Pubblicato il: 7 Dicembre 2019

“Kobane calling on stage” al Teatro Vittoria

In Recensioni

Kobane diviene simbolo di una battaglia di donne e uomini

Quando senti RATATATA, è ISIS
Quando senti TUM.TUM.TUM. siamo noi”

“E SBOOOM?”

“SBOOOM dipende.
Fuoco e poi SBOOOM è americani.
SBOOOM e basta è ISIS

(Kobane Calling, Zerocalcare)

Prendi un terzo di Brecht, un terzo di Peter Weiss, un terzo di Dario Fo, agita bene, e otterrai un cocktail esplosivo chiamato “Kobane Calling on stage”.

Era da tanto che le scene nazionali non vedevano un’opera originale, per di più tratta da una grafic novel, dal forte messaggio politico, schierata dalla parte di un popolo: i curdi del Rojava.

Gli anni sessanta e settanta hanno visto il teatro, oltre a rappresentare le opere di Bertold Brecht, anche opere che agivano in diretta con gli avvenimenti mentre questi accadevano. Così è stato per le opere di Peter Weiss come nel “Discorso sul Viet Nam” sulla guerra imperialistica che gli americani conducevano in Indocina, o la “Cantata del fantoccio lusitano” contro il colonialismo e il razzismo perpetrato dai portoghesi in Angola, dove il fantoccio rappresentava il dittatore del Portogallo, Salazar, un paese che vedrà il ritorno alla democrazia solo il 25 aprile 1974 con la “rivoluzione dei garofani”.

Così è stato per Dario Fo, che con il suo “Morte accidentale di un anarchico”, opera dedicata all’anarchico Pinelli, suicidato proprio cinquant’anni fa, e in genere il suo teatro “buffo” interveniva sulla realtà italiana anche con interventi militanti come il “Soccorso Rosso”.

Kobane Calling on stage” nasce dall’omonima grafic novel di ZeroCalcare, dal suo viaggio in Siria e in Iraq e dall’incontro con il popolo di Kobane, in una città, divenuta il simbolo dell’indipendenza nella regione del Rojava, ormai ridotta a un cumulo di macerie con centinaia di morti e migliaia di profughi, dove donne e uomini combattono per la libertà del loro popolo, prima contro i tagliagole dell’Isis e ora contro l’invasione Turca, del despota Erdogan.

Un testo adattato e portato in scena da Nicola Zavaglia, coadiuvato da un nutrito cast di attori, che sono entrati nella vita e nel dolore dei militanti curdi, in una forma di teatro epico e didascalico, fondendo poesia, ironia (in questo aiutato da un romanesco da “centro sociale”, con cui si esprimono i volontari in partenza per la Siria, ma anche la reazione della tipica mamma italiana ansiosa per il suo figliolo che lascia il quartiere di Rebibbia all’annuncio della partenza per l’avventura siriana).

Tutti ricordiamo la copertina di Internazionale quando per la prima volta, nel 2015, ZeroCalcare pubblicò le tavole “Con il cuore a Kobane. Reportage a fumetti dal confine turco-siriano tra i combattenti curdi che difendono la città dal gruppo Stato islamico”. Da allora, sono passati quasi 5 anni, la città di Kobane è diventata il simbolo della resistenza di un popolo al suo “genocidio”, non solo fisico ma anche di una società democratica, egualitaria, dove non esistono differenze etnico-religiose. Un esempio per i popoli dell’area che non le potenze “imperiali” dalla Turchia, all’Iran, dalla Cina alla Russia e America, non possono permettere che si diffonda nei paesi limitrofi. Sono ormai più di quarant’anni che il Rojava porta avanti una rivoluzione, anche con il sorriso e la fermezza guerriera delle sue donne, che rappresenta un “fiore nel deserto” in un territorio a cavallo di quattro stati: Turchia, Siria, Iran e Iraq.

Tutto questo ci viene restituito sulle tavole del palcoscenico del Teatro Vittoria (lo spettacolo sarà in scena fino al 15 dicembre) dove  Kobane diviene simbolo di una battaglia di donne e uomini non solo per il loro popolo ma per tutti noi, dove quello che accade in quel territorio, ma questo vale anche per i tanti migranti siriani che muoiono nel nostro mare o vengono torturati e uccisi nelle carceri libiche, non è solo un bel segno grafico ma rappresenta la nostra vergogna.

Una vergogna che improvvisamente ci viene sbattuta in faccia quando sul grande schermo compare l’immagine di Ayse Deniz Karacagil, meglio conosciuta come “Cappuccio Rosso” la giovane curda di 24 anni, che aveva aderito al Mlkp, il partito marxista leninista turco, militante delle Unità di Protezione popolare (YPG) caduta a Raqqa per mano dell’Isis nel giugno del 2017.

Così la ricorda ZeroCalcare sulla sua pagina face book:

E’ sempre antipatico puntare i riflettori su una persona specifica, in una guerra dove la gente muore ogni giorno e non se la incula nessuno. Però siccome siamo fatti che se incontriamo qualcuno poi per forza di cose ce lo ricordiamo e quel lutto sembra toccarci più da vicino, a morire sul fronte di Raqqa contro i miliziani di Daesh è stata Ayse Deniz Karacagil, la ragazza soprannominata Cappuccio Rosso. Turca, condannata a 100 anni di carcere dallo stato turco per le proteste legate a Gezi Park, aveva scelto di andare in montagna unirsi al movimento di liberazione curdo invece di trascorrere il resto della sua vita in galera o in fuga. Da lì poi è andata a combattere contro Daesh in Siria e questa settimana è caduta in combattimento.

Lo posto qua perché chi s’è letto Kobane Calling magari si ricorda la sua storia.

“Kobane Calling on Stage” ci restituisce attraverso la prova attoriale di giovani che “sentono” non solo di “fare teatro” ma di trasmettere attraverso il teatro una realtà, a pochi chilometri da casa nostra, che non può e non deve lasciarci indifferenti, e questo il pubblico, in un teatro esaurito, lo ha capito e agli attori, al regista, ma soprattutto a ZeroCalcare ha restituito con fragorosi applausi un affetto che sottolinea l’importanza di un teatro che racconti la realtà, anche quella che vorremmo non vedere. Attori che hanno voluto ringraziare il pubblico ma anche ricordare Lorenzo Orsetti, il militante 33enne fiorentinopartigiano internazionalista e antifascista che ha scelto da che parte stare e di schierarsi concretamente andando a combattere dove c’era bisogno di lottare per sradicare il fascismo che in quelle aree si stava affermando nelle forme dell’Isis e delle forze che lo sostengono” (così in una dichiarazione dei genitori), caduto il 18 marzo 2019 in Rojava, mentre combatteva insieme ai curdi dell’YPG contro l’ISIS.

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