Carmen Di Marzo è Charlotte

Charlotte Corday nel lavoro di Francesco Zarzana
È andato in scena al Teatro Lo Spazio di Roma, Charlotte, drammaturgia di Francesco Zarzana, interpretato da Carmen Di Marzo, diretta dallo stesso Zarzana. Un monologo dai toni a tratti sofferenti per la condizione della giovane Charlotte, omicida e rinchiusa in carcere in attesa di giudizio, a tratti pieno di esaltazione per la certezza di aver compiuto un atto giusto e necessario per l’intera comunità, insomma un atto di giustizia.
Sì, perché Charlotte è la Corday, colei che assassinò Jean-Paul Marat, soprannominato l’amico del popolo e che, secondo le sue convinzioni, colpevole di aver deluso le aspettative del popolo e della Repubblica. In questo fine Settecento francese, successivo alla grande rivoluzione che cambierà le sorti dell’Europa intera, non c’è posto per l’errore, per il perdono, ma solo il desiderio di vendetta che segue il giudizio dei giudici, di conseguenza quello del popolo.
Ad essere punita con severità sarà proprio la Corday, come la storia racconta, poiché è lei che ha ricercato, con un gesto estremo, la vendetta contro colui che si è trasformato nel nemico del popolo. La giovane, con un’astuta manovra, riesce a farsi ricevere da Marat, con la scusa di una supplica, avvicinandolo in un momento in cui l’uomo è indifeso, cioè mentre fa un bagno terapeutico per la pelle. Così il 13 luglio del 1793, moriva Jean-Paul Marat, per mano di Charlotte Corday.
In scena Charlotte è da sola e si aggira sul palco con decisione e convinzione, raccontando ciò che è accaduto prima del suo gesto e le sue convinzioni politiche. Carmen Di Marzo impersona con decisione il suo personaggio, portandoci ad osservare una donna che si alterna tra le sue idee e quelle dell’uomo che ha ucciso, anche se ai suoi occhi e a quelli di molti altri, Marat è colpevole. Nonostante ciò, la donna verrà condannata a morte.
Charlotte non ha timore della sentenza e ne parla con tranquillità con il pittore che entra nella sua cella per ritrarla. Il loro colloquio è un modo per suggerire all’uomo il suo desiderio di essere ricordata fiera e senza rimpianti. Il suo avvocato, che incontra in carcere, è lo stesso che aveva tentato di risparmiare la vita alla regina Maria Antonietta. Forse un’analogia potrebbe essere fatta tra le due donne, non per la colpa che le costringe a stare in carcere, quanto per la condizione di donna e per le convinzioni che le hanno portate a ricevere un simile trattamento.
Entrambe rinchiuse, dividono l’opinione pubblica e la stessa sorte. Sono donne che hanno cambiato il loro destino, accettando anche la condizione carceraria. Charlotte dalla sua ha anche il primato è, infatti, un fatto raro, forse il primo, in cui una donna parla dianzi alla corte dichiarando le sue posizioni con lucidità e senza pentimento alcuno.
L’attrice interpreta con maestria un personaggio con sfumature intense e ricco di consapevolezze umane. Il suo sguardo, come la mimica, ci spingono a vedere davvero i personaggi con i quali scambia battute, riflessioni, o che la interrogano o la osservano solamente. Una prova d’attrice, questa, che conferma le qualità della Di Marzo, capace di gestire l’intero palco e di dominarlo con la sua presenza scenica, mai ingombrante, ma misurata ed emozionante.
Il finale è tra quelli che potremmo definire strepitosi. Qui la parola lascia il posto alla musica e alla fisicità della stessa attrice che ripercorre lo spettacolo con la stessa energia, o forse dovrei dire con un’energia rinnovata, tale da riassumere il tutto in una visione non diverse per racconto, quanto per l’utilizzo di un diverso mezzo di narrazione.
Precise le luci che trasformano la scena e i periodi narrati focalizzando la scena, gli oggetti di scena e la stessa attrice. Come precisa è la regia che non lascia nulla al caso.






