I can’t go on. I’ll go on: Finale di Partita in scena

foto Flavia Tartaglia

Uno spettacolo beckettiano restituito alla realtà

Che non sia possibile mettere in scena Samuel Beckett nel mondo contemporaneo è ormai un luogo comune. Su quello che forse (“the key word in my plays isperhaps”!), insieme a Brecht, è uno dei due dioscuri del teatro novecentesco, è infatti calata una coltre di studi filosofici ed ermeneutici che inevitabilmente distanziano l’autore dal pubblico. La percezione della difficoltà della sua opera, unita alla differenza enorme dei vari ed articolatissimi punti di vista, lo rendono forse respingente o, al limite, incasellabile per comodità nell’etichetta del Teatro dell’Assurdo.

A ciò occorre però aggiungere anche un elemento strutturale che rende, obiettivamente, non solo difficilissimo, ma quasi impossibile mettere in scena Beckett oggi. Infatti, poniamo, Shakespeare si presta e si è prestato nei secoli a continue reinterpretazioni e sedimentazioni di significati, sicché è risultato sempre malleabile e riproducibile sulla scena; il bardo, cioè, ha sempre parlato agli uomini di tutti i tempi perché ciò che esprime con la sua lingua è un contenuto che può esprimere concetti anche indipendentemente dalla forma con la quale è stato scritto.

In Beckett, invece, esiste un legame tra forma e contenuto che non lascia adito a interpretazioni, laddove la forma è contenuto e il significante tende a divenire significato. My work is a matter of fundmental sounds, notoriamente disse l’autore. Banalizzando, se non c’è più nulla di cui parlare, di cosa parlare? Occorre dare importanza ad un significante che nel momento in cui è significante, diventa già significato.

Parlando poi specificatamente della messinscena, se esiste questa aderenza di significante e significato, come mettere in scena Beckett senza cadere in sovrainterpretazioni sterili e spesso fuori luogo (ad esempio Finale di Partita come sorta di saggio-manifesto green: in un’epoca di disastri ambientali, ci ritroviamo come i personaggi di questo testo)?

Concretamente, se Carmelo Bene poteva mischiare Amleto e Laforgue senza cadere nella trappola di banali sovrainterpretazioni perché aveva un punto di vista artistico, com’è possibile avere un punto di vista in una messinscena di Beckett senza scadere nel banale e ridurre la forza poetica del suo teatro a una sorta di saggio socio-politico?

Secondo quella che ho battezzato teoria della superficie nel mio saggio su Beckett (Les jeux sontfaits: la cultura della superficie. Beckett e il teatro della crisi, Carla Rossi Academy Press 2023) i temi profondi della civiltà occidentale (destino, amore, morte, etc.) sarebbero perduti nel Novecento e ricostruiti in superficie, a livello dell’epidermide della lingua.

Ogni interpretazione filosofica del teatro beckettiano è dunque una interpretazione che nel suo stesso atto interpretativo potrebbe essere una sovrainterpretazione volta a giustificare gli stessi fondamenti epistemologici della scuola critica di riferimento. Paradossalmente, quindi, parlare di Beckett è come parlare di un argomento già esausto in partenza, si rammenti il capitale saggio di Deleuze L’esausto e anche metterlo in scena. D’altronde, Finale di partita rappresenta già un qualcosa di finito, appunto, in partenza e, tuttavia, circolarmente e prevedibilmente, che non finisce.

Finale di partita, con la regia di Gabriele Russo, già rappresentato a Palermo, è stato al Teatro India di Roma dal 20 al 25 gennaio. Considerando quanto ho detto prima, a me pare che lo spettacolo sia fondamentalmente apprezzabile proprio perché non viziato da eccessive sovrainterpretazioni. Il regista, infatti, scrive: “La famiglia resta la zona sismica per eccellenza del teatro. Da Sofocle in poi, è il terreno dove si consuma la frattura tra il bisogno d’amore e la necessità di difendersi dall’amore stesso.[…]. L’assurdo non è un genere: è una condizione quotidiana. […]Non un’allegoria filosofica, ma una storia d’amore e di sopravvivenza”.

C’è, dunque, uno scarto dalle interpretazioni più cervellotiche e filosofiche e si vuole rappresentare Beckett semplicemente perché Finale di partita può parlare perché parla, ad esempio e soprattutto in questa specifica messinscena, del tema della famiglia.

foto Flavia Tartaglia

La scena si svolge in una vecchia casa, povera e identificabile dal pubblico. Ovvero, c’è forse qui ancora meno ambiguità rispetto al testo di Beckett: nella messinscena di Russo, i quattro personaggi sono in una vecchia casa. Hamm è su una sedia a rotelle ed è cieco, e tratta come uno schiavo Clov, il quale non può sedersi.

Il rapporto di interdipendenza tossica è molto accentuato e la precarietà della condizione di Hamm è resa palese. Infatti, Hamm è cieco ma non indossa degli occhiali neri. Al contrario, tiene gli occhi chiusi. Gli altri due personaggi sono i genitori di Hamm, Nell e Nagg, i quali si trovano in una vasca da bagno chiusa da una tendina, non in due bidoni, la quale viene aperta quando parlano.

Hamm è interpretato da Michele Di Mauro, molto bravo. Ci sono dei momenti in cui, forse, si sarebbe potuta limitare l’enfasi. Ad esempio, a un certo punto, Hamm si alza dalla sedia a rotelle e si muove verso il pubblico. Questo, se può avere un suo senso, in ultima analisi è un parziale addomesticamento del testo e un renderlo più esplicito, tendenza che è presente nella messinscena come, ad esempio, quando i personaggi parlano della battuta che deve dare il personaggio-attore.

Clov è interpretato da un eccezionale Giuseppe Sartori, bravissimo nel rendere il suo personaggio nella condizione di infernale irrequietezza e costrizione in una condizione di improbabile sottomissione. Nell e Nagg sono interpretati Anna Rita Vitolo e Alessio Piazza. Per quanto i due dovrebbero essere molto vecchi, sono piuttosto giovani, scelta che è piuttosto opinabile. Comunque, rendono bene quello che viene presentato in fin dei conti come l’amore di una coppia di anziani.

La regia è piuttosto lineare e rispettosa del testo originale. Alcune scelte possono risultare poco condivisibili, come ad esempio quelle di cambiare il testo in alcuni punti o quelle di inserire un numero di oscenità maggiori rispetto al testo originale, ma qui la questione è più ampia, e riguarda proprio la versione italiana di Carlo Fruttero, che è il testo di questo spettacolo, questione più delicata di quella che potrebbe sembrare di primo acchito.

Infatti, Beckett auto-traduceva i suoi testi, e nelle versioni in inglese e francese ci sono delle sottilissime variazioni lessicali. Quindi, in una versione italiana, occorrerebbe a rigore essere estremamente attenti ai dettagli e, idealmente, prima di proporre un nuovo testo, confrontare e l’originale in francese e in inglese.

In definitiva, in un’epoca in cui è molto difficile vedere Beckett a teatro in Italia, e ancor più difficile vedere uno spettacolo rispettoso del testo originale, vale certamente la pena di vedere questo spettacolo.

Antonio Sanges

http://antoniosanges.com

Antonio Sanges (Tricarico, 1991) è poeta, saggista e studioso di letteratura e filosofia contemporanea. Ha studiato a La Sapienza, Paris 8 e University College London. Ha pubblicato libri di poesia, tra cui Distensione del destino (Ensemble, 2025), e il saggio Les jeux sont faits (Carla Rossi Academy Press, 2023), dedicato a Beckett e alla “cultura della superficie”. Collabora con diverse riviste e blog, tra cui CulturSocialArt. Vive a Roma.

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