Dario Vassallo: La Verità Negata

L’eredità del sindaco-pescatore Angelo Vassallo nelle pagine de “La Verità Negata”, del fratello Dario

Castel San Pietro Romano, uno dei borghi più belli d’Italia, a pochi chilometri da Roma, ha visto sabato scorso la presenza di Dario Vassallo, fratello di Angelo, il Sindaco pescatore di Pollica, in provincia di Salerno, ucciso da sicari “tuttora ignoti” la sera del 5 settembre 2010 sulla via di casa, in occasione della presentazione del libro “La Verità Negata”, PaperFirst ed., 2020, un diario quasi giornaliero della “via crucis” di Dario per tenere viva la memoria del fratello e per far trionfare la verità.

Quando penso ad Angelo, un “prophète assassiné” (cit. Le Monde) che nella vita faceva il pescatore, mi ritornano alla mente le parole di Fabrizio De Andrè:

non si guardò neppure intorno
ma versò il vino, spezzò il pane
per chi diceva ho sete e ho fame.

Ecco io penso che la morte di Angelo vada ricordata come quel vino e quel pane, di quel pescatore di anime. La sua morte come quella di tanti servitori dello Stato ci deve insegnare che la via per una democrazia compiuta è ancora piena di ostacoli ma che tutti noi quella via la dobbiamo percorrere. Lo dobbiamo ad Angelo, il sindaco pescatore.

Il libro “La verità negata” ci parla di tanti momenti della vita di Angelo, così come della vita di Dario, momenti intimi e istituzionali, i tanti riconoscimenti ma anche le tante delusioni, non ultima quella di un “silenzio” quando di non vera e propria ostilità da parte di quel partito a cui Angelo aderiva e per il quale era stato eletto a Sindaco del comune di Pollica. La tesi al momento su cui si sta indagando è quella legata alla droga e quindi alla criminalità organizzata. E allora mi sono ricordato di quanto don Luigi Sturzo scrisse circa cento anni fa parlando di mafia, ma le sue parole credo siano valide per tutte le organizzazioni criminali: «la mafia, che stringe nei suoi tentacoli giustizia, polizia, amministrazione, politica; di quella mafia che oggi serve, per domani essere servita, protegge per essere protetta, ha i piedi in Sicilia ma afferra anche a Roma, penetra nei gabinetti ministeriali, nei corridoi di Montecitorio, viola segreti, sottrae documenti, costringe uomini, creduti fior d’onestà, ad atti disonoranti e violenti. Oramai il dubbio, la diffidenza, la tristezza, l’abbandono invade l’animo dei buoni, e si conclude per disperare. (…). È la rivelazione spaventevole dell’inquinamento morale dell’Italia, sono le piaghe cancrenose della nostra patria, la immoralità trionfante nel governo». 

Quell’inquinamento morale che purtroppo ancora oggi ha infettato e infetta parti delle nostre istituzioni. E nella storia di Angelo Vassallo troppo spesso ricorre la presenza di carabinieri su cui, ma sarà la Magistratura a stabilirlo, si rincorrono varie “ombre”.

La parole di don Sturzo ci dicono che quando la legalità entra in crisi all’interno delle comunità, vanno in crisi sia la giustizia che la pace sociale. Ecco che allora, prima che l’introduzione di leggi, per quanto perfette esse possano essere, è indispensabile che la società agisca in varie direzioni: morale, educativo e spirituale.

L’azione morale deve vedere l’applicazione delle leggi dentro un quadro di “giustizia giusta”. Non basta infatti introdurre le leggi nell’ordinamento giuridico, forse ce ne sono anche troppe, ma perché esse siano seguite queste devono essere moralmente giuste. Moralità che non deriva dal potere che le emana ma dal fine che esse devono perseguire, un fine che trova la sua giustificazione più profonda nella dignità della persona umana, una dignità non astratta, ma che storicamente si realizza e si esprime nella società.

L’azione educativa non può prescindere dall’eliminazione delle cause che producono ingiustizia, cause economiche, sociali, culturali. Non si potrà ottenere il risultato di educare alla legalità se nella società continuano a permanere le tante ingiustizie e disuguaglianze che impediscono alle persone di sentirsi uomini e donne liberi e parte di una comunità.

Ma l’azione morale ed educativa da sole possono poco se non si agisce anche a livello spirituale che non deve interrogare solo chi ha fede ma tutti, dal semplice cittadino a chi ha responsabilità di governo, come un amministratore comunale, come lo è stato per Angelo Vassallo. Papa Francesco individua la corruzione in un movente spirituale e non morale quando parla di “stanchezza della trascendenza” e dell’autosufficienza dell’uomo. Un’autosufficienza che rende il cuore dell’uomo duro e quindi non ha bisogno dell’altro e finisce per disdegnare anche di rivolgersi a Dio, scivola nella corruzione e da peccatore diventa corrotto.

Le parole pronunciate nell’omelia ai parlamentari italiani il 27 marzo del 2014 da papa Francesco, risuonano come un monito: “È tanto difficile che un corrotto riesca a tornare indietro. Il peccatore sì, perché il Signore è misericordioso e ci aspetta tutti. Ma il corrotto è fissato nelle sue cose. E le sue cose, sono il potere, il denaro, considerati come idoli. E tutto questo, nel caso dei cristiani, è aggravato dall’ipocrisia”.

E allora quando sentiamo parlare, troppo spesso purtroppo, di educare alla legalità dobbiamo stare attenti a non trasformarla in un elenco di buoni propositi. Perché educare alla legalità deve significare vivere dignitosamente e soprattutto essere liberi.

Piero Calamandrei, uno dei padri della nostra Costituzione, diceva: “La libertà è condizione ineliminabile della legalità; dove non vi è libertà non può esservi legalità”.

Chi è povero non è libero, come non è libero chi subisce violenza, come pagare il pizzo, come non è libero chi si lascia prendere dai paradisi artificiali della droga. E proprio sulla droga, che si stava “mangiando” Acciaroli, la frazione di Pollica, Angelo Vassallo aveva posto la sua attenzione prima di essere ucciso. Se Angelo ha lasciato un messaggio forte è proprio quello di non essere indifferenti alla realtà, a non accettare le cose perché così si è sempre fatto. Angelo Vassallo con il suo esempio di amministratore ci dice che la Legalità è la saldatura tra responsabilità di ciascuno di noi e giustizia, che in quanto propria dello Stato, appartiene al noi come comunità. La legalità è lo strumento, è il mezzo non è il fine. La legalità è lo strumento attraverso cui arrivare alla giustizia. Innanzitutto alla giustizia sociale. La legalità senza giustizia è una parola sedativo, che ci fa sentire a posto con la nostra coscienza e lascia però immutate le cose. E proprio per questo Angelo non può sentirsi indifferente per quello che vede intorno a lui. È la lezione che gli viene da un maestro, spesso troppo dimenticato, anche da chi milita nel suo stesso partito, da quell’Antonio Gramsci che scriveva: “Odio gli indifferenti. Credo che vivere vuol dire essere partigiani. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti” (La Città Futura, 11 febbraio 1917).

Angelo Vassallo proprio perché il suo fine era il bene comune e quindi la giustizia sociale ha condotto la sua azione amministrativa non volendo lasciare immutate le cose, e quando è andato a rompere gli equilibri consolidati (dalla proprietà terriera ai poteri locali e agli intrecci perversi che il mondo della droga instaura) che agivano sul territorio, facendo “sconzajuoco”, come scrive Dario nel libro, allora la mano della criminalità organizzata non lo ha perdonato. La sua azione aveva colpito “il divario insormontabile che separava i pescatori in gioventù da coloro che possedevano tutto: terra, proprietà, negozi, potere politico…”.

L’omicidio di Angelo Vassallo, come quelli di Mattarella o di Moro o di tanti altri servitori dello Stato, vedono coinvolta la criminalità organizzata con pezzi dello Stato. La criminalità organizzata spesso offre un servizio a chi in quel momento ne ha necessità, certo non in maniera gratuita. Angelo Vassallo con la sua azione amministrativa “visionaria”, il modello Vassallo, come in tempi più recenti “il modello Riace” del sindaco Mimmo Lucano, ha rotto quegli equilibri “il così è sempre stato” e le menti raffinate hanno attivato la mano criminale. Per Mimmo Lucano per fortuna solo la magistratura.

Angelo Vassallo con la sua morte ha passato idealmente a noi il suo testimone di legalità, invitando ognuno di noi ad agire, ognuno nell’ambito delle sue competenze. Per lui come per i tanti che si sacrificano per il bene comune devono valere le parole di Ernest Hemingway, che, leggenda o realtà, si dice ad Acciaroli e allo “vecciu” si sia ispirato per scrivere “Il vecchio e il mare”: “Ora non è il momento di pensare a quello che non hai. Pensa a quello che puoi fare con quello che hai”.

E mi piace pensare che queste parole ispirino l’azione di Dario Vassallo, il fratello di Angelo, che da dieci anni gira l’Italia, una specie di globe trotter per la giustizia, per far conoscere, ma soprattutto per non far dimenticare l’azione culturale prima ancora che politico-amministrativa del “sindaco pescatore”. Ma Dario nulla potrebbe se non fosse sostenuto dalla sua famiglia e soprattutto da sua moglie Ilaria che nonostante i timori per la sua vita per i tanti nemici che si è fatto, lui, con la tranquillità che gli deriva dal sapere che sta facendo la cosa giusta, le risponde: “Lo so, ma questi non sono solo miei nemici, sono i nemici dei tuoi figli e dei figli che non sono nostri, sono i nemici della legalità, dello sviluppo, della cultura, sono i nemici del nostro Paese, sono quelli che hanno venduto e vendono il futuro delle nuove generazioni” (da “La verità Negata”, pag. 142).

Print Friendly, PDF & Email

Se il nostro servizio ti piace sostienici con una donazione PAYPAL

Roberto Papa

“Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati”. (Bertold Brecht)

LEGGI ANCHE