Pubblicato il: 12 Dicembre 2019

Trapanaterra, il sud della sconfitta?

In Recensioni

è una riflessione sulle “radici”

Allo Spazio Diamante è andato in scena uno spettacolo dai contorni malinconici, riflessivi, tanto veri e sentiti quanto impegnativi, ma mai monotono: Trapanaterra di Dino Lopardo con lo stesso Dino Lopardo e Mario Russo.

Argomento principe di questa pièce è l’emigrazione, quella italiana, quella che coinvolge tantissimi giovani del sud che lasciano le loro terre alla ricerca di un lavoro, di una vita migliore, qualcosa che il territorio non riesce ad offrire e non da oggi, ma da molti anni. Come dice lo stesso autore “è una riflessione sulle “radici” di chi resta e di chi parte”, è riuscire a scoprire cosa accade realmente.

Quello che avviene in scena è il ritorno di uno di quei figli nella sua terra, dopo anni passati al nord, in Europa, in giro per il mondo, un mondo che ha dato e che ha tolto. Il ritorno, infatti, non è dei migliori, perché non è quello di chi ha conquistato qualcosa, è diventato famoso, è diventato ricco. no, è solo il ritorno di qualcuno che ha cercato, ma alla fine ha deciso che era meglio tornare a casa dalla propria famiglia.

Lo scontro tra chi torna e chi è restato è inevitabile, come lo è con ciò che è rimasto della propria terra. In questo caso specifico, il ritorno di un fratello e anche occasione per riflettere su cosa è cambiato, cosa si è perduto o acquisito nel tempo. È uno scontro tra chi sostiene che restare è più duro e faticoso e chi sostiene il contrario.

Uno spaccato che accomuna tante generazioni di giovani che si trovano alle prese con la scelta di lasciare o restare il proprio paese natio, con una consapevolezza, non lusinghiera del resto, che una volta tornati, si scopre che lì il tempo non è passato, lì nulla è cambiato. O forse no, c’è solo uno sfruttamento del territorio maggiore. Dalle parole dei due attori si scopre che la cosa sfruttata di più è solo la loro terra, sono solo le persone. Trapanaterra non e solo la raffigurazione della ricerca spasmodica del petrolio in Basilicata, ma è la lavorazione dei metalli a Taranto in Puglia, la scelta di trasformare il territorio campano in discariche abusive, la volontà di lasciare un territorio dopo averlo massacrato.

Trapanaterra è uno spettacolo che unisce la voglia dei giovani di cambiare, ma anche la consapevolezza che questo cambiamento ha bisogno di persone che si impegnino maggiormente, che ci sia maggior interesse verso le varie questioni. Un racconto poeticamente triste, con un risvolto doloroso, malinconico data l’assenza del cambiamento, di una rinascita.

In scena due attori che riescono a trasmettere al pubblico una serie di emozioni forti, decise, con qualche momento di pathos che assorbe soprattutto chi da quelle terre abbandonate a se stesse, è andato via. Lo senti quando s’intona la nenia, una ninna nanna che il pubblico canticchia sottovoce.

Qui mi rifaccio sempre all’autore che sottolinea “un paese di musica e musicanti dove non si canta e non si balla più, nemmeno ai matrimoni”.

Ma c’è anche una scenografia interessante, dove tubi di metallo (una impalcatura) si trasformano in musica e nascondono al loro interno strumenti musicali, attrezzature sonore che danno voce al lavoro, alla storia, ai personaggi, alle emozioni. Lì ti accorgi dell’accuratezza dei dettagli, del lavoro, dell’impegno per far entrare un insieme di sguardi, di emozioni. La parola che sento più vicina a questo spettacolo è proprio emozione. 

Bel testo da cui escono parole forti e decise, bello spettacolo, bravi tutti. 

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