Persone naturali e strafottenti non troppo lontane da noi

Alla Sala Umberto di Roma arriva Persone naturali e strafottenti, tra cinismo e sconfitta sociale

Alla Sala Umberto lo spettacolo diretto da Giancarlo Nicoletti: Persone naturali e strafottenti, con Marisa Laurito, Giovanni Anzaldo, Livio Beshir e lo stesso Nicoletti. Un testo impegnativo che risulta ben diretto e da Nicoletti che accoglie la sfida di portare in scena un testo difficile e dai pareri contrastanti. C’è tanta amarezza, tristezza, strafottenza da sentire il dolore di una società che non trova la forza, o la voglia, di migliorare e migliorarsi.

Scritto da Giuseppe Patroni Griffi, il testo racconta di una sera di capodanno a Napoli, dove, nella stanza di Violante, arriva Mariacallàs, femminiello napoletano, che porta lì gli uomini con i quali intrattiene incontri casuali. Ma questa volta non si presenta sola, con lei ci sono due giovani, uno studente Fred e uno scrittore nero Byron.

Tutti è quattro rappresentano il disfacimento della società, non per il loro essere, ma per il modo con cui affrontano la vita. I loro sentimenti sono superficiali, contrastanti, votati al piacere, alla violenza, al denaro. Ognuno di loro appare come il simbolo di un ceto sociale che non ha trovato la forza e la voglia di pensare anche agli altri. Il dolore che emana dal testo ha così contaminato i protagonisti del racconto, che ha inasprito gli animi e questi si sono votati all’egoismo.

Se da una parte Violante prova compassione per Fred, è solo perché vuole evitare una denuncia, l’arresto, insomma, vuole evitare che la situazione possa risultare molto più disastrosa per lei, dall’altra le spiace che il giovane sia stato ferito dentro e fuori. L’egoismo è vivo nelle scelte dei protagonisti: Mariacallàs insoddisfatta è alla continua ricerca di qualcosa che non riesce a trovare e prova a ricercarla nelle cose materiali. Byron invece, è alla ricerca di vendetta verso una razza, quella bianca, colpevole di aver sottomesso la sua. Fred vuole vivere libero, ma non ha certezza di cosa significhi esserlo e Violante ormai vecchia, sfruttata e sola, odia gli uomini, colpevoli di averle fatto vivere una vita d’orrori.

Così, la sera di capodanno che dovrebbe invogliare al cambiamento, animare di speranza gli animi, per i quattro protagonisti è solo l’occasione per sviscerare le proprie frustrazioni riuscendo a far emergere il peggio di ognuno di loro.

In questo dramma tanto, forse ancora troppo attuale, si rispecchia la crudeltà della società, fatta di razzismo, invidia, strafottenza, tutti sentimenti che fanno decadere lo spirito umano.

Marisa Laurito dimostra, ancora una volta, di essere una grande interprete, instancabile e vigorosa. Il palco è la sua naturale casa, i suoi gesti una diretta corrispondenza per comunicare azioni e passioni. Il personaggio è suo e lo presenta a volte come la cattiva di turno, altre, in quei momenti di accortezza, nella vicina di casa simpatica, oppure nella donna scontrosa e affarista. È lei che strappa le risate del pubblico, già solo nel camminare sulle sacre assi del palco. In lei il fuoco di Napoli arde vivo trasportato in modo impetuoso in ogni dove.

Spavaldo, noncurante è Giovanni Anzaldo, che si muove con naturalezza e superficialità, regalando una decisa interpretazione, facendolo rispecchiare nel trasandato universitario dedito al divertimento più che allo studio. Ad un tratto ci si domanda se nella vita quotidiana sia proprio così.

Livio Beshir si aggira sul palco con aria spavalda e prepotente con i suoi atteggiamenti e lo sguardo così sfrontato da irritare per il suo atteggiamento. L’attore si cala perfettamente nella parte riuscendo a farsi detestare dall’inizio alla fine dello spettacolo.

Strafottente, noncurante, egoista, e potremmo continuare ancora per descrivere Giancarlo Nicoletti, che interpreta il femminiello napoletano. A volte un po’ eccessivo, solo come possono essere alcuni personaggi, ma diviene difficile poter fare affidamento su di lui. Ci fa ricordare perennemente il suo vivere da amante d’alto borgo, ormai decaduta.

Regia precisa, tempi giusti sia per raccontare il dramma dei personaggi, sia nei monologhi che negli scambi. Lo stesso per permetterci di fare delle sincere risate. Giusta la scelta della canzone Dove sta Zazà, cantata da Gabriella Ferri, malinconica ricerca di qualcosa che si è perso e che si è certi di non ritrovare più. A Nicoletti si deve il coraggio di osare sempre, in maniera diversa, per portare il teatro all’attenzione di un pubblico non sempre attento e preparato su testi impegnativi e ricchi di spunti.

Sissi Corrado

Responsabile del Blog Interessi tanti: lettura, scrittura, teatro, cinema, musica, arte, collezionismo, sociale, ecc.

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