Recensione: Yukonstyle al Teatro Studio Uno

Al Teatro Studio Uno di Roma, è andato in scena “Yukonstyle”, spettacolo scritto dalla drammaturga canadese Sarah Berthiaume, tradotto e diretto da Gabriele Paupini. In scena Marianna Arbia/Yuko, Marco Canuto/Dad’s, Benedetta Rustici/Kate, Lorenzo Terenzi/Garin.
La trama ci porta nello Yukon, luogo ai confini con le terre di ghiaccio. Qui si intrecciano le vite di 4 persone, vite solitarie e dolorose: un lavapiatti orfano di madre, che patisce la scomparsa misteriosa della stessa; una giapponese in fuga dai suoi simili e da un doloroso rimpianto: aver scelto la felicità per qualche ora. Un padre straziato dal non aver capito di essere tale e dal non aver potuto fare nulla per la morte della madre di suo figlio. Una ragazza ingenua e dolce che cerca solo amore, trovando, invece, altro. Ma la loro reciproca conoscenza ed unione, nonostante tutto, li aiuterà a superare le loro paure e i loro dolori, cercando una via d’uscita dal loro isolamento.
Scenografia essenziale, 2 bancali con dei cuscini, 2 stereo portatili e dietro un muro a lavagna su cui scrivere, per sottolineare in caratteri diversi e con diversi colori, i cambi di scena. Sono poi gli attori con la loro bravura a farci immaginare il freddo Yukon, un posto così gelido che limita la vita sociale e che attanaglia le membra e l’anima. Sono sempre gli attori che ci portano con i monologhi, scritti e recitati benissimo e la mimica facciale, all’interno del dolore che vivono i protagonisti e a farti capire il passato, con un cambio di abiti, di pettinatura e di gestualità. A cornice di tutto, la musica di Neil Young.
Un dramma che porta con se la speranza di un cambiamento, dovuto alla fiducia nell’altro, all’amore e all’amicizia. Un cambiamento che si vive e si percepisce nel corso dello spettacolo e alla fine, attraverso gli occhi della ragazzina che dopo stracci, nuvole, freddo, neve, patatine schiacciate, vede il sole, simbolo di un futuro … prospero.
Complimenti agli attori, veramente bravi, come già detto, in particolare Lorenzo Terenzi, capace di farti saltare sulla sedia dallo spavento per uno scatto d’ira di Garin.





