Verita’ e Giustizia. Non vendetta

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Oggi non serve vendetta, ma se vogliamo che quelle storie che sono la nostra storia, con la quale dobbiamo fare i conti, non siano state inutili, dobbiamo percorrere la difficile strada della “verità e della riconciliazione”

In questi giorni sono risuonate parole che pensavamo coperte dalla polvere del tempo: terroristi rossi, anni di piombo. Per chi ha meno di quarant’anni queste sono parole di cui spesso non ne conoscono neppure il significato ma che oggi ha fatto risuonare nuovamente una “bava giustizialista”, soprattutto a destra, con la Meloni che ci ricorda che “Quello che è successo in Italia negli anni di Piombo non si cancella ed è arrivato il momento di dare ai familiari delle vittime le risposte che aspettano da decenni” dimenticando che dentro quegli anni ci stavano molti che venivano dalla “sua” destra e di cui oggi sembra che siano caduti in un oblio perenne. Ma non si sono risparmiati neppure a sinistra, una sinistra che legge gli anni dalla fine dei sessanta agli ottanta, come un susseguirsi di delitti, sorvolando che in quel periodo l’Italia era attraversata da forti tensioni sia a livello nazionale che internazionale. Per chi quegli episodi ha vissuto sono ancora ferite aperte. Stiamo parlando di fatti accaduti dal 1969 al 1990. Molti furono episodi di sangue, che venivano chiamati delitti politici perché chi li ha compiuti era mosso da un’idea politica e gli obiettivi erano “obiettivi politici” a detta di chi quei gesti commetteva. Oggi dopo quarant’anni, riesumiamo dolori e passioni senza tener conto del clima sociale, politico dentro cui quei fatti si svolgevano. E’ la tecnica del canocchiale cioè quando su di un ampio discorso ci si focalizza su una piccola parte. Così facendo si dice apparentemente la verità, poiché quello che viene detto non può essere messo in discussione, tuttavia il tutto è falsato, in quanto la verità non è solo una parte ma si compone di tutta la verità e del giusto rapporto fra le parti.

Allo Stato spetta il compito di perseguire i reati e individuare i colpevoli. Alla Politica spetta il compito, per poter guardare al futuro, di chiudere quegli anni, non mettendoci una pietra sopra, ma facendoci i conti, vista ormai la distanza che da quei fatti ci separa.

Chi ha vissuto quegli anni, belli e terribili allo stesso tempo, dimentica come molti di noi si opposero politicamente alle scelte di lotta armata che invece altri, magari nostri compagni e amici, decisero di intraprendere. Non ”compagni che sbagliano” ma uomini e donne, che noi combattevamo con l’arma della politica, avendo fiducia che solo le lotte sociali  potevano cambiare l’ordine delle cose esistenti. Qualcuno scelse non le armi della critica ma la critica delle armi, che significava “sparare”.  Per qualcuno la voce non bastò più e allora si cominciò ad alzare il grilletto della P38. Ma questo è solo una pagina drammatica di quegli anni che si identifica con le formazioni di estrema sinistra, di cui oggi nell’immaginario rimane il simbolo a cinque punte delle Brigate Rosse e della foto iconica del condannato Aldo Moro nella prigione del popolo. Ma se guardiamo al retro di quella pagina ne troviamo altre altrettanto drammatiche che per numero di morti certamente sopravanza la prima. Lì vi troviamo le formazioni di estrema destra, che non furono un fenomeno di spontaneismo rivoluzionario come per le formazioni di estrema sinistra, ma agì su impulso, quando non direttamente manovrato, degli apparati deviati dello Stato, dentro cui agivano uomini legati alla storia del fascismo italiano, sconfitto appena trent’anni prima, da centrali internazionali che la desecretazione di molti atti oggi sta portando alla luce.

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Certo leggere la prima pagina di Repubblica che titola “Anni di piombo ultimo atto” lascia un po’ di amaro in bocca. Perché è come se quegli anni “di piombo” furono tutti attribuibili alle formazioni di estrema sinistra (BR in testa) e con un tratto di penna si cancellano i tanti omicidi, le tante stragi commesse dalle formazioni destra e di cui molti militanti oggi godono una sostanziale “impunità. E’ già accaduto nel passato con i criminali nazisti e fascisti.

Dei “rossi” e delle loro azioni sappiamo ormai tutto o quasi, e ogni anno escono nuove rivelazioni come per il processo Moro, di cui tra i tanti consiglio la lettura del libro di Simona Zecchi “La criminalità servente nel Caso Moro”.

Dei neri e delle loro azioni è come se fossero coperte da una cappa di silenzio (omertà) forse perché dietro quelle azioni si muovevano uomini dello Stato, dell’intelligence nazionale ed estera, la massoneria, centrali finanziarie, e ciliegina sulla torta la mafia e la delinquenza comune (come la Banda della Magliana). Insomma rimaniamo pur sempre il Belpaese delle stragi impunite a cominciare dalla prima, quella di Portella della Ginestra del 1947.

Mario Calabresi, figlio del commissario Calabresi, ha postato sulla sua pagina fb, la foto di due donne, due mogli, due madri e ora due vedove, Licia Rognini, vedova dell’anarchico Pinelli e Gemma Capra, vedova del commissario Calabresi, ed è la migliore risposta alla tanta “bava giustizialista” di oggi per l’arresto in Francia di uomini e donne le cui storie “maledette” si perdono nel buco nero degli anni settanta e ottanta. Un buco nero dove non solo quei sette sono precipitati, ma centinaia, di chi allora, giovane, pensava, sbagliando, di conquistare il potere attraverso la “critica delle armi” in nome della classe operaia.

Fummo allora fieri avversari di un pensiero che sapevamo perdente e che oltre a lasciare sul terreno molte vite umane, avrebbe avuto come conseguenza un restringimento delle libertà per noi democratiche, per loro borghesi.

Oggi non serve vendetta, ma se vogliamo che quelle storie che sono la nostra storia, con la quale dobbiamo fare i conti, non siano state inutili, dobbiamo percorrere la difficile strada della “verità e della riconciliazione”

Oggi a cinquant’anni dalla strage di Piazza Fontana è venuto il tempo ci chiudere con la strategia della tensione e con gli anni di piombo. Forse una strada percorribile è quella della “verità senza vendetta” che è stata seguita dal Sudafrica di Nelson Mandela per chiudere una storia passata e fare i conti con il proprio passato. Mandela istituì una “commissione per la verità e la riconciliazione” che affrontasse sia il tempo della giustizia che quello della memoria per giungere ad un momento di riconciliazione. A presiedere la commissione fu l’arcivescovo Desmond Tutu che per prima cosa ha dato la parola alle vittime restituendo loro la dignità e di fronte ai loro racconti portare l’intera collettività nazionale a riflettere su quanto era accaduto, sui delitti di cui furono vittime e dei tanti torti subiti, anche del silenzio, non solo degli uomini ma soprattutto delle istituzioni, che troppo spesso ha avvolto queste persone. Ai colpevoli (mandanti ed esecutori) per poter accedere all’amnistia veniva richiesto di raccontare tutta la verità dei fatti di sangue commessi, come forma di pentimento personale e di perdono verso le vittime. Per le vittime è riconquistare la propria di dignità nel ricordo dei propri cari. Per i colpevoli è rientrare nella collettività umana consapevoli del male fatto.

Ecco questa non è vendetta ma senso di giustizia prima nei confronti delle vittime e poi verso i colpevoli che attraverso questo percorso di verità chiudono i conti con la loro storia. Per poter guardare al futuro occorre prima di tutto fare pace con il proprio passato. Mandela ci ricorda che “La pace non è un sogno, può diventare realtà, ma per custodirla bisogna essere capaci di sognare” e lui ne fu capace, riconciliando il suo  popolo nel nome della verità.

Riconciliazione che in Italia non è avvenuta dopo la caduta del fascismo quando a poco più di un anno dal 25 aprile 1945 Togliatti dispose l’amnistia a cui poi seguirono ulteriori modifiche che ampliarono, a tre anni dopo la fine della guerra, i reati amnistiati. Un’amnistia che non comportò anche per chi aveva compiuto fatti di sangue, né la confessione di quanto fatto né la richiesta di perdono alle vittime. Fu un’amnistia che permise subito dopo la costituzione di un partito il MSI, formato dalla maggioranza di ex fascisti e collaborazionisti amnistiati, non prevedendo l’esclusione dalle cariche pubbliche di chi aveva collaborato con il regime fascista e le cui conseguenze si protrarranno nei decenni successivi in piena repubblica democratica e antifascista. Uomini e donne che commisero efferati crimini di sangue e che non furono mai sottoposti a quello che toccò ai nazisti tedeschi con il Processo di Norimberga e nemmeno ad una commissione di “verità e riconciliazione”. Ecco che allora le parole della Meloni, il cui partito è un’evoluzione nel tempo del MSI, sanno di ipocrisia.

E allora chiediamoci che senso abbia a distanza di 40, 50 anni mettere in piedi un’operazione che, al di là delle persone, della loro età, di vite ormai ricostruite e tenute lontane da qualsiasi azione criminale,  ha il sapore di una vendetta servita a freddo dopo decenni, con un paese la Francia che rompe quel patto sottoscritto con la “dottrina Mitterand”, che ha permesso a molti di trovare rifugio in un paese che li ha accolti purché  non avessero commesso direttamente azioni di sangue.

Come Giorgio Pietrostefani, ormai un anziano e malandato signore di 78 anni, che insieme a Adriano Sofri fondò Lotta Continua e fu condannato a 22 anni come mandante con l’accusa del reato comune di concorso morale per l’omicidio del commissario Calabresi e la cui pena sarebbe andata in prescrizione nel 2027.

Oggi quegli uomini e quelle donne, diversi da quello che erano 40 o 50 anni fa, sono chiamati a scontare una pena che non ha più nulla della sua funzione rieducativa volta al reinserimento nella società. Una pena che non guarda al futuro di questi uomini e donne, ma è solo la vendetta di uno Stato, che continua a volgere lo sguardo al passato,  e che finalmente si riappropria della loro vita e a cui dovrà dara una risposta: per farne cosa? Draghi ha detto “La memoria di quegli atti barbarici è viva nella coscienza degli italiani”, ma siamo proprio sicuri, che al di la dei parenti delle vittime spesso dimenticate proprio da questo Stato che ora si fa vendicatore, gli italiani abbiano memoria di quegli anni o invece su quegli anni non sia stato calato un pesante velo di silenzio per le troppe verità scomode che si sarebbero dovute raccontare?

Roberto Papa

“Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati”. (Bertold Brecht)

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