Claudia D’Angelo torna a teatro senza filtri, trucchi o inganni

La Capoccia, il bello e il brutto dell’incidente: intrecci di vita e di poesia
Claudia D’Angelo è tornata sul grande palcoscenico del teatro e lo ha fatto con quello stile ineguagliabile che la rende unica. Caratteristica rimasta intatta (per nostro godimento) anche dopo l’incidente che la vide coinvolta nell’agosto del 2017 e che, grazie al testo La Capoccia – il bello e il brutto dell’incidente, le permette di consegnarci oggi un pezzo di vita, di arte e di irriverenti riflessioni.
Portato in scena al Teatro Trastevere di Roma dal 6 al 9 novembre, lo spettacolo è stato il regalo più bello che l’artista potesse fare al suo pubblico perché, senza filtri, trucchi o inganni, ha rappresentato l’esempio di cosa si possa realmente fare quando una passione diventa vita, quando l’arte è davvero quella cosa che ti scorre nelle vene e che non puoi fare a meno di seguire.
Claudia D’Angelo io la conosco, quindi gioco subito a carte scoperte perché, non sarà una recensione “standard”. Forse non sarà nemmeno considerabile una vera recensione ma il racconto di un racconto che non si può semplicemente suddividere in qualità della performance, scelte registiche, attenzione alla scenografia, musiche, luci e qualità della drammaturgia. Per cui, avvisati di questa faccenda, potete continuare a leggere senza storcere il naso, nel caso foste dei critici veri intendo.
Il testo proposto, è un mix di presente e passato cucito fra le poesie scritte da Claudia D’Angelo prima del suo incidente e il racconto delle conseguenze che lo stesso ha portato sia nella sua vita privata sia nella sua vita professionale. Una poetessa e attrice che si ritrova ad un certo punto senza memoria precisa del suo passato, senza la capacità (oggi) di utilizzare la memoria a breve termine, senza freni inibitori (non che nella sua vita pre-incidente questo fosse per lei un limite) e sorda per il lato sinistro ma, con una incedibile voglia di non arrendersi a questa complessa condizione.
Come mettere in scena tutto questo? Affidandosi alla regia e all’anima di Giovanni Del Grillo, alla partecipazione straordinaria di AveMaria Gazzi, alla scelta eccellente fra rumori di scena e musiche a cura di Lorenzo Maria Morelli. L’evidente difficoltà a memorizzare il testo è stata sostenuta dal talento e dalla professionalità dell’attrice che ha giocato sull’improvvisazione, sulle sue poesie e sulla sua padronanza scenica che è frutto di una indiscussa professionalità. Una doverosa menzione va anche al responsabile delle luci Giuseppe e all’aiuto regia di Floriana Rocca.
La scenografia è un caos colorato di abiti e oggetti e, al centro del palcoscenico, troneggia una sedia. Un cielo di fili tirati sul palco e in platea, stanno lì a rappresentare forse le mille avventure vissute, oppure la trama di una matassa ancora da riordinare o ancora, semplicemente, punti di riferimento che ciascuno cerca nella propria vita. E poi fogli di carta scritti ovunque: pezzi di testo della serata, frasi sparse, indizi di ciò che era e ciò che siamo.
Ci fa ridere durante lo spettacolo Claudia D’Angelo ma anche restare a tratti in bilico fra il sospetto di quale sia il limite che lei stessa traccia fra la consapevolezza drammaturgica e la memoria smarrita. Ci fa commuovere con le sue poesie e anche riflettere con i suoi aneddoti dedicati all’incidente e al suo recupero.
A tutti può capitare di vedere la propria vita stravolta d’improvviso. La differenza la fa quello che decidi di fare del “tuo” dopo. Il dopo di Claudia D’Angelo non deve essere affatto stato semplice ma sento di essere grata ad un’artista che sceglie di mettersi a nudo con tale incisività, correndo i rischi che solo una vera combattente può scegliere di affrontare.
Spero che questo spettacolo continui a vivere su qualche nuovo palcoscenico e che sempre ogni replica sia diversa da quella precedente e, nel frattempo, il lunedì passate per il Lettere Caffè a Trastevere e la (ri)conoscerete come la regina del Poetry Slam.





