Bastarde senza gloria

Spettacolo dalla tematica sociale
Bastarde senza gloria è uno spettacolo che affronta un tema spiccatamente sociale e d’interesse politico. Com’è evidente, ciò può potenziare quel circolo virtuoso tra arte, nello specifico teatro, e risveglio della coscienza collettiva, specie politica. E tuttavia, il rischio che il vigore artistico si perda è ovviamente grande in questi casi; questo spettacolo funziona, e il messaggio sociale è ben veicolato. Tuttavia, almeno ad avviso di chi scrive, ci sono dei problemi di scrittura che rendono la struttura dello stesso banale dal punto di vista stilistico, e ridondante per chi abbia presente testi letterari o filosofici che potrebbero venire in mente, relativamente ai temi sociali affrontati, in primis quello del lavoro femminile.
Lo spettacolo, per la regia di Siddharta Prestinari, è in scena al Teatro 7 di Roma dal 25 aprile al 7 maggio; è stato precedentemente rappresentato a San Vito Romano, Matelica, Chieti e al Teatro Manfredi di Ostia. Quanto alla trama, ci sono sette donne che lavorano in una fabbrica che si vedono costrette a dovere scegliere una tra di loro che dovrà essere licenziata. Infatti, i padroni della fabbrica devono fare tagli del personale e vogliono che siano i dipendenti di ogni reparto a dovere scegliere chi di loro se ne dovrà andare, chi è più improduttivo. Le sette donne, ognuna con una sua specificità, l’una straniera, l’altra anziana, una con un figlio handicappato, etc., si profonderanno così in una lotta verbale senza esclusione di colpi, mostrando il lato più meschino della loro personalità; ma non c’è soluzione, è necessario, perché “il lavoro serve a tutti“.
L’idea è buona, e sono ovvi i riferimenti culturali, quelli di una sinistra che voglia riflettere sui danni del capitalismo. E lo spettacolo funziona nella misura in cui riesce ad essere divertente, grazie alla regia ma anche alle sette attrici con la loro personalità: Gegia, Manuela Villa, Valentina Olla, Sabrina Pellegrino, Giulia Perini, Elisabetta Mandalari, Eugenia Bardanzellu. Insomma, la materia artistica è salva perché da un tema sociale così serio – la sopravvivenza specie femminile in un mondo di dominio capitalistico – ne esce una tragicommedia che strizza l’occhio al pubblico e diverte. Ma dietro il divertimento assicurato dai toni delle attrici, il testo spesso stanca.
Questa situazione dovrebbe portare ad una riflessione sul mondo moderno, quasi sulla questione politico-esistenziale della ribellione dell’uomo – poi dipende quali siano i riferimenti culturali dello scrittore Gianni Quinto e del pubblico, a me viene in mente di primo acchito Camus. Il finale tuttavia si tinge di una retorica piuttosto vittimistica che toglie vigore artistico ma soprattutto non lascia speranza in senso politico, giungendo ad una sostanziale incoerenza. Detto ciò, lo spettacolo è più che ammirevole nel senso in cui riesce discretamente a coniugare interesse sociale e teatro, in un’epoca in cui la stragrande maggioranza di questi tentativi sono incomprensibili o approssimativi.






