Pubblicato il: 14 Dicembre 2019

La “morte” in After the end

In Recensioni

 

erano immersi nella recitazione da apparire trasfigurati

After the end”, di Dennis Kelly, per la regia di Marco Simon Puccioni, con Miriam Galanti e Federico Rosati, in scena al teatro Brancaccino di Roma.

Uno spettacolo agghiacciante, non nella regia o nell’interpretazione, ma per la storia trattata. Ci troviamo in un bunker, al domani di un attacco nucleare o forse terroristico. Mark e Louise dentro, fuori solo morte. Mark è riuscito a salvare Louise, che non ricorda, è confusa e gli chiede di raccontare all’infinito come sono andate le cose. Lei non ricorda. E lui racconta la sua storia, l’esplosione e di come l’ha salvata. Da qui nasce una convivenza obbligata tra due amici, forse sarebbe meglio dire due conoscenti. La storia prende vita, scena dopo scena, si capisce come si sono conosciuti, cosa provano l’una per l’altra e si mettono in luce le caratteristiche di ognuno, ma anche le manie, le distorsioni. Mark, è il proprietario del bunker e perciò si sente in dovere di decidere quanto e come usare le risorse. E ad obbligare Louise a seguire le sue direttive, anche solo nel giocare a Dungeos and Dragons, gioco anni ’80, come del resto il bunker in cui sono. Lui le continua a ripetere che è per il suo bene, lei da una prima totale accettazione, annientata dalla probabile morte di tutti i suoi familiari, passa a voler essere partecipe, a voler fare qualcosa, ma anche a non accettare tutti i limiti imposti. Ed è qua che il vero Mark esce allo scoperto. Per il suo bene, come ama ripeterle, la obbliga, la insulta, la incolpa, la violenta, mentalmente e fisicamente. Fino a che lei, non ce la farà più.

La scena riproduce un bunker, lo si intuisce da una lunga scala a pioli che porta ad una ipotetica botola, da pareti di lamiere, da un letto a castello, da una cucina di fortuna, e da una cassa con varie scatole di chili. In scena, per tutto lo spettacolo, solo i due attori, Miriam Galanti e Federico Rosati, in un dialogo concitato e costante. Inizialmente potrebbe sembrare una commedia, dialoghi brillanti, battute, risate. Ma poi, le battute diventano cattive, avvilenti, dissacranti. E ci si ritrova in un crescendo di cattiveria, di sottili paure, di rabbia, di annientamento. Uno spettacolo che mette i brividi, che aziona sentimenti e riflessioni.

Non so se l’intento del regista fosse quello di far riflettere sulle violenze familiari, di cui ultimamente troppo spesso si parla. Eppure ci sono diverse similitudini; un bunker, un ambiente chiuso. Il “suo” bunker, mai si parla di nostro. Le regole, che sempre lui decide, per “il tuo bene”. Lui che decide quanto puoi mangiare, se puoi riscaldarti e sempre “per il tuo bene”. Anche il gioco, un’attività di svago, viene decisa e comandata da lui. E lei, dall’altra parte, accetta, prima per gratitudine, poi per noia, incapacità di uscire, di andare via, di lasciarlo. Ma poi, finalmente, arriva la ribellione, e sarà tragica. E il dopo è quello che lascia lo spettatore annichilito, è quello che resta dei due sopravvissuti al bunker, alla convivenza, alla violenza. Un nulla, da entrambe le parti, una disperazione totale, una vita persa, da entrambe le parti.

Gli attori sono stati bravissimi. Il tema trattato è difficile, è cattivo, da fastidio. La loro interpretazione è stata grandiosa. Oltre l’affiatamento e il ritmo delle battute, i loro volti trasmettevano le emozioni forti che interpretavano, le manie, la follia, la cattiveria, la rassegnazione, l’odio. Erano talmente immersi nella recitazione da apparire come trasfigurati. Me ne sono accorta solo al momento degli applausi, quando sul palco ho visto due persone quasi sconosciute. La differenza era nei loro tratti, distesi e sorridenti, a differenza della recitazione dove, immersi totalmente nei personaggi le loro facce riflettevano costantemente tutti i sentimenti espressi e non. Bravi. Veramente bravi.

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