Cinema recensione: La Forma dell’acqua

Nei cinema già dal 14 febbraio “The shape of water” diretto dal messicano Guillermo del Toro, i cui protagonisti sono Sally Hawkins (nei panni  di Elisa una  muta inserviente), Michael Shannon (nei panni del cattivo), Richard Jenkins (il vicino di  casa di Elisa e gay) e Octavia Spencer (nei panni di Zelda collega e amica di Elisa).

Il film fantastico, ha ricevuto 13 nomination agli Oscar (solo Titanic, La La Land ed Eva contro Eva hanno fatto meglio) ed è considerato il favorito per l’Oscar più importante, quello al Miglior film. E’ stato premiato al Festival di Venezia, ha anche ottenuto 5 candidature e vinto 2 Golden Globes. La forma dell’acqua – The Shape of Water è 4° in classifica al Box Office.
Come ha detto del Toro, la trama è «assurda e assurdamente semplice», come quella di una favola che Guillermo del Toro sa perfettamente adattare agli adulti, regalandoci un film affascinante e ricco di messaggi. Oltre alla diversità, all’unicità dell’essere, ci sono anche problematiche legate al razzismo, alla diversità di genere, alla lotta per i diritti.

Ambientato negli anni ’50 negli Stati Uniti, anni difficili perchè in piena guerra fredda, si riscopre anche che la vita è resa impegnativa per chi non rientra in alcuni stereotipi considerati la  “Norma”.
Elisa, una donna delle pulizie, priva di voce (proprio per questo capace di comunicare con ogni parte di se’: sorrisi, sguardi, postura e gesti) fa la donna delle pulizie in un laboratorio scientifico. Con lei lavora la sua amica di colore Zelda, mentre il suo amico e vicino di casa Giles è gay e convive, ogni giorno, con la discriminazione sul posto di lavoro. Tutti diversi e a loro modo soli nel vivere in un mondo di “mostri” che rientrano pero’ nella norma.
Grazie ad Elisa scoprono la presenza di una creatura acquatica dalla grande sensibilità, che vive in cattività e faranno di tutto per salvarla.

Il film è la rivoluzione dei diversi, di quelli che non vengono accettati dal mondo, ma che vivono molto più in profondità di un’umanità assopita.
Permettersi di conoscere ciò che è diverso da noi è l’atto d’amore più grande che possiamo permetterci verso gli altri, ma soprattutto verso noi stessi.
Tutto viaggia su due livelli: uno più realistico legato alla crudeltà dell’uomo moderno, che vuole avere tutti e tutto sotto controllo; l’altro più onirico, mitologico, legato al personaggio principale, capace di incantare per la sua intelligenza, umanità e il suo essere ‘dis-umana’.

Lucia Parisi

Lucia Parisi classe '78. Studi classici. Vive a Roma ormai da 20 anni, ama leggere storie di vita vissuta e predilige spettacoli che parlino della vita dai più disparati punti di vista.

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