Perché Sanremo è Sanremo.

In questa settimana che vede in scena lo spettacolo sanremese, l’Italia si ferma. Allontana preoccupazioni personali, problemi di tipo economico, non si preoccupa delle piogge e del freddo che ci hanno dato per settimana argomenti di discussione, poco importa se al largo del mare di Sicilia ci sono ‘turisti’ che tentano di sbarcare in Italia, o un’altra moglie è stata uccisa dal suo consorte per eccessivo amore. Giornali e televisione dedicano ore, ore e ore alla kermesse sanremese. ‘Hai sentito la canzone di Cristicchi?’; ‘ma niente niente Bisio ha una relazione con la Raffaeli?’; ‘ma quanto è bono il figlio di Boccelli’; ‘ma com’era vestita male la Bertè!’

Insomma noi italiani dobbiamo avere di che parlare, di che criticare.

Ma io vorrei invece trattare l’argomento che mi sta a cuore: i look di Sanremo. Non voglio criticare, oltretutto farlo all’indomani di una singola serata sarebbero critiche povere e insensate.

Mi soffermerò su come l’approccio ai look sanremese, in questi anni, è cambiato. Mi verrebbe da creare un taglio netto tra prima e dopo il 2000.

Tutto ciò che nella ‘moda’ sanremese è avvenuto prima del 2000 ha fatto la storia del costume, tutto ciò che è avvenuto dopo, ha riempito pagine di giornali, siti internet, bocche di pettegoli e, in tutte e tre i casi, la durata è stata quella che va da ‘Natale a Santo Stefano’.

Prima i cantanti della kermesse lanciavano delle mode, erano stilisti di se stessi, certo supportati da sarti, ma indossavano abiti perfettamente cuciti sulla loro personalità.

Le casalinghe di Scordia (Catania) aspettavano ansiose di vedere i cantanti sul palco dell’Ariston per poi ‘rubare’ il vestito anni 60 delle ‘Mille bolle blu’ di Mina, il taglio di capelli che ‘nessuno poteva giudicare’ di Caterina Caselli, il colore della chioma di Milva. Il look androgino di Anna Oxa, il suo trucco eccessivo sugli occhi noi adolescenti lo sfoggiavamo a Carnevale che arrivava sempre subito dopo Sanremo. Il giubbotto rosso di pelle sulla gonna di tulle bianco della ‘non signora’ Loredana Bertè che ha sdoganato l’uso del tessuto adoperato solo per abiti da sposa. Si lanciavano mode, tendenze, azzardi stilistici, ma erano propri degli artisti e il pubblico apprezzava, si inspirava a loro, li imitava. E potrei ancora scrivere e riportare modus delle epoche sanremesi ‘passate’.

Dal 2000 tutto è cambiato. L’artista viene vestito da un marchio: Armani, Valentino, Cavalli, Dolce Gabbana. Vestiti prestati dalle case di moda per farsi pubblicità, indurre il telespettatore ad acquistare quel capo di abbigliamento. Fine del divertimento creativo, fine dell’imitazione del look dei big, ma solo vetrina tipo boutique.

Per fortuna continua a sopravvivere l’unicità delle canzoni protagoniste dell’evento sonoro, una diversa dall’altra, nessuna omologazione, nessuna ripetizione, suoni e parole in continua evoluzione, al passo coi tempi, ma che faranno storia, che resteranno nella storia. Da ciò la creatività dovrebbe trarne insegnamento, il palcoscenico sanremese con i suoi protagonisti dovrebbe ritornare a dettare mode, look sia per la casalinga di Scordia, ma anche per la studentessa di Bolzano, per la manager di Milano, perché ‘Sanremo è Sanremo’.

Arianna Alaimo

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