Mio padre era un criminale nazista

Se l’incontro tra vittima e carnefice pretende giustizia, quello tra i discendenti chiede riflessione 

Capita qualche volta, ma sempre più raramente, che la tv pubblica trasmetta contenuti propri di un servizio pubblico. È capitato lunedì sera, certo ad un’ora impossibile alle 23.30, che una trasmissione di Speciale TG1, in collaborazione con Rai Cinema, abbia trasmesso un servizio in occasione del Giorno della Memoria, dedicato agli eredi dei criminali nazisti tedeschi e agli eredi italiani dei sopravvissuti della Shoah: “Alla ricerca delle radici del male” per la regia di Piero D’Onofrio e Israel Cesare Moscati. Il servizio è reperibile sul sito della RAI (Raiplay-GuidaTV/Replay).

Vedere le espressioni, a volte il pianto, di queste persone è stato terrificante ma nello stesso tempo pieno di umanità.

Per la prima volta discendenti delle “vittime” e dei “carnefici” si sono incontrate sui luoghi della Shoah (il campo di concentramento di Auschwitz o il Memoriale delle Fosse Ardeatine), si sono parlate, strette la mano, a volte abbracciate, proprio davanti ai forni crematori dove le persone “passavano per un cammino e adesso erano nel vento” (Guccini). Ma il perdono come hanno riconosciuto entrambi è altra cosa. Nessuno può perdonare nessuno. Solo Dio può perdonare. Noi, umani, possiamo solo comprendere quello che è successo e fare un percorso di riconciliazione. Un percorso che certamente non è facile né lineare come lo fu per gli “ebrei che uscirono dall’Egitto e si trovarono nel deserto, presero la strada più lunga; questo perché le scorciatoie sono un boomerang. Esattamente come nel processo di ricerca della propria identità… Dobbiamo evitare la retorica e le scorciatoie e rinnovarci” (Rav. Della Rocca)…..I discendenti dei carnefici e delle vittime hanno fatto un lungo percorso che è durato oltre ottanta anni.

Qualcuno questo percorso non è riuscito ad intraprenderlo ed è rimasto chiuso nel suo odio, che nessuno di noi può permettersi di giudicare. 

Commovente è stato l’incontro tra una giovane tedesca, nipote di un carnefice nazista, colui che decideva nel campo di sterminio chi doveva vivere e chi doveva morire, con Giulia Spizzichino, che nella Shoah, ha perso quasi tutta la famiglia. Davanti alle tombe delle Fosse Ardeatine sono state deposte 12 rose bianche, che volevano rappresentare i 12 apostoli. La tedesca cattolica e l’italiana ebrea si sono abbracciate davanti a quelle che un tempo furono nonni/e, padri e madri, cugini/e, che il nazismo considerava “pezzi” (Stücke) ai quali è stato marchiato a sangue un numero sull’avanbraccio, come Liliana Segre numero di matricola 75190, come Nedo Fiano numero di matricola A5405.

E da cattolica ha condannato il genocidio, affermando che, sebbene molti nazisti, e i suoi lo erano, si dichiarassero cattolici, per lei, questo rappresentava una bestemmia a quel Dio che entrambe pregavano. Molti si chiesero e ancora oggi si chiedono: ma dov’era Dio ad Auschwitz? Ma sarebbe più giusto chiedersi “dov’era l’uomo”, perché la responsabilità è tutta umana. Dove era l’umanità dell’Occidente che ha permesso una simile barbarie! E allora parlare di perdono, e questo il documentario lo ha ben sottolineato, attraverso le parole dei protagonisti, è tanto difficile quanto impossibile. Difficile perché, come è stato detto, riguarda la “colpa” e la sua “soppressione”. La colpa o il senso di colpa paralizza la persona sia se erede del carnefice che erede della vittima. La prima per il peso del male fatto, la seconda per il peso che porta dentro di sé di essere “viva” mentre la propria famiglia è stata sterminata. Perdonare poi comporterebbe la “soppressione” della colpa, che però non cancellerebbe il dolore fatto o subito. Ecco perché “perdonare” non solo è difficile ma anche impossibile. Dalle parole dei “sopravvissuti” figli o nipoti di nazisti e di deportati emerge tutta l’impossibilità di chiedere e dare perdono, mentre invece davanti a un male indicibile, il cui peso non può cancellare la storia, occorre avviare il percorso della riconciliazione. Il perdono, nelle parole di un’erede di un carnefice e di una vittima, non è possibile perché “la storia è lì e riaffiora sempre” e perché il peccato sta sempre davanti a chi lo ha commesso.

I giovani tedeschi, figli e nipoti, sono lacerati dalla loro storia famigliare. Come è stato possibile che quei nonni e quei padri tanto affettuosi in famiglia abbiano potuto compiere simili atrocità. “Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso”. (HannahArendt)

Per molti anni “quel periodo” è stato rimosso, chiuso dentro il silenzio famigliare. Forse pensando che fosse bastato il Processo di Norimberga a sbiancare un periodo intriso di sangue. Oggi le nuove generazioni si interrogano e interrogano la loro coscienza. Un interrogarsi che non deve limitarsi ai 6 milioni di ebrei uccisi perché come ci ricorda Woody Allen: “Non sono i 6 milioni di ebrei che mi preoccupano, è che i record sono fatti per essere battuti”.

I nazisti, secondo HannahArendt hanno commesso “un crimine contro l’umanità sul corpo degli ebrei”. E allora, ed è questo il messaggio che gli eredi dei carnefici e delle vittime ci mandano: partendo da noi, dalla nostra vita quotidiana, dobbiamo innanzitutto coltivare la nostra umanità.

E l’incontro tra un ebreo e un cattolico, tra un discendente dei nazisti e di uno dei deportati, ma direi fra persone senza essere necessariamente chiuse in categorie umane, religiose, sociali o politiche, deve servire a promuovere quella solidarietà umana che deve essere alla base di ogni società.

Ecco perché è importante che il “giorno della memoria” non sia solo un giorno, ma soprattutto che quei luoghi di dolore non vengano trasformati in “normali” gite. Per non trovarci a ripetere la frase di Woody Allen: “Ho litigato con due vigili. Stavano insinuando che Auschwitz fosse solo un Parco a tema”.

 

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Roberto Papa

“Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati”. (Bertold Brecht)

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