Pubblicato il: 21 Gennaio 2020

Progetto Auschwitz

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Progetto Auschwitz

un momento anche per riflettere sul periodo che stiamo attraversando

Due eventi caratterizzeranno questo fine settimana per ricordare la Shoah.

A San Vito Romano al Teatro Caesar, organizzata da Marco Ulisse Patrignani, sarà allestita  una mostra fotografica su Auschwitz realizzata dal prof. Franco Borgioni con gli alunni dell’ITIS “G. Boole” di Genazzano che resterà aperta il 27 e 28 gennaio dalle 8,30 alle 13.00 e domenica 26 dalle ore 16 alle 20. La mostra, con foto scattate durante un viaggio della Memoria nel 2009, intende ribadire l’impegno nel mantenere viva la memoria, oggi più che mai. Per le scuole del territorio nei giorni 27 e 28 è previsto anche lo spettacolo “Olokaustos 1944” tratto dal “Il Dolore” di Marguerite Dumas e “La Specie Umana” di Robert Atelme. 

A Palestrina all’Auditorium la compagnia dell’Allegra Brigata, con la direzione artistica di Poerio Lulli, il 25 (ore 21) e 26 (ore 17) metterà in scena, su una sceneggiatura originale dello stesso Lulli, “Progetto Auschwitz” che partendo dal Processo di Norimberga, svilupperà il tema della “banalità del male”. Di Eichmann la Arendt scriverà “Non era stupido: era semplicemente senza idee (una cosa molto diversa dalla stupidità), e tale mancanza di idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo”

Sapere cosa successe tra il 1939 e il 1945,  in cui circa 6 milioni di Ebrei vennero sistematicamente uccisi dai nazisti del Terzo Reich, spesso purtroppo per quanto riguarda le deportazioni avvenute in Italia, anche con la collaborazione dei fascisti italiani che avevano aderito alla Repubblica Sociale Italiana, aiuta a essere più consapevoli di che cosa sta accadendo ai nostri giorni.

Liliana Segre nelle sue memorie scrive “Ma il colpo più duro fu quando capimmo che i più zelanti fra i nostri aguzzini non erano i nazisti. Erano gli italiani” (da Segre “La memoria rende liberi”, Rizzoli, pag.90).

Progetto Auschwitz locandina

Oggi a vent’anni dalla promulgazione della legge n. 177 del 31 luglio 2000, che istituì la “Giornata della Memoria”, il rischio è che la data del 27 gennaio diventi “terra di nessuno”. Un luogo della nostra memoria collettiva vuoto, se ognuno può dirvi e farvi ciò che gli pare: dal definire la solidarietà a Liliana Segre come “divisiva, o quando figure istituzionali come i sindaci, che hanno giurato sulla Costituzione Italiana, proclamano l’equivalenza fra i partigiani che combatterono per la libertà e quelli della Repubblica di Salò che si battevano insieme agli occupanti tedeschi per soffocarla. O ancora nel voler riproporre l’eterna retorica della “memoria condivisa”, quella memoria che in nome dell’unità del paese vuole rimuovere ciò che accadde in quegli anni, quando due Italie si scontravano e si combattevano sulla spinta di valori (la libertà e la democrazia) e disvalori (l’oppressione e la dittatura) contrapposti. Ha vinto la prima Italia e la sua vittoria fu la vittoria di tutti (ancora oggi la destra chiede la “pacificazione”, dimenticando che questa avvenne con l’amnistia concessa da Togliatti, promulgata con decreto presidenziale 22 giugno 1946, n.4, permettendo a molti fascisti di non pagare, come avrebbero meritato i propri crimini e che molti di loro ripresero le funzioni che avevano sotto il regime (prefetti, questori, magistrati, poliziotti) o rientrando nel Parlamento repubblicano come il Movimento Sociale Italiano, fondato il 26 dicembre 1946 da ex reduci della Repubblica Sociale Italiana.

La storia del dopoguerra è purtroppo ben nota e ancora oggi epigoni di quel regime hanno rialzato la testa, la “seconda Italia” è ritornata o tenta di ritornare al potere, e non solo ha ripreso la parola ma ha ricominciato a dettare l’ordine del discorso su momenti della storia, questi si “divisivi”: la Shoah (27 gennaio), la Resistenza e la Liberazione (25 aprile). Viene invocata una ricomposizione delle fratture, in realtà per neutralizzare le differenze fino a tentare di rovesciarne il segno (sinistra uguale a destra, repubblichini uguali ai partigiani).

Il Giorno della Memoria viene istituito “al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati” (art.1 legge cit.).

Progetto Auschwitz” sono due eventi per ricordare la Shoah che può diventare un momento anche per riflettere sul periodo che stiamo attraversando, funestato da sempre più frequenti atti di intolleranza antisemita, dal venire meno di testimoni che quei terribili eventi hanno vissuto, dal fatto che Liliana Segre, scampata ai forni crematori, viene percepita da una parte del popolo italiano come “divisiva”.

A pensarci bene Liliana Segre come Terracina, come Modiano sono effettivamente “divisivi” perché sono un confine fra la vita e la morte, fra chi crede nella dignità dell’uomo e chi la dignità calpesta e non solo con le camere a gas, ma anche con l’odio, con l’alzare muri, fra chi divide gli esseri umani in Noi e Loro in base alla religione, al colore della pelle, alla fede religiosa, all’etnia.

shoah 2020 locandina

La storia ha la funzione di ricordare, per cercare di evitare che il passato ritorni. Lo studio della storia e anche le sue rappresentazioni drammaturgiche, come nel caso di Progetto Auschwitz, hanno la funzione di dare un senso e un significato al nostro presente.

Lo storico Marc Bloch alla domanda “a che serve la storia” risponde che la storia analizza “il passato in funzione del presente e il presente in funzione del passato”.

Il filosofo francofortese Herbert Marcuse ha scritto:

“Se la tolleranza democratica fosse stata ritirata quando i futuri capi cominciarono la loro campagna, l’umanità avrebbe avuto la possibilità di evitare Auschwitz e una guerra mondiale”

Pensiero che dimostra che la tolleranza in presenza dell’intolleranza altrui (in questo caso dei nazifascisti) deve essere combattuta sul nascere per un motivo banale: poiché l’intolleranza punta a diventare egemone. Nessun uomo esprime un’opinione per il gusto di farlo. Anche la persona più ininfluente che sostiene posizioni razziste e xenofobe vorrebbe che la sua visione del mondo venga imposta alla realtà sociale, e farà di tutto per supportare le persone più influenti di lui con la possibilità di farlo.

Così sono nati i “fascismi” del passato così nascono oggi i “nuovi fascismi” che in un linguaggio politicamente corretto chiamiamo “sovranisti” o “primatisti”.

I due lavori teatrali sulla Shoah si proiettano fino al nostro presente con una forma drammaturgica che, facendo le debite differenze, ci  riporta al lontano 1965 quando il drammaturgo tedesco Peter Weiss mise in scena “L’Istruttoria. Oratorio in undici canti” dove viene rappresentato il processo a nazisti e funzionari di Auschwitz, che si svolse a Francoforte tra il 1963 e il 1965. Anche lì il passato è solo una delle dimensioni dell’oratorio, l’altra è quella di un presente in cui quel passato è rivissuto che fa dire che “Auschwitz continua ancora dentro e intorno a noi” e che Gobetti descrive come  “autobiografia della nazione” che è dura a morire, cova sotto la cenere, riemerge periodicamente in forme nuove, inedite e impreviste.

Giudice: Vide le ciminiere in fondo alla banchina, il fumo il riflesso delle fiamme

Testimone: Si vidi il fumo

Giudice: E cosa pensò

Testimone: Pensai che erano panifici. Avevo sentito che cuocevano pane notte e giorno. Era un lager molto grande.

(da: L’Istruttoria)

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