Terremoto dell’Irpinia, una ferita lunga 40 anni

La lenta ricostruzione dell’Irpinia, 40 anni dal terremoto del 1980
Il 23 novembre del 1980 alle ore 19.34, in una tranquilla domenica calda, una scossa di terremoto pari a magnitudo 6.9 (decimo grado della scala Mercalli) colpì la Campania e la Basilicata, facendole cadere in un baratro. La scossa fu avvertita fino alla Pianura Padana verso nord e in Sicilia verso sud. A distanza di pochi minuti, ci furono altre due scosse che continuarono a portare morte e distruzione. La terra inghiottì palazzi, ne fece crollare altri, ci furono voragini. Interi paesi furono rasi al suolo, decine e decine di persone uomini, donne, bambini, rimasero intrappolate sotto le macerie. Il simbolo della tragedia fu il crollo del tetto della Chiesa Madre di Balvano, in provincia di Potenza e che uccise 66 persone, per la maggior parte bambini e ragazzi, una tragedia immane che resta indelebile nel cuore di tutti.
I morti furono quasi tremila, più di ottomila i feriti e 300mila i senzatetto. Ancora oggi è considerata la scossa più tremenda che ha colpito l’Italia dal terremoto del Belice in Sicilia. I paesi colpiti dalla scossa furono 506 tra le province di Avellino, Benevento, Caserta, Matera, Foggia, Napoli, Potenza e Salerno.
La potente scossa, che aveva colpito l’Irpinia, aveva isolato piccoli paesi, zone di montagna, dove i soccorsi non arrivarono immediatamente. La macchina partì con gravi ritardi, furono gli stessi cittadini che cominciarono a scavare a mani nude, con ogni mezzo e con fatica, alla ricerca dei propri cari rimasti sepolti da una coltre di calcinacci e pietre. Una corsa contro il tempo, tra i continui movimenti della terra, nel freddo dell’inverno che avanzava e la neve.
Le immagini girate dai giornalisti che accorsero nei luoghi del disastro, mostrano la disperazione, la solitudine di persone che non riuscivano a capacitarsi di ciò che era accaduto e nemmeno a comprendere perché non arrivassero i soccorsi. Lo stesso Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, denunciò i ritardi, a 48 ore dalla scossa mancavano gli aiuti e i viveri. Fu lo stesso Presidente che denunciò tutto, ricordando le parole di alcuni abitanti dell’Irpinia, dove lui era andato immediatamente, che ringraziavano soldati e carabinieri che si erano privati del pasto per donarlo alle popolazioni che non avevano di che nutrirsi. Non solo, Pertini disse che si sarebbe dovuti intervenire per punire chi non aveva provveduto a inviare aiuti, ad organizzare i soccorsi, come era accaduto al prefetto di Avellino, perché, a distanza di giorni, c’era ancora tanta gente da salvare, ma non vi erano gli strumenti per poterlo fare. Dalle macerie, nei giorni successivi, infatti, si potevano sentire i lamenti e le richieste di aiuto di chi era rimasto sepolto, mentre non si riuscivano ad organizzare ancora i soccorsi. Una tragedia immane che vide il sud abbandonato in una lentezza che continuò nel tempo. Gli sfollati dovettero attendere a lungo prima di essere sistemati, prima in tende e nei vagoni ferroviari, poi in roulotte, quindi in container e infine in prefabbricati che per anni divennero abitazioni in cui abitare.
Il terremoto dell’Irpinia è forse il caso più eclatante della lentezza dei soccorsi, ma anche della ricostruzione: 40 anni per ricostruire interi paesi andati distrutti, ma è anche il caso più eclatante di sciacallaggio avvenuto nelle zone terremotate, ruberie di soldi che erano stati stanziati per la ricostruzione e che non arrivarono mai a destinazione. La Commissione parlamentare d’inchiesta, nel 1991 ne contò oltre 50mila miliardi di lire, destinati all’industria, alla ricostruzione, che non arrivarono mai e che andarono ad incrementare i ritardi della ricostruzione, senza contare le tante macchinazioni e i brogli che avvantaggiavano chi non aveva subito danni, a discapito di chi, invece, si ritrovava nella condizione di non possedere una casa.
Inchieste che si sono protratte per anni. Ma oggi, è il giorno del ricordo, oggi vogliamo ricordare le tante vittime, i bambini, le donne, le mamme, i giovani, gli anziani che hanno perso la vita. Vogliamo ricordare i superstiti, che sono rimasti traumatizzati da un evento difficile da dimenticare, che è rimasto negli occhi, e nei ricordi, con i suoi boati, la terra che trema, la paura, e i soccorritori che sono accorsi, i giovani soldati e che si sono prodigati per aiutare chi aveva bisogno, perché quelle persone potevano essere la loro famiglia.
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