Di Benedetto interpreta Pietro Orlandi

La storia di Emanuela che ha emozionato ed emoziona ancora, raccontata a teatro

Sul palco del Teatro Villa Lazzaroni, ancora una storia di coraggio, una storia vera, quella di Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela, che con coraggio e senza mai arrendersi, cerca da decenni la verità sulla scomparsa della sorella, allora quindicenne. A raccogliere la sua testimonianza, ma soprattutto i suoi ricordi e le sue emozioni, l’autore e anche regista Giovanni Franci che dirige Valerio Di Benedetto, in Pietro Orlandi, fratello, produzione di Fondamenta Teatro e Teatri e in scena giovedì 18 aprile.

Che fine ha fatto la giovane Emanuela? Quali sono le piste che hanno seguito le forze dell’ordine? Cos’è successo durante le indagini? E quali emozioni ha provato Pietro, giovane uomo deciso a ritrovare sua sorella e ora alla ricerca della verità? Pietro Orlandi, fratello è lo spettacolo che vede esprimere, o meglio, condividere con il pubblico in sala, questa tormentosa quanto dolorosa vicenda che lascia l’amaro in bocca. A distanza di decenni, dopo le tante indagini, nessuno è riuscito a dare pace al tormento di Pietro e della sua famiglia. Ne parlo insieme all’interprete Valerio Di Benedetto in questa intervista.

Salve, sarà in scena con Pietro Orlandi, fratello, testo scritto e diretto da Giovanni Franci. Come ha conosciuto il testo?

A Giovanni fu subito chiaro che avrei interpretato io Pietro Orlandi, non per un aspetto di somiglianza fisica, cosa che invece è subentrata in un certo qual modo successivamente, e quindi ho avuto l’opportunità di seguire le fasi documentaristiche e creative sin dai primi incontri tra Pietro e Giovanni.

Porta in scena il racconto di una persona che ha subito una tragedia e da sempre è alla ricerca della verità. Come si è confrontato inizialmente con il personaggio e quindi con la figura di Pietro Orlandi?

Ho memoria di questa storia sin da quando sono piccolo e ho sempre percepito la figura di Pietro come quella di un eroe contemporaneo, un Davide contro Golia del ventunesimo secolo. Inizialmente ho voluto capire “chi fosse”, trovando subito conferma dell’idea che ho sempre avuto di lui.

La novità, e forse la sfida più grande per me, è stata quella di raccontare un personaggio tuttora vivente, con cui avere anche un incontro-confronto. Apparentemente sembra facile, ma credo che in questi casi la responsabilità interpretativa sia triplicata.

La sua è una tragedia che colpisce ancora oggi l’Italia intera. Quali sono le emozioni che l’hanno guidata?

Sicuramente un profondo senso di giustizia, di cui lui è baluardo. Non si può raccontare Pietro senza questo aspetto fondamentale, da cui partono altre qualità che ho cercato di far mie: la misura, il saper mantenere la calma e soprattutto il non arrendersi, mai.

Come ha lavorato, invece, con l’autore e regista, Giovanni Franci, quali sono state le direttive che ha ricevuto?

Conosco Giovanni da circa dieci anni e questo è il terzo lavoro che facciamo insieme, il primo in cui sono da solo in scena. Per entrambi era già chiara dopo la prima lettura, che direzione dovessimo prendere, ovvero non considerare il testo come un “classico” monologo ma bensì come un dialogo costante con il pubblico. E così, individuato il punto d’arrivo, raggiungerlo è stato piacevolmente semplice.

Qual è il messaggio che volete far arrivare deciso dal palco?

Ce ne sono tanti di messaggi. Questa storia ha così tante sfaccettature che da ognuna partono strade lunghissime. Non è la semplice scomparsa di una ragazza di quindici anni, ma uno dei casi più bui della storia del nostro paese, che vede coinvolti il più piccolo e più potente Stato al mondo, il Vaticano, lo Stato Italiano, la criminalità organizzata e la mafia. Per me però echeggia forte una frase che Pietro ripete sempre e che tenevo scritta in camerino “Non accettate mai passivamente un’ingiustizia!

Sulla scena è da solo a raccontare la storia di Pietro, della sorella Emanuela e di tutta la famiglia Orlandi. Lei si è fatto un’idea di quello che è accaduto, delle dinamiche che hanno portata alla sparizione della giovane, dei depistaggi…?

Sì, ed è proprio quello che proviamo a raccontare, cercando di dare un senso alle tre principali piste: terrorismo internazionale, criminalità organizzata e pedofilia, che in questi quarant’anni sono state intraprese senza però portare a una risoluzione del caso. L’obiettivo dello spettacolo non è giungere a questa risoluzione, non è di nostra competenza, né dar voce a nuove prove o indiscrezioni. Quello che raccontiamo è stato già detto, letto e analizzato, ma sempre in modo confuso e confusionario.

Grazie e in bocca al lupo!

Grazie a voi!

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Sissi Corrado

Responsabile del Blog Interessi tanti: lettura, scrittura, teatro, cinema, musica, arte, collezionismo, sociale, ecc.

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