Andrea Martella ci parla dello spettacolo Il cuore a gas

Il dadaismo dello spettacolo Il cuore a gas, di Tzara, ritorna in scena al Teatro Trastevere per la regia di Andrea Martella

Al Teatro Trastevere di Roma dal 16 al 21 novembre andrà in scena lo spettacolo Il cuore a gas di Tristan Tzara, con la compagnia Hangar Duchamp diretta da Andrea Martella. In scena Flavio Favale, Simona Mazzantini, Edoardo La Rosa, Vincenzo Acampora, Giorgia Coppi, Vania Lai. Un testo dadaista che ritorna in scena dopo le chiusure dovute al Covid-19.

Per parlare di teatro, di avanguardia ho incontrato Andrea Martella, regista dello spettacolo che ringrazio per il suo tempo, con il quale ho fatto due chiacchiere interessanti.

Si ritorna in scena a teatro e in questo caso al Trastevere, quali sono le sensazioni che accompagnano questo ritorno sulle scene?
Mi sento come una bollicina di prosecco (lo champagne è troppo borghese) un attimo prima che il tappo venga stappato.

Parlando dello spettacolo che riporti in scena con la compagnia Hangar Duchamp, “Il cuore a gas” di Tristan Tzara, cosa è cambiato nell’allestimento?
Siamo più anziani di 3 anni e quando pretendi di affrontare un testo dadaista non è che l’età crescente sia sinonimo di maggiore maturità. Piccoli cambiamenti, ma nulla di strutturale, la regia è la stessa, la compagnia anche. In più c’è un’installazione scenografica di un’artista che mi piace tantissimo, Giulia Spernazza, realizzata con la benedizione della galleria d’arte FABER di Roma che ringrazio moltissimo.

A cosa hai voluto dare maggior risalto?
Ho approfittato del feeling già nato tre anni fa con questi personaggi, spero che in questa versione la coerenza (che comunque è un valore per certi aspetti sopravvalutato in teatro, per me) e l’interazione tra di loro siano più evidenti.

Qui vengono rappresentate parti del nostro corpo: occhio, bocca, orecchio, naso, sopracciglio, collo. Cosa hanno in comune, oltre a far parte di noi?
Sono tutte vicine al cervello e forse per questo hanno bisogno di un cuore, a gas possibilmente.

Sei parti del corpo che dialogano tra loro, un mondo surreale, una storia che parrebbe senza senso. Come si lavora per portare in scena un testo complesso come questo?
Come si fa in senso accademico non lo so, posso dirti come ho fatto io: ho scelto una versione e l’ho difesa fino allo stremo delle forze, poi ho chiesto alla compagnia di non pensare, di agire, di saltare, correre, stremarsi.

Parafrasando Vasco Rossi, realmente, un senso, questa storia, ce l’ha?
La cosa meravigliosa è che Tristan Tzara non ha scritto un testo non-sense. Ha scritto una commedia che è talmente tanto non-sense da poter accogliere qualunque senso. Io spero che molte persone verranno a teatro a vedere la nostra performance, ma questo è un testo che andrebbe letto, più e più volte per scoprire che ogni interpretazione è in grado di essere sostenuta da quelle parole geniali, irriverenti, poetiche, liriche, meravigliose.

Cosa ti attrae maggiormente del testo e dell’autore, Tristan Tzara?
Proprio la caratteristica di cui ti ho appena parlato, questo suo essere un utero accogliente di ogni pulsione, di ogni idea, di ogni esecuzione. Di Tzara in senso generale, invece, amo semplicemente il suo essere un genio assoluto, io credo che lui debba sedere accanto alle immensità, non ha nulla di meno di Shakespeare, di Dante, di Einstein o di San Paolo, dico sul serio.

Il teatro di oggi è pronto per testi come questo? Lo spettatore è preparato a guardare oltre?
La prima volta che i dadaisti lo misero in scena, nel 1921, a Parigi, fu una serata molto tormentata, come tutte le serate dada. Il mondo, forse, non era pronto, allora. E oggi lo è? Bella domanda. Non lo so, davvero, e mi interessa relativamente. L’importante per me è non ottenere indifferenza, al di qua e al di là di questa, dall’esaltazione al disprezzo, a me va tutto bene. Ad esempio, l’algoritmo di facebook ha segnalato la nostra locandina per contenuti sessualmente espliciti e stiamo parlando dell’immagine di uno spettacolo teatrale su un’avanguardia di inizio Novecento, di un’operazione culturale, non del frame di un video porno. Mi sembra un’ottima partenza, sono felicissimo.

E gli attori, i registi, i drammaturghi, gli insegnanti del settore, sono pronti a confrontarsi con il cambiamento o meglio l’evoluzione del teatro?
Ma guarda, se parliamo di storia del teatro e della letteratura Tzara ha ispirato tantissime persone con la sua poetica dissacrante e feroce, da Ionesco allo stesso Artaud. Se guardo Cochi e Renato, i Monty Python, David Bowie, i Sex Pistols, Iggy Pop non posso non rilevare un seme di quella stessa ribellione contro ogni accademismo e ogni convenzione. Dada non è morto, ha già agito, agisce e continuerà ad agire. Non è questione di essere pronti o meno, ognuno sceglie la propria strada, tutto qua.

Cosa ti aspetti dal teatro del futuro? Qual è la via verso la quale sta andando?
Io guardo al futuro paradossalmente voltandomi verso il passato. Credo che le avanguardie della prima metà del Novecento siano una fucina di significati e contenuti per molti aspetti ancora inesplorati, il loro modo di “guardare avanti” riguarda il nostro oggi e ci proietta nel nostro domani molto più di questo presente pieno di eventi, di fatti, di notizie, ma privo di grandi contenuti.

Grazie per essere stato con noi e in bocca al lupo per lo spettacolo!

Viva il lupo. Viva dada.

Sissi Corrado

Responsabile del Blog Interessi tanti: lettura, scrittura, teatro, cinema, musica, arte, collezionismo, sociale, ecc.

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