23 novembre, una data da ricordare
Il 23 novembre 1980 è una delle date che resterà indelebile nella mia mente. Il terremoto mi provoca sempre tanti ricordi e, quando passa, mi fa anche tanta rabbia verso le istituzioni, lo Stato, che non hanno saputo agire in quel frangente e nemmeno successivamente. Non solo, ma dalla storia non hanno imparato niente, o meglio, hanno imparato a gestire meglio i soliti imbrogli, spesso così palesi da venir derisi ma non modificati.
All’epoca dei fatti io avevo solo 5 anni e non avevo mai avvertito una scossa di terremoto, non sapevo come e cosa potesse essere un movimento della terra e quanta devastazione avrebbe potuto causare.
Quella domenica, a Eboli, la temperatura era stata molto mite, e io avevo la febbre. Per questo, quella sera, mentre i miei fratelli giocavano nel corridoio di casa insieme a un’amichetta che era venuta a giocare un po’ con noi, io era stesa nel mio letto con il solito mal di testa. Da piccola le mie febbri, infatti, erano sempre molto alte.
I miei genitori erano in cucina e trafficavano con ciò che mio padre aveva portato a casa dopo una battuta di caccia. Per caso, durante il giro di quel giorno, lui e i suoi amici cacciatori, avevano trovato un cinghiale ed erano riusciti a prenderlo. Si erano divisi la preda e adesso mio padre stava cercando di capire come conservarlo. Quello fu l’unico giorno in cui, in una battuta di caccia, avrebbe preso un cinghiale, non avvenne mai più.
Sembrava una serata normale, tranquilla, come tante altre fino al momento fatidico, quando dalla mia stanza sentii un forte boato. Nella mia mente immaginai che stesse arrivando un forte temporale, che ciò che sentivo erano tuoni, il movimento della terra non lo comprendevo. Vidi solo mia madre correre verso di me, spaventata, prendermi in braccio avvolgendomi nelle coperte e correre. La sua corsa le fece attraversare quel lungo corridoio della nostra casa, dove noi bambini ci divertivamo a giocare soprattutto provando ad andare sulla nuova bicicletta di mio fratello.
Arrivammo alla porta di casa, ma era chiusa e per quanti sforzi mia madre facesse, questa rimase bloccata. D’un tratto sentimmo la voce di mio padre che la richiamava indietro. Lei si voltò e cominciò a correre verso di lui. In quell’istante, un passo alla volta, poichè che tutto ondeggiava, una parte del palazzo cominciò a crollare. Era la parte del palazzo che stava alle spalle di mia mamma che mi stringeva forte in braccio e non poteva vedere la porta dove stavamo prima, scendere giù e portarsi via la bicicletta dei nostri giochi. Crollò la nostra porta, le scale, il lato opposto del palazzo, la casa di Irene che veniva spesso a stare con noi. Crollò portandosi via la nostra via di fuga.
Ci ritrovammo all’altro lato del corridoio, insieme a mio padre, mio fratello, mia sorella e la nostra amica Ida, lì sopra, bloccati al 4° piano della nostra palazzina, senza poter fare nulla. La scossa era stata lunghissima e terribile, era durata circa 90 secondi, la sua intensità X sulla scala Mercalli, 6,5 della Richter e aveva causato tutto quel disastro. Erano solo le 19,34, l’inizio di una serata di domenica.
Ed era solo l’inizio.

Accanto a noi c’era la caserma dei Carabinieri, dove lavorava il maresciallo Taddeo che conosceva mia madre e la nostra famiglia. In quella sera, alle porte di Eboli, era crollato un unico palazzo, il nostro. I carabinieri e alcune persone si erano fermate sotto. Io non li vidi, ma ascoltammo le voci e vedemmo le luci delle torce con le quali mio padre comunicava con chi stava giù e ci diceva di stare calmi, al riparo che avrebbero cercato un modo per farci scendere, per mettere in salvo noi bambini.
Mia madre nonostante la paura, ci diede dell’acqua, ci portò in bagno per farci fare la pipì, tenendoci sempre insieme. Poi prese una corona grande, benedetta al santuario della Madonna di Pompei, ci avvolse tutti e quattro con quella, tenendoci sempre vicini, poi mise una coperta sopra le nostre teste e ci invitò a pregare.
Dal basso, intanto, sentivamo la voce di Wanda, la giovanissima ragazza, che chiedeva aiuto. Lei era rimasta intrappolata fra le macerie e non poteva uscire di lì. Sua madre si era salvata riuscendo a uscire di casa, lei era rimasta con il padre, infermo, buttandosi sul suo letto. Wanda che aveva solo 13 anni e suo padre, Raimondo Paolini, sarebbero state le uniche vittime di quella terribile scossa.
Durante quelle lunghe ore trascorse lì su, al quarto piano, sentivamo i passi dei miei genitori andare avanti e indietro, le voci del maresciallo, di mio nonno accorso per capire cosa stava accadendo, i genitori di Ida, la nostra amica e le scosse, quelle di assestamento, che facevano tremare il cuore di mia madre e di tutti. Eboli all’epoca, era un paese considerato piccolo, non aveva una caserma dei pompieri, i militari erano di stanza a Persano, a Salerno c’erano stati più crolli. La macchina dei soccorsi, già lenta, non riusciva a partire. In quelle ore concitate, non si comprendeva ancora il reale danno che quella scossa di terremoto aveva provocato in giro per l’Irpinia. Non si sapeva della tragedia immane che era avvenuta.
Ma noi eravamo lì e aspettavamo fiduciosi delle parole del maresciallo Taddeo. Mia madre, intanto, ci faceva pregare e si affidava affidandoci alla Madonna di Pompei, fiduciosi del suo aiuto. Fu grazie alla fiducia e al lavoro del maresciallo dei carabinieri che finalmente, dopo ore di attesa, giunsero un camion di pompieri e uno di soldati. Salutammo con gioia l’arrivo di uno di loro dal balcone della cucina, grazie a una scaletta appesa. Noi bambini fummo i primi a scendere. Ci calarono con un secchio e una volta giù passammo di braccia in braccia fino al sicuro: erano le braccia dei soldati che ci sorridevano. I miei genitori, invece, scesero attraverso la scaletta e, non potendo passare di braccia in braccia, lo facevano sulle mani dei militari che volevano impedire danni alle macerie sottostanti, sotto c’erano ancora Wanda e suo padre.
Per anni la paura mi ha impedito di ricordare quei lunghi attimi di terrore. Conoscevo la storia, perché i miei genitori ce la raccontavano, lo faceva anche mia sorella, ma la mia mente la negava, non la ricordavo. Ci volle, molti anni dopo, un’altra scossa di terremoto, vissuta da sola ad Albano Laziale, per far riemergere tutto.
Noi restammo traumatizzati. Io e mio fratello per mesi non riuscivamo a parlare, il medico disse che piano piano sarebbe tornato tutto normale. Mia madre mi racconta che di notte mi svegliavo urlando. Questi sintomi andarono avanti per mesi e per mesi continuai ad aver paura anche dei tuoni che affiancavo al terremoto.
Il terremoto aveva portato via la nostra casa, la nostra vita, la nostra serenità, ma grazie all’impegno di mio padre, non le nostre cose e i nostri giochi. Nei giorni che seguirono, dopo alcuni mesi, salì sul palazzo rimasto a metà con un paio di amici, smontò tutti i nostri mobili e portò via tutto, dai vestiti alla mobilia. Un coraggio unico nonostante l’altezza del palazzo e la pericolosità del lavoro.
Sempre grazie ad amici, mio padre ottenne una roulotte, che ci ospitò, portandoci via dalla macchina, fino a quando occupammo delle case popolari che erano libere e in fase di assegnazione. Ma non avevamo dove andare. Restammo lì fino al 1985, anno in cui, con grandi sacrifici, i miei genitori riuscirono a comprare casa.
Poi la grande beffa del comune, delle istituzioni, che, se ancora ci penso mi arrabbio e non poco. Uscirono manifesti in cui si assegnarono le case ai soggetti terremotati. Ricordo il lungo elenco affisso per le strade della città e la grande beffa. Nonostante avesse fatto richiesta di un alloggio come soggetto terremotato, la mia famiglia comparve come “soggetto non terremotato”. Ebbene si, non come “soggetto terremotato non avente diritto”, ma proprio come soggetto non terremotato! E nel lungo elenco comparivano anche famiglie che terremotate non lo erano per nulla, che non avevano perso la casa, anzi l’avevano, o avevano una casa solo lesionata ma non pericolante.
Assurdo ci dissero e ci dicemmo, ma mio padre e mia madre non fecero alcun ricorso, non vollero, tanto, si dissero, “abbiamo trovato casa”. Io, invece, ancora adesso mi oppongo a questa scelta, non per la casa, ma per il diritto della casa stessa o meglio, del riconoscimento della figura di “soggetto terremotato”. Negli annali e nelle pagine della storia, compariremo come una famiglia non terremotata, nonostante la nostra avventura che, per fortuna è finita bene, ma per un “così vanno, le cose, noi non conosciamo nessuno”, saremo “non terremotati”. Ma all’epoca ero ancora piccola, non comprendevo la necessità della giustizia, non sapevo come oppormi a questo, cosa che avrei appreso nella mia carriera scolastica, con il tempo.







