Andrea Pergolari racconta Sabina

In scena al Teatro Le Sedie lo spettacolo Sabina

Sabina è lo spettacolo scritto da Andrea Pergolari, in scena il 3 e 4 febbraio al Teatro Le Sedie di Roma, per la regia di Massimiliano Pazzaglie, in scena Gioia Montanari e Anna Elena Marroccoli. Uno spettacolo che racconta di Sabina Spielrein, donna, paziente e poi psichiatra.

Per conoscere meglio lo spettacolo e la figura femminile che l’ha ispirato, ho parlato con l’autore, Andrea Pergolari a cui rinnovo il benvenuto qui, sulle pagine di CulturSocialArt.

Ciao Andrea, il prossimo spettacolo che andrà in scena al Teatro Le Sedie è Sabina, che parla di Sabina Spielrein, psichiatra, di cui tu ne sei l’autore. Come hai conosciuto la storia e cosa ti ha colpito?

È un testo scritto diversi anni fa e già andato in scena diverse volte, quello odierno è il terzo ciclo di repliche. In realtà nasce da un’esigenza della protagonista dello spettacolo, Gioia Montanari, che mi espresse il desiderio di raccontare in scena la storia di Sabina Spielrein. Conoscevo la sua figura, ma superficialmente, perché la sua storia è stata raccontata in un paio di film, a inizio degli anni 2000. Così sono andato a studiarmela, leggendo le biografie che sono state scritte su di lei, e, ciò che è più importante, le sue lettere e le sue pagine di diario. Da lì ho potuto ricostruire complessivamente la sua storia a modo mio: quello che mi ha interessato di più, naturalmente, è l’attraversamento della follia cui è stata costretta, prima privata e poi collettiva, prima esistenziale e poi della Storia.

Una donna che è stata una paziente, si impegna e diventa psichiatra, eppure siamo agli inizi del Novecento, quando le donne dovevano contrastare ancor di più il potere degli uomini. Come si colloca la sua figura nel mondo della medicina e in quello della società, ieri e oggi?

Francamente questo aspetto mi interessa molto poco, e trovo poco opportuno e noioso il metodo odierno di rapportare al pensiero e ai valori di oggi più sistematizzati qualcosa che deve essere storicizzato, che può essere letto solo collocandolo nel periodo in cui è accaduto. Non mi interessa quindi il valore di Sabina Spielrein come psicanalista, non ho gli strumenti per valutarla e nemmeno la voglia di farlo; e non mi interessa la genericità di un conflitto maschile/femminile. Che nel suo caso c’è, ma assume altre forme, molto più private e inquietanti. Mi interessa molto di più perciò il suo passaggio dalla follia alla razionalità, e poi il tentativo di insediare la psicanalisi nell’Unione Sovietica, non proprio il terreno più adatto, e di fondare un asilo d’infanzia d’avanguardia. Il che implica un’apertura mentale notevole dopo il dramma che ha vissuto nell’adolescenza e nella prima giovinezza.

Donne che per inseguire le loro aspirazioni hanno dovuto subire forti contrasti, anche emotivi. Cosa ti ha affascinato del suo carattere e cosa meno?

Anche qui, non ho voluto fare di Sabina un caso esemplare. Lei non è stata contrastata nelle sue aspirazioni: ha vissuto un evento traumatico da piccola ed è stata traumatizzata. Ha avuto la forza di uscirne tramite la psicanalisi junghiana ed è la sua “rinascita”, il riuscire a costruirsi una seconda possibilità di vita che mi interessa della sua parabola esistenziale.

Non manca il sentimento d’amore per Sabina, come non mancherebbe per qualsiasi altro personaggio di sesso maschile, perché per le donne, in particolare quelle in carriera, sembra così importante, molto più che per il loro lavoro professionale? Non dovrebbe essere lo stesso anche per gli uomini? In fondo tutti cercano l’amore!

Appunto, tutti vivono l’amore e quindi l’aspetto che rilevi non ha importanza in questo caso. Quello che conta è che, come non di rado accade nel rapporto tra paziente e medico, Sabina sia innamorata del medico che l’ha curata, Jung appunto, e che da lì si sia sviluppata una storia d’amore conflittuale e incompiuta, che ha trovato sfogo in un memorabile carteggio epistolare tra Jung, Freud e Spielrein. Tutto questo ha dato il via a una serie di meccanismi psichici che uno scrittore deve necessariamente cogliere e amplificare.

Parliamo dello spettacolo che vede in scena Gioia Montanari e Anna Elena Marroccoli, per la regia di Massimiliano Pazzaglia. In scena un unico personaggio e due attrici, come nasce questa scelta?

Perché Sabina era una giovane schizofrenica, un’anima divisa in due. E sdoppiare il suo Io mi sembrava una soluzione teatrale semplice ed efficace, perché permette di mettere in scena il conflitto all’interno della sua psiche come un conflitto drammatico tra due identità contrapposte.

Le due figure della stessa Sabina, interpretate dalle attrici Montanari e Marroccoli, riusciranno mai a fondersi? Perché?

Le due figure di Sabina non hanno la necessità di fondersi, sono due aspetti della stessa persona. E non appartengono solo a lei, ma a noi tutti: sono le pulsioni di Vita e di Morte, ciò che istituisce ogni essere vivente del Cosmo.

Quali accorgimenti registici sono stati fatti per lo spettacolo?

Questa è una domanda a cui avrebbe dovuto rispondere Massimiliano Pazzaglia, a cui ho affidato il testo lasciandolo libero di interpretarlo, stropicciarlo, sconvolgerlo come più gli aggradava. Posso dirti che il testo è fondato su una struttura binaria che ripete in ogni suo aspetto, sia nell’impianto generale dei due tempi, sia all’interno dei tempi e degli stessi quadri. La struttura binaria riflette la duplicità del personaggio ma anche delle situazioni e permette di costruire due tempi (la malattia e la pacificazione, il privato e la Storia) estremamente diversi l’uno dall’altro. Per quel poco che ho visto delle prove, Massimiliano ha rispettato questa struttura e ha lavorato soprattutto sulle attrici, cercando di lavorare il più possibile sulla loro interiorità, sulla ricerca di una verità delle emozioni.

In particolare cosa tirerà fuori il cast dal testo che hai scritto?

E chi lo sa? Gioia e Anna Elena sono due attrici molto diverse, per età, esperienza, emotività, percorsi artistici. Tra loro c’è una contrapposizione e, nello stesso tempo, una complementarità perfetta: Gioia ha voluto fortemente questo spettacolo e questo personaggio, Anna Elena è stata catapultata in un universo che non conosceva affatto e che ha esplorato, subendone il fascino, durante il tempo delle prove.

Cosa speri che il pubblico, invece, riesca a conoscere, su cosa potrebbe riflettere, dopo aver visto lo spettacolo?

Non spero nulla. Non ho tesi da dimostrare. Ho voluto raccontare una storia e condividerla con un pubblico. Ognuno reagirà secondo il proprio sentire. Ecco l’unica speranza è riuscire a stimolare interesse ed emozioni: è la base, ma è tutt’altro che facile.

Grazie di essere stato con noi! E in bocca al lupo!

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Sissi Corrado

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