Matteo Fasanella racconta Darkmoon

Matteo Fasanella porta in scena la poetica e i sentimenti di Giacomo Leopardi

Matteo Fasanella dirige lo spettacolo Darkmoon, liberamente tratto da Io venia pien d’angoscia a rimirati, un libro di Michele Mari sulle suggestioni fornite dal poeta e filosofo Giacomo Leopardi, con la sua poetica capace di affascinare ancora oggi molti giovani, ma anche dall’idea narrativa che nasce dalla mente dell’autore.

In scena al Teatrosophia, dal 4 al 7 aprile Sabrina Sacchelli, Nicolò Berti e Giuseppe Coppola racconteranno delle pagine inquiete del poeta, della sua voglia di vivere, della sua sensibilità, attraverso la storia di tre fratelli Salesio, Orazio e Pilla, ma anche attraverso un viaggio temporale, alternando onirico e realistico.

L’autore e regista del testo teatrale, Matteo Fasanella, racconta lo spettacolo, i personaggi e il suo lavoro che porta in scena l’anima, la poetica, l’amore per la vita di Leopardi.

Salve, come ha conosciuto il testo di Michele Mari e cosa l’ha colpita dello stesso?

Come tutti gli incontri più luminosi, quello con il romanzo di Michele Mari è frutto di una catena di fortunate coincidenze. La lettura di “Io venìa pien d’angoscia a rimirarti” mi ha entusiasmato da subito perché contiene in una raffinatissima forma letteraria i nuclei su cui si fonda il mio lavoro con la DarkSide LabTheatre Company.

Il nome che abbiamo scelto per la nostra compagnia è infatti la sintesi della nostra idea di teatro, dove la vocazione per il fermento creativo incontra l’interesse verso quell’oscurità in cui si celano verità profonde e nascoste, nuclei dell’essere umano.

Cosa, invece, ama del poeta Giacomo Leopardi?

La sua profondissima umanità, la sua fame di vita e di bellezza e la sublime lotta interiore con la propria sensibilità, dono e condanna. Leggere Leopardi significa rinnovare a ogni verso lo stupore e l’emozione verso l’essere umano, capace di estrarre bellezza dall’orrore, dal dolore per la consapevolezza della propria finitezza e della bestialità della propria natura.

L’opera di Michele Mari riesce a far emergere tutto ciò tramite un espediente letterario di incredibile efficacia e fortemente affine alla cifra stilistica del nostro teatro. Ho avuto la preziosa possibilità di un confronto diretto con l’autore, che ci onorerà della sua presenza il giorno della prima, il 4/4: prima dello spettacolo, alle 19:30, Michele Mari incontrerà il pubblico del Teatrosophia in dialogo con il critico e scrittore Simone Nebbia.

Se potessimo trasportare il Leopardi qui, oggi, tra i giovani internauti, come lo vedrebbe? Quali cambiamenti si potrebbero notare?

Mi viene in mente che questo esperimento che mi proponi è stato fatto da una nota pagina social che gioca proprio a immaginare Leopardi come fosse un ragazzo di oggi alle prese con whatsapp, social e commenti. Al di là del chiaro intento ironico, l’efficacia di alcuni di quei meme ci conferma che il poeta di Recanati continua a parlarci guardando negli occhi le nostre inquietudini. Come gestirebbe quelle odierne, non mi spingo a immaginarlo.

Penso però che, anche se il mondo cambia, l’essere umano continua a dover fare i conti con se stesso, con quei nodi cruciali della propria natura che solo menti brillanti come quella di Leopardi sanno mettere a fuoco. È chiaro che la cultura social, con la sua frenesia e superficialità, ne assottiglia e persino a volte travisa il pensiero, frammentandolo in citazioni che trascurano contesto, sottotesto, ritmo, voce… ma una traccia rimane, viva e pulsante.

Parlando dello spettacolo, di cui ha scritto la drammaturgia e diretto la regia, quali sono state le scelte stilistiche adottate?

Nella stesura della drammaturgia ho da subito individuato la necessità di una struttura ibrida, giocata sull’intrecciarsi di diverse linee temporali. Mari propone un Leopardi inedito ambientando la vicenda nel 1813, quando il poeta aveva solo 15 anni. Lo sguardo che lo racconta è quello di Orazio Carlo, suo fratello minore, e della sorellina Paolina. L’infanzia è il luogo del mistero e della scoperta, dell’entusiasmo e della paura, elemento centrale dello spettacolo.

La storia di DarkMoon è ambientata dieci anni dopo: diventa così fondamentale il ruolo della memoria, dei ricordi e delle consapevolezze che mutano. La cifra stilistica della messa in scena è quella ormai tipica della nostra compagnia: l’allestimento insiste sulla centralità attoriale accompagnata da una studiata drammaturgia sonora e dall’uso fortemente narrativo della luce.

Nello spettacolo i protagonisti sono tre fratelli Salesio, Orazio e Pilla. Chi e cosa rappresentano?

Salesio, Orazio e Pilla sono l’emblema della forza inossidabile seppur mutevole dei legami famigliari. Lo slittamento temporale rispetto alla storia narrata da Michele Mari mi ha portato ad approfondire questa tematica, attingendo alle biografie e alle opere di tutti e tre i fratelli Leopardi. Mi interessava proprio mettere a fuoco la natura dei legami famigliari e soprattutto l’impatto della crescita su questi rapporti di sangue, specchio della nostra identità che sa essere anche spietato.

Come ha lavorato con gli attori? Quali suggerimenti ha dato loro?

Il lavoro con gli attori ha avuto una prima fase di studio a tavolino, partito dalla lettura del romanzo e approdato all’approfondimento della drammaturgia. Successivamente è subentrato l’innesto della componente musicale che come dicevo ha un ruolo fondamentale nella messa in scena.

Il mio lavoro con gli attori è molto concreto e votato al palcoscenico: lascio che ognuno faccia il proprio percorso emotivo e mentale, purché lavori in totale ascolto degli altri. In questo caso in particolare era fondamentale che ci fosse una grande connessione, una stessa energia condivisa tra i tre protagonisti. Sabrina Sacchelli, Nicolò Berti e Giuseppe Coppola hanno lavorato in questa direzione con dedizione, professionalità e cura.

Nell’inquietudine di Leopardi, come si concilia il realistico con l’onirico?

La luna è la chiave di questo assottigliarsi dei confini. Protagonista di alcuni dei versi più affascinanti e inquieti del poeta, la luce della luna rivela il vero volto delle cose, ma le riveste al contempo di mistero…

Qual è il messaggio che vorreste far arrivare al pubblico?

Lo spettacolo contiene un grande numero di suggestioni poetiche, filosofiche ed emotive. Ma non ci piace che il teatro dia dei messaggi, delle risposte. Come DarkSide, crediamo in un teatro che sia esercizio di meraviglia per lo spettatore.

Ci piace l’idea di poter invitare il pubblico a questo gioco condiviso, per poi magari uscire dalla sala non con una risposta, piuttosto con una domanda: anche un solo piccolo, nuovo “perché?” sul proprio stare al mondo.

Grazie e in bocca al lupo!

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Sissi Corrado

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