Esce il 18 dicembre La Danza Nera con Corinna Coroneo

L’attrice Corinna Coroneo risponde alle domande su “La danza nera” in uscita on demand

Esce il 18 dicembre sulle principali piattaforme on demand il film “La danza nera” di Mauro John Capece, lungometraggio prodotto da Stemo Production, Evoque Art House e Odflix, coproduzione. Nel cast Corinna Coroneo, Franco Nero, Flavio Sciolè, Daphne Scoccia, Adrien Liss, Michela Bruni, Giorgia Trasselli, Ladislao Liverani e Gabriele Silvestrini.

CulturSocialArt ha rivolto alcune domande all’attrice Corinna Coroneo, protagonista insieme a Franco Nero del racconto noir e ultimo di una trilogia, quella della riflessione, voluta dal regista e che comprendeva anche i film La Scultura e SFashion.

Benvenuta, Corinna, è un piacere poterle rivolgere alcune domande su questo nuovo lungometraggio, La danza nera.

La prima domanda che le rivolgo è quasi naturale: chi è o cos’è la danza nera?

Ho sempre visto la danza come il palcoscenico della vita, in cui ciascuno di noi è in costante movimento. C’è chi si muove in punta di piedi, chi è costretto ad indossare una maschera o chi la indossa per scelta, chi si trascina per rimanere in piedi, chi saltella, chi lotta per venire a galla, chi si nasconde, chi prova a fuggire. Insomma un lungo balletto in cui ciascuno di noi vive. Quando cessa il movimento, cessa la danza e dunque la vita. La Danza Nera è la metafora di una condizione esistenziale avversa. È un vortice che ti intrappola, ti paralizza, ti devasta psicologicamente, ti fa roteare con violenza privandoti di punti di riferimento. Poi all’improvviso ti libera e ti spazza via, da qualche parte, abbandonandoti a te stesso in un luogo ignoto.

Quali sono le caratteristiche principali del suo personaggio?

Manola è una giovane donna alla quale la vita non ha fatto mai sconti. Ciononostante cerca di rimanerne attaccata con le unghie e l’amore è l’ancora di salvezza che la spinge ad andare avanti quando tutto intorno a lei crolla come un castello di sabbia. Apparentemente forte, ribelle e sovversiva, Manola nasconde una fragilità immensa dovuta probabilmente ad un incolmabile senso di solitudine profonda e, proprio per questo, ha un disperato bisogno di essere amata e sentirsi riconosciuta.

Nel film si racconta di un sindaco e di una ballerina, molto distanti per età, questo divario generazionale è davvero così forte?

Certamente lo è. In fin dei conti si tratta di una differenza di pochi anni ma la generazione nata dopo gli anni settanta ha vissuto una lenta e progressiva limitazione delle proprie possibilità. I più anziani si sono goduti (forse a nostre spese) il boom economico e tanto altro ma sono rimasti a guardarci con distacco mentre progressivamente perdevamo la dignità in ogni ambito. Diciamo che la vecchia generazione ha pensato più a tenersi i privilegi che a creare, nel piccolo e nel grande, le condizioni per un futuro generoso e prolifico per tutti . È indubbio che è stata la vecchia generazione a costruire il nostro paese (con tutti i suoi contrasti), ma noi, la nostra generazione, quella dei più giovani, abbiamo davvero poche chance nella vita per la nostra realizzazione personale. E alcuni, come Manola nel film La Danza Nera, non ne hanno avuto nemmeno una.

Lei è anche sceneggiatrice, quanto ha messo di suo in questo personaggio?

Sicuramente la forza, la sensibilità, la fragilità, l’avversione verso ogni forma di sopruso grande o piccolo che sia, il rifiuto di usare una maschera per sopravvivere, il rigetto verso il compromesso e…la danza.

Avete girato in Abruzzo, Lazio, Marche e Puglia: come siete stati accolti come troupe in queste regioni?

Benissimo ovunque. Ovviamente girare nella mia terra natia, la Puglia, e sentire l’affetto di tutti è stata un’emozione che non potrò dimenticare facilmente. Tra l’altro nel film sono state coinvolte persone del luogo alle quali sono molto legata (amici di vecchia data, parenti) e condividere questo momento con loro è stato sicuramente molto significativo. Stessa cosa vale per l’Abruzzo, diventata anche un po’ la mia regione ormai, non solo per i numerosi set che mi hanno vista partecipe ma anche per l’affetto e la presenza delle numerose persone che ci seguono, ci stimano e ci fanno sentire il loro orgoglio. Ho molti nuovi amici, e questo mi esalta e mi fa sentire bene.

Accanto a lei un cast eccezionale, ci racconta un episodio che le è rimasto nel cuore?

Il cast del film è sicuramente eccezionale e non solo da un punto di vista professionale, ma anche umano. Tutti davvero fantastici e, non lo dico tanto per dire, molti di loro fanno parte della mia vita fuori dal set. C’è però una cosa molto importante che mi sta a cuore raccontare perché è davvero magica. La coreografa del film, Sonia Norma Marino, è stata la mia insegnante di danza classica e moderna per molti lunghi anni: dico solo che da bambina son diventata diciottenne. Tornare in quella scuola di danza, allenarmi per oltre tre mesi, io e lei, nel caldo torrido dell’estate mentre tutti andavano al mare, cosa dire? Ho fatto un tuffo nel passato che ha dell’inverosimile e ciò che mi ha emozionato di più è stato constatare che non era cambiato nulla, se non l’età, e le dinamiche, le nostre dinamiche tra allieva e insegnante erano rimaste esattamente le stesse. Attimi di vita di una bellezza e di un’importanza rare.

Lei è stata anche la protagonista dei primi due lungometraggi di questa trilogia La Scultura e SFashion, girati dal regista Mauro John Capece, quali sono le differenze maggiori dei tre personaggi che ha interpretato?

Si, ho avuto questa bellissima opportunità. Si tratta di tre personaggi completamente diversi. Nella Scultura ho interpretato il ruolo di una escort convinta, che dopo aver trascorso anni seduta dietro una scrivania, sceglie la bella vita, gli abiti eleganti, lo champagne, i ristoranti lussuosi. Quella che potremmo definire la sua superficialità esistenziale si evolve grazie all’incontro con uno scultore che la inizia al mondo dell’arte, della spiritualità e le fa conoscere l’amore. Personaggio questo sicuramente all’opposto rispetto ad Evelyn,la protagonista di SFashion. Evelyn è un’imprenditrice onesta, elegante e raffinata che si trova a gestire l’azienda di famiglia in un difficile momento di crisi economica. La donna appartiene a quella classe sociale, la borghesia industriale, che è stata a lungo il motore economico del paese. Evelyn ha ereditato dal nonno un’azienda operante nel campo della moda che ora non riesce più a essere competitiva sul mercato. La sua è una situazione propria di molti imprenditori italiani che soffocati dai debiti non riescono più a portare avanti le loro imprese. Purtroppo la chiusura, il fallimento di un’impresa si ripercuote nelle vite di molte famiglie. L’aspetto più interessante per me è stato osservare la crisi attraverso gli occhi di un’imprenditrice e non, come spesso è accaduto nei film, dal punto di vista degli operai: il numero degli imprenditori suicidi merita sicuramente una seria riflessione. Evelyn non rispecchia assolutamente l’immagine dell’imprenditore cinico pronto a sacrificare tutto e tutti pur di salvare la propria azienda, perché per Evelyn l’azienda è la sua famiglia, ciò per cui ha sacrificato tutto persino il matrimonio.

Pensa che ci sia un’evoluzione nei personaggi e nel lavoro del regista Capece?

Credo proprio di si. Ogni film porta con se una maggiore maturità rispetto al precedente in riferimento tanto alla narrazione quanto all’aspetto visivo e registico. Ogni film ha una propria storia, una propria gestazione, un minor o maggior budget che sicuramente ne influenza la realizzazione e sono certa che il percorso del regista stia crescendo esponenzialmente da un film ad un altro.

Come prosegue il sodalizio artistico con il regista? Cosa la attrae delle scelte registiche di Capece?

Prosegue nel migliore dei modi. Abbiamo una grande stima l’uno dell’altra e il nostro rapporto artistico è sempre più frizzante. Dico frizzante perché entrambi abbiamo un carattere molto forte e gusti artistici ben precisi. Questo ci porta spesso al confronto che talvolta si accende e diviene “simpatico”. E così arrivano le idee. Se c’è una cosa che più delle altre amo di Mauro John Capece è la ricerca estetica, la bellezza visiva, la potenza evocativa delle immagini che, a mio avviso, incorniciano in un quadro meraviglioso le storie narrate.

L’uscita del film è stata posticipata prima ad aprile e poi a novembre, ma le sale sono rimaste chiuse causa Covid-19. Ora esce sulle piattaforme on line. Pensa che questo penalizzerà o apporterà maggiori benefici al film?

Guardi, per me la chiusura delle sale cinematografiche è un lutto. Sono estremamente convinta che nulla possa eguagliarla. Il cinema per me è stato e sempre sarà un luogo sacro, magico. L’impossibilità di vedere il nostro film proiettato, di ascoltare quel silenzio pregno di emozioni che ne precede l’inizio, il non poter condividere un momento cosi importante con ogni singola persona che ci ha lavorato, e poi…l’ansia del pubblico in sala. Diciamoci la verità, quante emozioni ci perdiamo?!? Comunque è questo, a quanto pare, il presente e il prossimo futuro, le piattaforme streaming. Quindi non ci rimane che augurarci il meglio e ricreare dentro le nostre case un nuovo spazio magico, una piccola intima sala cinematografica.

Ci lascia con tre cose che ci ispirino a vedere il film?

È un film avvincente, pieno di colpi di scena e suspense. È un film di controcultura ed è bello che il pubblico abbia la possibilità di vederlo (non ci si rende conto di quanto sia difficile fare Cinema impegnato oggi). È un film che fa riflettere, denso di sottotesti sulle prime non chiari ma che si palesano anche ore dopo la visione de La Danza Nera.

Grazie per essere stata con noi. Le facciamo un grande “in bocca al lupo” per il suo lavoro e per La Danza Nera.

Grazie a lei per la gentilezza e l’interesse dimostrato.

Sissi Corrado

Responsabile del Blog Interessi tanti: lettura, scrittura, teatro, cinema, musica, arte, collezionismo, sociale, ecc.

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