Giorgia, il racconto di uno stupro

Silvia Siravo porta in scena un racconto crudo di Dacia Maraini

Al Teatro di Documenti uno spettacolo che mette in evidenza il tema della violenza sulle donne, nella settimana in cui si celebra la giornata del 25 novembre: Giorgia, da un racconto di Dacia Maraini, interpretato e diretto da Silvia Siravo. L’opera fa parte della rassegna Amori rubati organizzata da Effimera S.r.l., ed è tratta dal racconto Lo stupratore premuroso.

La pièce racconta una storia vera, quella di uno stupro avvenuto in Spagna, che la Maraini scrive qualche anno fa, ma che potrebbe essere riportato in qualsiasi luogo e tempo, anche oggi. In linea con la denuncia di questi atti, lo stupro è rappresentato osservando non solo le emozioni e l’emotività di chi lo subisce, una giovane donna che ha solo la voglia di vivere, ma anche nella considerazione che alcuni uomini hanno di quel deplorevole atto che sentono quasi doveroso nei confronti delle stesse.

Giorgia è una giovane a cui piace viaggiare da sola, e in questo non ci sarebbe nulla di male, se non dovesse guardarsi dagli uomini, che spesso, con i loro atteggiamenti rassicuranti traggono in inganno. Così, quando perde il treno per raggiungere Siviglia, il suo primo pensiero è quello di chiedere aiuto. “Necesitas ayuda?” sono le parole con le quali comincia il racconto, in un grido che la giovane rivolge alla folla, sperando in qualche buona azione, in un’anima caritatevole.

Giorgia non parla spagnolo, ma cerca aiuto e sostegno da chi le sta accanto. Si ritrova a dialogare con un uomo in divisa, dal viso rassicurante, con la fede al dito, quindi sposato e chissà, padre di famiglia. Lui potrebbe darle una mano facendole evitare di perdere l’aereo. La giovane si fida e parte in auto con l’uomo. Ma appena partiti avviene un cambiamento in lui, che esploderà nella violenza.

Il racconto trasforma un gesto d’aiuto in una dura condanna per la giovane, sequestrata e in balia del mostro, che sa esattamente cosa fare. La porta in un luogo sconosciuto, lontano dal traffico, dove nessuno potrà vedere il suo gesto. Che importa se è sposato e ha una figlia della sua età, lui può approfittare di quell’occasione, lui ne ha il diritto. Non può esserci scusante per il gesto, l’uomo non diventa lupo in una notte e in questo caso è rivelatrice la frase che lo stesso le rivolge, “anche a mia moglie piace così”, cioè piace essere presa con la forza, quasi ad affermare che quel modo di essere trattate è per le donne un piacere non una violenza.

Dal testo si percepisce proprio quest’ultima concezione, dove l’uomo suppone con naturalezza, che quello è un suo diritto, che prendere una donna con la forza non è violenza, ma una cosa normale e che i sentimenti o emozioni della giovane e quindi delle donne, non sono tenuti in considerazione, perché lei non può averne. Non ha nessun diritto, ma diventa solo suo possesso.

Silvia Siravo in questo crudo e straziante monologo, riversa sulla platea l’angoscia, la disperazione e l’impotenza di una giovane che subisce violenza. I pensieri che scaturiscono dalla sua vicenda e le problematiche che si riversano sulla sua persona e, di conseguenza, sullo spettatore, sono particolari gesti che vogliono allontanare la violenza. Il suo raccontare frenetico appare un modo per uscire dal dolore, donandolo alle parole che però, arieggiano nel teatro ancora più forti e determinate.

Perché è importante comprendere che lo stupro non colpisce solo la parte fisica di una donna, non lascia solo segni sul suo corpo, che poi guariranno, ma colpisce in modo grave la sua psiche, viene portata dentro l’animo umano, in quello di una donna per sempre e che per questo, non sarà più la stessa. Affermare che una donna se l’è cercata, è affermare che una donna non ha sentimenti, non ha pensieri, non ha libertà, rendendola schiava dei preconcetti e nemica di se stessa.

La Siravo, in questo, riesce a dar vita alle parole di Dacia Maraini, che lanciano un grido d’allarme alle tante situazioni che si incontrano nel percorso di vita, ai tanti silenzi, alle tante accuse, agli aiuti taciuti e negati, per dire basta alla violenza sulle donne.

La scenografia, racchiusa in un quadrato di terra, dove l’uomo è lo spauracchio immobile a braccia aperte che sembra prima accogliere e poi crocifiggere la giovane, fa da cornice alla vicenda. È duro affrontare i mostri e in particolare quando, vittime, non si viene credute.

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Sissi Corrado

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