Il secondo festival dell’economia carceraria

Foto Roberto Papa

Il sistema in cui viviamo ha l’esigenza di imporre una socializzazione funzionale alla sua struttura produttiva, alla sua struttura di potere, al suo insieme di norme e di valori culturali, in una parola alla sua ideologia” (da Ricci-Salierno, Il carcere in Italia, Einaudi, 1971).

Gli scarti sociali finiscono in quelle grandi discariche di disumanità, che sono le carceri, spesso considerate come “smaltitori di rifiuti”. Ci dobbiamo allora chiedere come sia possibile l’incontro tra il carnefice e la sua vittima, incontro sul quale fondare la convivenza civile su un’idea di giustizia, oggi ci piace definirla “giusta”, che sappia ricucire la relazione fra vittima e colpevole e più in generale con lo Stato, e quindi con noi tutti.

È quello a cui si è cercato di dare una risposta nei tre giorni del 2o Festival dell’Economia Carceraria che si è svolto a Roma da venerdì 1°a domenica 3 ottobre, negli spazi del WeGil di Trastevere. Lo stesso luogo il WeGil è un esempio di rigenerazione, questa volta urbana. I locali dove si è svolto il Festival, infatti, furono edificati nel 1933, in epoca fascista destinati alla Casa dei Balilla (GIL significa Gioventù Italiana del Littorio). Oggi questo enorme edificio di stampo razionalista accoglie sia locali per mostre e convegni sia il rinnovato cinema “Troisi” riaperto per la caparbia volontà di un gruppo di giovani “I ragazzi del cinema America” guidati da Valerio Carocci, un giovane che per spirito visionario ci ricorda il compianto Renato Nicolini.

Dentro i locali della ex Gil, sotto una stele che ricorda l’impresa mussoliniana delle colonie e la nascita dell’impero, siamo stati introdotti nel mondo carcerario del lavoro, della genialità creativa, della fantasia e del gusto che sapienti mani di uomini e donne hanno prodotto dentro quello che per molti è un mondo a parte e spesso sconosciuto, quando non un luogo dove “gettare un individuo e buttare la chiave”. Quando invece quello stesso luogo, anche in attuazione del dettato costituzionale “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” deve essere un luogo dove chi ha sbagliato va recuperato alla società civile attraverso un percorso che vede nell’istruzione e nel lavoro i due capisaldi perché lo Stato non lasci indietro nessuno, a maggior ragione chi ha “sbagliato”, una parola che rende perfettamente lo stato del detenuto: come se l’errore commesso togliesse la luce (balium) alla nostra vita e noi per punizione gli “togliamo la luce”, gettandolo in una cella “e buttando la chiave”.

Il Festival è stato organizzato e promosso da Associazione L’Isola Solidale, Associazione Semi di Libertà Onlus, Cooperativa Co.R.R.I., Cooperativa O.R.T.O., Economia Carceraria srl, con la partecipazione di cooperative e imprese, sparse in tutta Italia da nord a sud, che mettono a frutto il “capitale sociale” in esecuzione penale per produrre prodotti che vanno dalle magliette alle borse, dai vestiti ai prodotti dolciari. Una particolare attenzione poi è riservata alla produzione letteraria di un nuovo filone che potremmo definire “letteratura dal carcere” di cui sicuramente il nome più noto è quello di Carmelo Musumeci, un ergastolano, che è entrato in carcere con la terza media e dove si è laureato in giurisprudenza e sociologia e ha una notevole produzione libraria alle spalle. Un filone letterario questo che in Italia ha illustri precedenti dal Silvio Pellico di “Le mie prigioni” alle “Lettere dal carcere” di Antonio Gramsci fino alle “Lettere dalla prigionia” di Aldo Moro.

Lavoro ed istruzione, dicevamo, sono i due percorsi attraverso cui, chi è ristretto in carcere, e soprattutto gli “uomini ombra”, le persone condannate all’ergastolo, sperimenta la possibilità di un reinserimento “positivo” una volta fuori. Un lavoro soprattutto che crea da un lato valore sociale ma anche profitto sociale. Chi infatti lavora, attraverso le varie cooperative di volontari che intervengono nelle realtà carcerarie, riceve un giusto salario e soprattutto sperimenta attraverso lo studio e il lavoro una seconda possibilità di vita. L’economia carceraria produce prodotti di qualità, spesso biologici e green, e si inserisce dentro la filiera di un lavoro pulito, contrapposto a quello sporco dell’economia criminale, anche sotto la spinta di un riscatto sociale di chi cerca di vedere il mondo con nuovi occhi e sente che la giustizia è una mano tesa che la comunità rivolge non a un “carcerato” ma ad una persona che può trovare la sua riabilitazione anche fuori dal carcere.

Foto Roberto Papa

Il festival dell’Economia Carceraria è stato quindi un momento oltre ad avvicinare e spesso far scoprire un “mondo separato” ma vivo e produttivo, anche quello di far nascere una piattaforma dove poter mettere in rete le tante iniziative messe in piedi in tanti istituti di pena per iniziativa di volontari ma anche per la volontà sia della direzione penitenziaria e di un nuovo corso, seppure alla fase iniziale, intrapreso dalla Ministra Cartabia (importanti le sue visite nelle realtà carceraria) che tendono a creare attraverso percorsi formativi e di lavoro itinerari di inclusione con lo scopo di contrastare la recidiva. Se gli ergastolani sono “uomini ombra” i detenuti sono spesso, per la maggioranza delle persone, degli “invisibili” che fanno notizia solo quando ci sono rivolte in carcere, per i suicidi che sempre più spesso accadono, per le violenze a cui sono spesso sottoposti.

Carmelo Musumeci parlando della sua esperienza carceraria, iniziata a 17 anni, racconta:

Per la prima volta mi trovai davanti all’Assassino dei Sogni, come chiamai io il carcere molti anni dopo. L’Assassino dei Sogni odorava di chiuso e muffa. Era grosso e immenso, sembrava un mostro. Sembrava volesse mangiarmi. Il cuore mi si strinse. Ancora non sapevo che avrebbe divorato tutta la mia vita e mangiato quasi tutti i miei sogni. L’Assassino dei Sogni mi fece subito paura. Imparai subito a conoscerlo e a scoprire che amava l’odio e la vendetta e odiava l’amore e il perdono. Anche i ‘Senzanima’, come chiamai le guardie carcerarie tanti anni dopo, mi fecero paura. Erano vestiti tutti uguali, si muovevano nello stesso modo e dicevano le solite cose. Assomigliavano ai preti, ma questi non lavoravano per Dio o per il diavolo. Questi lavoravano per l’Assassino dei Sogni, né Dio né il diavolo li potevano fermare. Per i Senzanima il detenuto non è un uomo, è solo un pezzo di legno da accatastare in una cella. Per loro se sei venuto in carcere, qualcosa hai fatto e se non hai fatto nulla vuol dire che sei scemo a stare lì dentro. Solo adesso ho imparato a perdonare gli uomini e le donne che lavorano in carcere, ma non riuscirò mai a perdonare l’Assassino dei Sogni, il mostro dei mostri che trasforma le persone in schiavi.”

Per Carmelo il “perdono” è passato attraverso lo studio, e per i molti lo studio e il lavoro possono essere quello “sguardo diverso” sia verso se stessi, il loro mondo di dentro, che verso gli altri, il mondo di fuori.

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Roberto Papa

“Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati”. (Bertold Brecht)

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