Maria Antonia Fama ci racconta de “Il mio segno particolare”

Al Teatro Trastevere è andato in scena “Il mio segno particolare” uno spettacolo che apre il cuore ed altro, a raccontarci tutto la regista Maria Antonia Fama

Il mio segno particolare” è un testo che appare come una favola per adulti e bambini che racconta di coraggio, di come trasformare un fattore che appare negativo, in un reale positivo. Michele, il protagonista della storia, diventa un supereroe e di supereroi particolari, nella storia del fumetto e della fantasia, ce ne sono davvero tanti, basta pensare a: Daredevil, Echo, il professor Xavier, solo per citarne alcuni tra i più famosi.

Il testo teatrale racconta di un supereroe, Michele, nato con un mantello sulle spalle. È un monologo interpretato da Marco Zordan, diretto da Maria Antonia Fama, tratto dal romanzo omonimo di Michele D’Ignazio che con la Fama ne ha scritto anche l’adattamento drammaturgico, che andrà in scena al Teatro Trastevere il 28 settembre.

Ne abbiamo parlato con la regista e co-autrice dell’adattamento drammaturgico Maria Antonia Fama a cui diamo il benvenuto sulle pagine di CulturSocialArt.

Prima di tutto, come ti senti a tornare a teatro in questo periodo? Come sta andando questa ripartenza?

Per me questo debutto ha un sapore molto molto particolare. L’ultima volta che sono andata in scena, due anni fa, ero incinta della mia prima figlia. Ancora non sapevo cosa sarebbe accaduto dopo. Mi immaginavo di fermarmi per qualche mese e avevo già nuovi progetti in cantiere, per quando avrei ricominciato dopo la nascita. Invece è arrivata una pandemia, che mi ha tenuta lontana del teatro per due anni. Ora, questo debutto, mi vede tornare in scena di nuovo col pancione ed esattamente una settimana prima della data prevista per la nascita della mia seconda figlia. “Forse non è un caso che le parole parto e partenza siano quasi uguali” recita il protagonista dello spettacolo. E mai frase fu più rispondente a quello che sto vivendo e che questo lavoro significa per me. La ripartenza non si sta rivelando facile per nessuno. Già sono evidenti i danni a lungo termine che la pandemia ha causato su un settore lavorativo endemicamente fragile e precario. A pagarne le conseguenze sono tutti. Ma il teatro indipendente è quello che ne esce davvero con le ossa rotte e che sta facendo una fatica immane a riprendersi. Molti colleghi hanno già cambiato mestiere, altri non sono ancora riusciti a tornare insieme. Io stessa percepisco una fatica enorme e la sensazione di essere stati schiantati fuori con violenza da un mondo in cui non è mai facile né entrare, né sopravviverci.

Il testo sul quale hai lavorato è dello scrittore Michele D’Ignazio, com’è nata la collaborazione?

Michele D’Ignazio è un bravissimo autore di libri come “Storia di una matita”, “Il secondo lavoro di Babbo Natale”, “Babbo Natale fa gli straordinari”. Con i suoi racconti, ha la capacità non solo di conquistare i bambini, ma di far venire agli adulti che li leggono la voglia di ricongiungersi con la propria infanzia. Quando mi ha proposto di portare “Il mio segno particolare” a teatro, l’ho vissuta proprio come l’occasione per intraprendere davvero questo percorso a ritroso nel tempo. La dimensione del gioco e dell’infanzia sono un elemento che pervade tutto il romanzo e, dunque, tutto il lavoro fatto per arrivare alla messa in scena. Devo dire che non è stata una sfida semplice, considerato anche che il romanzo è autobiografico.

È stata una scrittura a due mani, su cosa vi siete concentrati?

Passare da un romanzo a uno spettacolo teatrale non è mai facile. Si ha sempre il timore di tralasciare elementi importanti, passaggi significativi. Ma facendo queste considerazioni, abbiamo deciso di partire proprio dai turning point, cercando di individuare gli snodi narrativi fondamentali, oltre che i momenti che permettessero maggiormente di dar corpo all’azione scenica. Michele ha fatto una prima selezione, sulla quale poi io ho lavorato, concentrandomi soprattutto su come trasformare un romanzo in prima persona in un monologo in cui quei racconti e quei personaggi potessero prendere vita, diventare animati. Non più e non solo, dunque, una lunga confessione. Ma una stanza della memoria che si apre, e in cui i personaggi che lo scrittore/protagonista cita nel libro assumono una loro consistenza e identità visibile.

Riportare a teatro un testo letterario è sempre complesso. Con quali occhi ed emozioni ti sei avvicinata a questo racconto?

Sì, è complesso, per le ragioni che indicavo prima. Il libro mi era piaciuto moltissimo, e quando mi ci sono avvicinata per l’adattamento e la regia, l’ho fatto portando con me tutte quelle emozioni. Da un lato quelle della donna adulta che ha convissuto e convive, come tutti, con i propri “segni particolari” considerandoli a volte dei superpoteri, quindi dei punti di forza, e a volte dei nei, ovvero fragilità (non uso la parola nei a caso, e chi verrà a vedere lo spettacolo scoprirà perché). Dall’altro, mi ci sono approcciata come madre di una bambina di due anni e in attesa di una seconda figlia. I genitori, nel racconto di Michele, sono sempre presenti e hanno un ruolo fondamentale. Non è stato difficile, soprattutto essendo in attesa, immedesimarsi in loro, nelle paure, nelle ansie, nella capacità di farsi trasportare insieme a Michele in un grande, immenso gioco. La gravidanza e la maternità hanno giocato un ruolo fondamentale nelle mie scelte registiche, e credo che infatti questo spettacolo sia arrivato nel mio percorso artistico al momento giusto.

Il risultato è stato un monologo interpretato da Marco Zordan che andrà in scena al Teatro Trastevere. Cosa hai ricercato nell’attore?

Anche Marco, come me, è genitore e anche lui, come me, ha dovuto confrontarsi nella sua vita quotidiana con la malattia e la fragilità. Credo che questi due elementi ci abbiano unito molto e permesso di condividere a pieno il lavoro di ricerca che abbiamo fatto per lo spettacolo. Ci siamo confrontati tanto, dopo aver letto sia il romanzo che l’adattamento teatrale. Tutta la messa in scena è stata un dialogo aperto sulla costruzione del personaggio, su come portare sul palco così tanti elementi diversi: il gioco, l’infanzia, il passaggio all’età adulta, il rapporto con le proprie fragilità, l’ironia necessaria a trasformare i punti deboli nelle caratteristiche di un supereroe. E poi il confronto costante con la nostra dimensione di genitori. Personalmente, il fatto di aspettare una bambina mentre lavoravo alla regia dello spettacolo, mi ha aiutato a farmi le domande che hanno alimentato la costruzione artistica. Da questo punto di vista, credo che Marco abbia fatto un percorso simile al mio.

Chi è Michele, il protagonista della storia?

Michele è un bambino che nasce il 7 gennaio 1984 e il giorno dopo è già in viaggio verso il primo dei dottori che accompagneranno la sua vita fino all’adolescenza. È un bambino nato con un segno particolare, che però diventa il suo mantello di superman. È un “gigantesco paradosso” per citare il testo. È un bambino che gioca, un adolescente che assume coscienza e si nasconde. Ma anche un adulto che non era mai più entrato in un ospedale da anni, uno scrittore che aveva raccontato le storie di altri e che trova il coraggio, a un certo punto, per raccontare la sua.

Guardandosi attorno, quanti sono i Michele che sono cresciuti o che continuano a crescere, attorno a noi? Ci accorgiamo di loro? Perché?

Noi abbiamo avuto una grande fortuna: grazie all’associazione Naevus, l’Associazione italiana del nevo congenito gigante, che ha sostenuto lo spettacolo, Michele ha incontrato tanti bambini come è stato lui. Ne ha raccolto le testimonianze e quelle voci sono entrate a far parte dello spettacolo, diventandone forse la parte più viva e autentica. Di bambini come Michele ce ne sono tantissimi, se pensiamo a chiunque sia nato con un “difetto di fabbrica”. Anche questo aspetto cerchiamo di affrontarlo nello spettacolo con leggerezza e autoironia, scherzando sulle frasi che vengono rivolte senza pensarci troppo da chi si trova di fronte a qualcosa che non capisce e che, per questo, lo spaventa. Secondo me ce ne accorgiamo di loro, ma facciamo finta di non vederli perché altrimenti dovremmo guardarci allo specchio anche noi. È la cara, vecchia, umana logica del “tanto non capita a me”. Fino a quando poi ti capita. C’è però, anche, una seconda interpretazione, più metaforica, che ci rimanda a una visione più universalistica. Tutti, a modo nostro, siamo Michele. Ognuno è speciale a suo modo e non lo è per niente. Tutti abbiamo macchie, nei, timbri, pecche. Tutti facciamo i conti con ciò che siamo, ciò che non vorremmo essere. Tutti facciamo i conti con il fallimento, con la kriptonite che ci portiamo dentro e che, da bravi supereroi, dobbiamo riuscire a lanciare lontano. Ormai immagino le persone che vedo per strada ognuna con il suo mantello da supereroe sotto la camicia, come Michele.

Quali sono le direttive registiche che hai suggerito a Zordan per lo spettacolo?

Abbiamo cercato di lavorare sul binario parallelo del passato e presente, dunque su una dimensione temporale che tenesse insieme il Michele bambino, con quello adulto e, in mezzo, con l’adolescente. Ci siamo concentrati sulla naturalezza e l’autenticità di un’interpretazione in cui Marco non fosse la caricatura di un bambino, ma il bambino che lui stesso è stato. Su questo lui ha studiato molto. Da un punto di vista della messa in scena, ho scelto di mettere “in vista” la dimensione del gioco. E così, ci siamo avvalsi di giocattoli, dei burattini, del teatro delle ombre, dei palloncini. Abbiamo cercato di tradurre attraverso questi elementi tutta la storia, come se fosse appunto il grande racconto di un bambino che gioca nella sua stanza.

Ci sono momenti e situazioni durante il monologo, che vi hanno coinvolti in uno studio più attento?

La scelta di usare la metafora e gli elementi del gioco ha richiesto uno studio molto approfondito e una ricerca teatrale dettagliata. Per rendere alcuni personaggi e alcuni momenti, ci siamo avvalsi del teatro dei burattini e del teatro delle ombre. Questo ha richiesto uno studio teorico, in primis e uno studio pratico successivamente. Marco ha dovuto lavorare da un punto di vista tecnico e interpretativo con questi linguaggi. Io, da un punto di vista registico, ho dovuto ricercare soluzioni che fossero credibili, ma senza rinunciare alla dimensione onirica e magica che per me ha un ruolo importantissimo e deve pervadere tutta la messa in scena. Il teatro delle ombre era per me un mondo nuovo, che non avevo mai praticato da professionista, solo da spettatrice. Per questo mi è stato fondamentale il confronto costante con un artista come Silvio Gioia e la collaborazione concreta di Corinna Bologna.

Durante la messa in scena hai pensato a fare dei cambiamenti che nel momento della stesura del testo non hai preso in considerazione?

Ho cambiato idea centinaia di volte (Marco, Michele e Corinna lo sanno bene!). Al di là della mia natura intrinseca, io penso che il teatro sia di per sé soggetto al cambiamento continuo. Gli spettacoli vengono modificati persino dopo che sono già andati in scena. A differenza del cinema, dove tutto si scrive prima, il teatro vive davvero solo nel momento in cui prende corpo. Tante cose del testo che in piedi funzionavano meno le abbiamo cambiate, abbiamo fatto delle aggiunte. Ma soprattutto, siamo andati fino alla fine alla ricerca di soluzioni che contribuissero a tenere insieme la dimensione onirica con quella del racconto.

Il monologo è la storia di una crescita. Com’è crescere oggi? Quali sono le difficoltà maggiori o le minori tra il crescere ieri e oggi?

Crescere non è mai facile ma è sempre un’avventura meravigliosa. E poi non si finisce mai di crescere. L’ho scoperto diventando una giovane mamma. Si è sempre giovani per qualcosa e per un percorso che è all’inizio. Questo spettacolo mi ha fatta crescere perché ho scelto di lavorare con linguaggi e tecniche per cui ho dovuto studiare, approfondire, che per me sono nuovi.

Non posso dire come sia crescere oggi, nel senso di bambini che diventano adolescenti, eccetera. E non appartengo alla categoria dei nostalgici del “si stava meglio ai miei tempi”. Ciò che conta, è rimanere sempre connessi con quello che si è stati, ascoltare la buona musica di oggi, leggere i buoni libri che continuano a uscire, sentirsi parte di un mondo che, nel bene e nel male, comunque va avanti. Forse, così, abbiamo qualche speranza (pochissime) che i nostri figli non ci dicano un domani “tu non capisci niente”. O forse ce lo diranno lo stesso, per quello non c’è speranza!

Cosa vorresti che il pubblico portasse con sé dopo lo spettacolo?

La voglia di tornare bambini. La voglia di giocare. Una sensazione di incanto.

Grazie per essere stata con noi!

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Sissi Corrado

Responsabile del Blog Interessi tanti: lettura, scrittura, teatro, cinema, musica, arte, collezionismo, sociale, ecc.

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