Andrea Perrozzi racconta Laggiù

Un brano che racconta l’urgenza di essere umani
Andrea Perrozzi ha pubblicato Laggiù, un nuovo singolo che racconta l’urgenza di essere sempre più umani, di prestare le giuste attenzioni a chi si trova in luoghi dimenticati da molti. È uno sguardo, il suo, da artista, ma in primis da uomo, da chi si sente quasi impotente dinanzi all’infinità del male, dinanzi alla sofferenza e alla guerra. Per questo Andrea Perrozzi ci accompagna con la sua musica, verso un dolore e una consapevolezza di esso, per aprire cuore e mente alla riflessione su ciò che immagini, racconti, storie, possono far scaturire in noi.
Benvenuto Andrea sulle pagine di CulturSocialArt. Il tuo ultimo singolo s’intitola Laggiù dedicato all’infanzia perduta dei bambini di Gaza. Com’è nato il brano?
“Laggiù” è nata da una sofferenza profonda, da un dolore che non riuscivo più a ignorare. Le storie e le immagini dei bambini di Gaza mi hanno attraversato lentamente, fino a diventare una presenza costante.
Non sentivo il bisogno di raccontare la guerra o di lanciare un messaggio politico, ma di fermarmi su ciò che viene colpito prima di tutto: l’infanzia, la sua fragilità, il suo silenzio. Il silenzio, un senso di impotenza assoluta, assordante, doloroso. La frustrazione di non poter far niente, che il mondo se pur indignato, non possa far niente.
La canzone è arrivata in modo naturale, quasi inevitabile. Era già lì tra mie dita, nascosta tra la penna ed il foglio. “Laggiù” non vuole spiegare né prendere posizione. Non è un brano politico, non nasce per convincere, ma per restare accanto a quei bambini, provare a dare spazio a uno sguardo che rischia di andare perduto. È un gesto intimo, umano, nato dal bisogno di non voltarsi dall’altra parte.
Melodia e parole sono struggenti, come le storie che arrivano dai luoghi di guerra, di fame, di disperazione. Da artista non sei riuscito a non farti coinvolgere in questo dramma.
È vero, non sono riuscito a restare distante. Credo che quando una storia ti attraversa davvero, la musica non possa fare finta di niente. Melodia e parole sono nate insieme, seguendo lo stesso respiro, cercando di non alzare la voce ma di farsi carico di quel peso.
Come artista sento la responsabilità di ascoltare prima ancora che di raccontare. Non ho voluto spettacolarizzare il dolore né renderlo più grande di quello che è già. C’è una parte strumentale che ho immaginato come una carezza, come fosse un abbraccio. Ho cercato una scrittura che fosse rispettosa, che non rubasse spazio alla tragedia ma che la sfiorasse, lasciando che fosse l’emozione, e non la denuncia, a parlare.
Nel testo del brano mi ha colpito il punto in cui tu canti Lì dove c’erano gli alberi, Lì dove sparano gli uomini, Lì dove piangono gli angeli. Puntuale descrizione di una città, di una vita, di sogni distrutti. Da uomo e da artista, ma in particolare da essere umano, come hai vissuto tu questi ultimi anni di guerra, questa tragedia immane che è il genocidio a Gaza?
Negli ultimi anni ho vissuto con un senso profondo di smarrimento e dolore. Come uomo, prima ancora che come artista, mi sono spesso sentito impotente davanti a una sofferenza così grande. Quando la distruzione diventa quotidiana, il rischio è abituarsi, e questo è ciò che più spaventa.
Quel verso nasce proprio da questo contrasto: ciò che dovrebbe essere — alberi, giochi, vita — e ciò che resta quando tutto viene cancellato. Quando “il vento cancella le figure come fa la crudeltà”. Non sono in grado di comprendere fino in fondo una tragedia così immane, ma so che davanti alla sofferenza dei bambini e alla perdita di un futuro, resta solo una ferita aperta che ci riguarda tutti.
Come artista cerco di tenere viva l’attenzione, come essere umano di restare in ascolto e di non distogliere lo sguardo. Credo che l’empatia sia l’unico spazio da cui possiamo provare a ripartire.
Il nostro essere spettatori davanti alla tragedia di Gaza, in particolare della popolazione più debole, cosa ha comportato o comporta oggi per il senso di umanità, di essere umano che da sempre, almeno nel recente passato, ci sembrava caratterizzare?
Credo che essere spettatori di una tragedia così profonda metta in crisi il senso stesso di umanità. Ci abituiamo troppo facilmente alle immagini, ai numeri, alle notizie, e rischiamo di perdere quella capacità di sentire veramente, di metterci nei panni dell’altro.
Di fronte alla sofferenza dei più deboli, dei bambini, ci si rende conto di quanto fragile sia la nostra empatia se non la coltiviamo ogni giorno. La vera sfida è non anestetizzarsi, non voltarsi dall’altra parte.
Ci si indigna, purtroppo, fino al prossimo episodio

La copertina del brano è di un rosso dolorosamente tragico, pieno di macerie. Com’è nata? Chi l’ha preparata?
La copertina è nata dal desiderio di condensare in un’immagine l’emozione che accompagna il brano. Quel rosso intenso rappresenta il dolore, la violenza e la tragedia, ma anche la forza di chi resiste. Le macerie che vedete sono il simbolo di ciò che resta nella memoria e nello sguardo.
Ho chiesto tutto questo alla nuova alleata AI e con varie modifiche sono arrivato a questa immagine finale. È stata una mia idea precisa.
Sei tornato a scrivere e pubblicare dopo un periodo di pausa. Quali sono stati gli stati d’animo con i quali hai presentato il singolo? Cosa ti aspettavi dal pubblico?
Tornare a scrivere e pubblicare dopo un periodo di pausa è sempre un momento di grande vulnerabilità. Presentare “Laggiù” mi ha fatto sentire un misto di timore e responsabilità: timore di non riuscire a tradurre in musica quello che sentivo dentro, responsabilità di raccontare qualcosa di così delicato con rispetto e autenticità.
Non ho aspettative precise sul pubblico. Spero solo che la canzone arrivi alle persone per quello che è: un gesto umano, nessuna spettacolarizzazione..
Quali sono stati, invece, i riscontri che hai avuto dalle persone che hanno ascoltato il brano? Cosa ti ha particolarmente colpito dei loro commenti?
In molti mi hanno scritto ringraziandomi per aver affrontato il tema con eleganza senza cadere nel retorico. Per aver scritto parole delicate, commoventi ma non ovvie. C’è un misto tra dolore e bellezza nei messaggi ricevuti. Sai, esporsi al pubblico donando a chiunque la possibilità di esplorare le proprie emozioni, è sempre spaventoso, ma i commenti che sto ricevendo sono quello che forse mi auguravo. A volte mi guardano… in silenzio, con gli occhi lucidi, e questa è la più bella delle risposte.
Cosa speri che possa apportare Laggiù alle persone che la ascoltano?
Non voglio dare risposte o insegnamenti, ma offrire un’occasione di riflessione, di emozione autentica, di avvicinarsi con il cuore a chi vive dolore e ingiustizia.
Il tuo percorso artistico ti vede nelle vesti di attore, cantautore, musicista, autore di brani, direttore musicale. La musica e il palco ti accompagnano sempre. Come vivi il tuo mestiere e il mondo artistico?
Vivo il mio mestiere come un percorso in continuo movimento. Sul palco, che sia come attore, musicista o cantante, il filo resta sempre lo stesso: la musica come luogo di verità e di incontro.
Per me il palco non è solo esposizione, ma ascolto, relazione, responsabilità. È semplicemente la mia vita.
Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Nei prossimi mesi mi aspettano periodi molto intensi. Sto per concludere il tour dello spettacolo I 7 Re di Roma, poi riprenderò il tour di Bello di mamma sempre con Enrico Brignano, e a maggio sarò al Teatro 7 con il mio amico Alessandro Salvatori.
Parallelamente sto lavorando al mio nuovo disco, un progetto a cui tengo moltissimo e che rappresenta un’altra fase del mio percorso artistico. Ogni progetto, dal palco alla sala di registrazione, è per me un’occasione preziosa per creare, condividere e continuare a sentire la musica come un luogo di incontro e di emozione.
Grazie e in bocca al lupo!
Grazie a te, di tutto. Un saluto e buona musica





