Giulio Farnese e Nunzia Greco raccontano Quando verrà la fin di vita

In scena al Teatro dei Documenti una commedia che fa riflettere sulla vecchiaia e sulla morte
Quando verrà la fin di vita (e questa storia è già finita) di Stefania Parrino, che ne è anche la regista, sarà in scena al Teatro di Documenti dal 7 al 16 marzo. In scena Giulio Farnese, Nunzia Greco, Evelina Nazzari, Rosario Tronnolone, Carla Kaamini Carretti.
Un testo che racconta di una famiglia formata da due maturi coniugi che cercano di esorcizzare la paura della vecchia e della morte e la loro coscienza. L’autrice l’ha pensato e scritto lo spettacolo per la Compagnia del Mutamento e lo stesso si muove su due paini paralleli, uno più realistico che ha atmosfere noir e gialle, l’altro più filosofico e metateatrale. A presentarci lo spettacolo Giulio Farnese e Nunzia Greco che ringrazio per esser equi, sulle pagine di CulturSocialArt.
Lo spettacolo che portate in scena è stato scritto appositamente per la compagnia del Mutamento, come vi sentite ad interpretare personaggi scritti appositamente per voi?
Nunzia Greco: Ormai sono decenni che faccio questo mestiere: di solito si è scelti, raramente puoi decidere chi interpretare anche se alcune volte è successo. Il fatto che Stefania Porrino abbia scritto questo testo per noi è un onore e un segnale di grande amicizia e fiducia. Stefania non scrive testi naturalistici quindi questa è una sfida sia per lei che per noi. E poi in questo particolare momento della mia vita non vorrei lavorare con gente che non stimo ma solo con amici. Ci sentiamo protetti l’uno dall’altro.
Giulio Farnese: Non è una cosa che facilita il compito perché l’attore di per sé è una persona molto timida, anche se poi il teatro e il mestiere stesso ti aiuta a superare questo problema e noi attori, dentro, abbiamo una sorta di pudore, quindi sentire nel contesto che devi recitare una parte di te vera, ti mette un po’ a disagio. Però c’è poi anche l’orgoglio di qualcuno che ha scritto per te che solletica il narcisismo naturale dell’attore.
Lo spettacolo racconta di una coppia senza figli, avete riflettuto su sentimenti e situazioni di una coppia senza figli?
N. G.: Posso parlare solo a livello personale. I figli non sono venuti ma posso immaginare che se li avessi contribuirebbero a “formare” una continuità con la vita che purtroppo non sento. Ma alcune volte vedendo i figli degli amici sono contenta di non aver avuto la responsabilità di farli crescere in questo mondo sempre più orrendo.
G. F.: Questa è una bella domanda. Ognuno di noi si è posto il problema se fare figli o no, è chiaro che Stefania Porrino, nostra carissima amica oltre che regista e autrice di questo testo, sa che sia io che la mia partner adorata in scena Nunzia Greco, non abbiamo figli. Per me e per mia moglie è stato un problema non avere dei figli, ma nella vita delle persone ci sono dei momenti in cui devi crescere prima tu e poi fare dei figli a cui tramandi un certo tipo di educazione e di rispetto degli altri. Ora mi pongo nei confronti del personaggio con una certa tranquillità, come ce l’ho io nella vita e questo lo metto anche nel personaggio di Virgilio.

Virgilio e Beatrice, sono i protagonisti, niente a che fare con i protagonisti della Divina Commedia?
N. G.: Che domanda difficile! Virgilio e Beatrice di Dante sono delle guide. Noi lo siamo (senza svelare troppo) solo parzialmente nel testo della Porrino.
G. F.: Chiaramente sì! Virgilio e Beatrice sono due personaggi così mitici nella storia di tutti i tempi che in qualche modo c’è sempre un riferimento a loro, almeno per un attore che cerca di immedesimarsi al 100% nei sentimenti, nel pensiero e anche nei problemi del personaggio che si interpreta. Se non riesci a completarlo, non riesci mai a disegnarlo.
Pensando a questi due personaggi, che tipi sono?
N. G.: I nostri personaggi sono persone normali e comuni come tanti, con i loro problemi fragilità paure. Soprattutto quella di rimanere da soli se l’altro muore, è la paura che più li affligge.
G. F.: I più normali possibili perché lo spettatore si deve identificare con loro. Quando il pubblico si identifica con il personaggio, noi attori entriamo in armonia con loro: è un modo di facilitare la comunicazione. Il teatro è comunicazione: è come se ci dicessimo non solo le parole ma anche i sentimenti, i pensieri, le preoccupazioni, le angosce. Il Teatro di Documenti è un teatro che non ha un palcoscenico vero e questo mette l’attore in contatto diretto con lo spettatore: per l’attore è più difficile perché si sente meno protetto però lo spettatore ha la possibilità di instaurare un filo diretto con chi è in scena.
Oltre a loro ci sono anche Vir e Bea, possiamo identificarli come gli alter ego?
N. G.: Vir e Bea più che alter ego li definirei come la loro coscienza. A volte la ascoltano altre no.
G. F.: Molto di più di alter ego: è una concezione filosofica esoterica che prevede che noi viviamo due possibilità, due entità. È il sé, è la parte immortale dell’essere umano che non ha bisogno di essere incarnato. Vir e Bea sono una parte di noi, hanno lo stesso carattere, si chiamano quasi come noi, però hanno un’intelligenza, una sovranità che può essere di aiuto nel gioco delle esperienze che avvengono quotidianamente. Non sono degli angeli, sono proprio una parte importante di noi stessi, io ci credo fermamente in questo.
Quali sono le caratteristiche che rendono unici questi personaggi?
N. G.: Sono unici come è unico ognuno di noi. Diverso ma simile a tanti altri. Quello che li rende importanti e speciali è l’amore che hanno condiviso da sempre, con alti e bassi, fin da quando erano ragazzini. Non potrebbero vivere l’uno senza l’altra e questo li rende rari.
G. F.: La loro coscienza li rende unici. La coscienza dei personaggi trattati, quelli Virgilio e Beatrice con il nome intero e di Vir e Bea, hanno la stessa coscienza, quindi le stesse intenzioni, la stessa felicità di vivere e lo stesso rispetto della loro comunità. Quindi basta rileggere le tue parti con questo criterio, che tutte e due hanno la stessa intenzione, la stessa coscienza e quindi non solo nel bene ma anche nel male.
Il bene e il male sono due concetti così astratti, difficile definirli, quello che noi riteniamo che sia male, però forse in assoluto non lo è il male, e quindi la coscienza lo sa che non è il peccato. Per esempio, io non credo nel peccato, quindi c’è la coscienza che ti dice che tu ti devi comportare in un certo modo, però sappi che non esiste un peccato, perché sennò blocca le tue esperienze e tu devi esperimentare nel modo più liscio e sereno tutte le possibilità della tua vita, sennò non cresci.
Come siete entrati nei vostri personaggi?
Nunzia Greco e Giulio Farnese: Ci siamo entrati piano piano ascoltando il partner e reagendo al modo di recitare dell’altro per entrare in sintonia e farne una coppia “vera”.
C’è qualcosa di voi nei personaggi o qualcosa che vorreste avere ma non avete?
N. G.: Sempre si porta qualcosa di noi nei personaggi che interpretiamo e sempre ne “rubiamo” qualcosa. Può essere un sentimento, un modo di gestire che di solito non ci appartiene. Una fragilità che non pensavamo ci appartenesse. Per esempio la paura della morte dei miei cari che mi accompagna negli ultimi tempi.
G. F.: Vi confido un segreto, in Virgilio c’è molto di me! Una cosa che mi hanno insegnato e che porto con me, prima di entrare in scena mi concentro una mezz’oretta e metto dentro al personaggio i difetti, le paturnie, i picchi, le gioie, per renderlo umano, qui è molto più facile perché ci metto tutto quello sono io, ma ultimamente l’ho fatto anche nello spettacolo di West Side Story, un contesto completamente diverso dove interpretavo l’unico adulto della commedia, era un po’ la parte paterna di questo gruppo di giovani.
Di Virgilio invece vorrei ereditare la sua bella villa a tre piani.
Cosa vi aspettate dallo spettacolo e cosa pensate di dare voi agli spettatori?
N. G.: Mi aspetto intanto che si divertano anche se si parla di cose serie e che si facciano delle domande, quelle che ci siamo fatte noi attori con la nostra regista. Le risposte non sempre possono essere universali.
G. F.: Può sembrare banale ma vorrei che gli spettatori uscissero da teatro con la sensazione di aver capito che la vita, anche in alcuni momenti tragici, drammatici, non è mai solitudine, non è mai decadimento fisico o mentale. Basta avere un rapporto molto stretto con se stessi, avere amore per se stessi, che non è egoismo, è quell’amore che ti permette poi di contattare gli altri.
Vorrei far capire che ognuno sta lì anche a servizio non solo per soldi o perché ci si deve esprimere nella propria professionalità, ma anche per amore. Lo so che è un termine abusato ma io non so trovare altro termine se non questo. Il teatro è uno spaccato vero della nostra vita, porta sempre sul palcoscenico la verità del nostro modo di vivere. È necessario coltivare la gioia, coltivarla come una pianta e darle acqua molto spesso.
Grazie e in bocca al lupo!






