Giancarlo Moretti e il teatro delle emozioni

I miei giorni migliori, uno spettacolo che affronta il rapporto tra due sorelle
Sarà in scena al Teatro Trastevere di Roma, dal 25 al 28 maggio, lo spettacolo scritto e diretto da Giancarlo Moretti, I miei giorni migliori. Protagoniste due sorelle molto diverse tra loro, interpretate da Giovanna Cappuccio e Ornella Lorenzano, scene e costumi di Paola Salomon. Due sorelle dal carattere diverso si confrontano, ma non è solo questo, perché lo spettacolo parla anche dell’allontanamento volontario dalla famiglia, dagli amici. Un’indagine sui sentimenti umani che Moretti ha cominciato da qualche anno e che lo ha portato a indagare l’animo umano. Ne abbiamo parlato insieme a Giancarlo Moretti che ringraziamo per essere qui, sulle pagine di CulturSocialArt.
Lo spettacolo I miei giorni migliori, parla di due sorelle molto diverse tra loro. Una è estroversa e ha una vita piena, l’altra è introversa e malinconica e di questo ne risente anche la sua vita. In famiglia fratelli e sorelle sono diversi l’uno dall’altra, spesso in età adulta li si comprende ancora meno.
Partendo dalla considerazione che capirsi tra persone è già normalmente una impresa ardua, il legame familiare possiamo dire che sia una variante che può rendere questa comprensione reciproca ancora più difficile. Questo, per assurdo, è alla luce di un legame che rende invece fratelli e sorelle, volenti o nolenti, come un tutt’uno inscindibile in virtù di un vissuto profondo e ineludibile. Nel bene o nel male si può essere distanti in famiglia, ma mai lontani, ostili sì ma mai indifferenti.
Come potremmo accorgerci di situazioni al limite?
Accorgersi di qualcosa è l’esito di un’attenzione nei confronti degli altri e I miei giorni migliori vuole parlare proprio di questo. Tante cose accadono o non accadono anche per il livello di attenzione che poniamo a ciò che succede introno a noi per potere poi, eventualmente, agire. Tra le due protagoniste della storia, le due sorelle Paola e Daniela, si parla proprio di questo: quanto l’una sa dell’altra?
Personalità diverse che spesso si scontrano tra loro, quale potrebbe essere la soluzione migliore per evitare proprio gli scontri, così frequenti e duri in questo periodo post covid-19?
Non saprei, ognuno poi ha il suo modo di affrontare la vita e la relazione con gli altri, che siano familiari o no. E comunque si arriva sempre al momento in cui siamo soli con noi stessi e quello che si decide di fare è unicamente frutto delle nostre scelte e non possiamo ipocritamente addossarle a nessuno. Certo è che se ci fosse l’occasione di essere ascoltati…visti…, forse alcuni limiti non sarebbero oltrepassati.
Lo spettacolo si focalizza sulla “sparizione” volontaria di persone che lasciano tutto a causa di eventi scioccanti. La letteratura parla poco di questo, se non si fa forse, riferimento al pirandelliano “Il fu Mattia Pascal”. Perché se ne parla poco?
Se ne parla poco perché preferiamo ricondurre questi gesti alla follia, e qui Pirandello ci aiuta a risolvere, ma non è così. È il dolore che ci porta via, un dolore profondo che non tutti sanno affrontare, forse di colpe che ci hanno segnato dentro, e che va espiato attraverso l’allontanamento. In fondo Edipo non è stato ucciso dagli dei ma cacciato ed allontanato, il suo destino era di vagare ed in questo la sua punizione. Ma allo stesso tempo sparire può essere anche l’ultima occasione di cura e di vita. Non si sa e non si saprà mai davvero.
Scappare e provare a ricominciare, ma potrebbe essere davvero la soluzione migliore? Sono tanti i casi registrati in questi anni!
Chi sparisce non si farà mai trovare perché non fugge da qualcuno, ma da se stesso. Forse si perderà e non avrà mai più un’altra identità o forse, nel migliore dei casi, diverrà un’altra persona e questo, magari, gli darà la pace. Quello che è certo, è che non è un fenomeno residuale della nostra società, è soltanto che queste sparizioni volontarie sono inserite nel mucchio delle tante sparizioni dovute ai più disparati motivi.

Com’è avvenuta la scelta delle attrici, cosa hai ricercato in loro?
Giovanna Cappuccio e Ornella Lorenzano sono due attrici con le quali ho già lavorato in altri miei spettacoli, altrettanto difficili come questo, nella definizione di personaggi complessi e sapevo che loro avrebbero compreso la mia scrittura ed avrebbero aggiunto del loro completando la definizione psicologica ed umana delle due sorelle e della loro storia che saranno chiamate a far vivere in scena. Volevo averle protagoniste insieme in scena ed affidargli completamente un mio testo, sicuro che il loro talento lo avrebbe valorizzato. Sono contento di questa mia scelta, nel teatro come nella vita bisogna sapersi affidare.
Registicamente quali sono le cose che hai voluto mettere in evidenza?
La mia cifra registica è l’asciuttezza, perché sono sicuro che il testo possieda già in sé la forza adeguata per catturare lo spettatore. La regia di questo spettacolo è diretta, sincera, accompagna la storia e punta totalmente sulla resa delle dinamiche empitive dei due personaggi attraverso la forza della parola e la capacità comunicativa delle interpreti. In nessun modo voglio interrompere o distrarre da questo.
Qual è, secondo te, la particolarità di questo spettacolo?
È sincero, mi verrebbe da dire, nella sua semplicità. Mi piace scrivere le storie di gente comune, magari quelle meno “evidenti”, cercando di dare ad ognuna una profondità esemplare. Ogni volta che qualcuno nel pubblico si porta via qualcosa di un mio spettacolo vuol dire che ho raggiunto il mio scopo. C’è chi torna a vedere i miei spettacoli perché li ha fatti emozionare.
Tu sei autore di alcuni spettacoli che si possono inserire in una categoria ben precisa, chiamata “teatro delle emozioni”, come hai iniziato la tua indagine sulle emozioni?
Appunto, a me piace l’idea che a teatro uno si emozioni (forse è perché a me per primo piace) attraverso una storia, un sentimento, un personaggio. E mi piace che questa emozione non sia ben definita da un contorno netto, esplicativo, esaustivo. Non mi piace quando vado a teatro e dalla prima battuta so già come va a finire e per tutto il tempo l’autore cerchi di spiegarmi il suo punto di vista. Diciamo che sono partito da quello che a me piace, interessa, sento mio e poi… il resto lo lascio a chi è in sala a guardare. Emozionarsi vuol dire essere empatico, vivere in quei momenti di buio insieme ai personaggi in scena, amarli, odiarli, compatirli, gioire, ridere o piangere. Il teatro non è un documentario.

Cosa ti ha e ti spinge ancora oggi a indagare nel cuore e nell’anima delle persone?
Perché è un tesoro senza fine. E ci riguarda tutti, nel bene e nel male. Talvolta ci riesco meglio talvolta meno bene, ma posso assicurare che lo faccio con curiosità, rispetto e sincerità
Sono tanti gli spettacoli che hai portato in scena su queste tematiche, quale ti ha impegnato di più a causa della difficile situazione di mostrare quel tipo di emozioni?
Devo dire che ognuno ha avuto la sua complessità sia di stesura che poi di messa in scena. Mi piace pensare che l’ultimo sia sempre la sfida più ardua ma anche la più appagante. Sono sicuro che I miei giorni migliori non mi deluderanno. E comunque vi posso assicurare che lavorare sulle emozioni tra fratelli o sorelle mette alla prova.
Come risponde il pubblico ai tuoi lavori e quali sono i commenti che ti arrivano?
Il mio pubblico ha imparato a conoscermi e sa cosa aspettarsi. Per lo più ne ho un buon riscontro ma in ogni spettacolo le storie possono essere più in sintonia con qualcuno e meno con qualcun altro. Tutti, però, hanno modo di ritrovare qualcosa di loro nelle vite dei personaggi o nelle vicende a cui assistono, e magari scoprono qualcosa di sé che può farli riflettere. Quello che mi piacerebbe, è che ad ogni spettacolo qualcuno di nuovo si affacciasse in platea e poi tornasse al prossimo.
Ritornando allo spettacolo I miei giorni migliori, cosa ti aspetti dal pubblico e dai tuoi attori?
Dalle attrici mi aspetto il massimo e so che loro daranno tutto, non è il mio spettacolo ma il “nostro” spettacolo. Dal pubblico, più che mi aspetto diciamo che mi piacerebbe che esca contento dal teatro di avermi concesso, sulla fiducia, un paio di ore della sua vita. Alla fine, il tempo, è il bene più prezioso.
Grazie per essere stato con noi!






