Giornata della Legalità, a trent’anni dalle stragi del 1992

Trent’anni fa le stragi di Capaci e via D’Amelio: cos’è cambiato

Il 23 maggio è la Giornata della Legalità. Quest’anno rappresenta una data importante per l’Italia e tutti i cittadini perché ricorrono i 30 anni dall’attentato di Capaci, in cui morirono il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie, la magistrato Francesca Morvillo e gli agenti della scorta, e dall’attentato di via D’Amelio in cui furono uccisi il magistrato Paolo Borsellino e la sua scorta.

Da quel maggio del 1992, l’indignazione del popolo palermitano e siciliano, si fece sentire, tanto da coinvolgere gli abitanti di altre regioni che sottostavano, e lo sono ancora oggi, alle mire della criminalità organizzata, fino ad esplodere con l’attentato di luglio, che a distanza di pochi giorni, uccise anche l’amico e collega di Falcone. Da maggio a luglio i giovani avevano ascoltato le parole di Borsellino che si apriva a loro ricordando l’amico ucciso. Nell’aria si percepiva l’odore della morte ma in tanti avevano sperato di sbagliare, fino a quel tragico e maledetto 19 luglio. Ciò però, cambiò le carte in tavola e scosse l’animo di milioni di Italiani, da Trieste a Palermo.

L’animosità della gente, non più disposta a restare in silenzio di fronte alla mattanza e ai soprusi della mafia, si trasformò in attività reale sul territorio. Denunce, creazione di associazioni che cercavano in ogni modo di contrastare il predominio della criminalità sul luogo, venendo in aiuto di giovani, di chi subiva il pizzo, di chi era minacciato, si dilagò. Palermo fu solo l’inizio da cui questo cambiamento ebbe inizio e che si allargò a macchia d’olio sul territorio.

Il cambiamento era partito, dalle scuole, a cominciare dalla primaria, dalle case, dai giovani che vivevano costantemente a contatto con la dura realtà e fiancheggiò a lungo le forze dell’ordine che non smisero di cercare e indagare per assicurare alla giustizia i colpevoli di atti così efferati. L’esultanza della cattura di Giovanni Brusca fu un evento seguito in tv molto più di una partita di pallone. Ogni anno, da allora, nella Giornata della Legalità, Palermo si veste di bianco, con le lenzuola che i cittadini appendono ai loro balconi e che simboleggiano il loro assenso alla lotta contro le mafie, tutte. Si susseguono dibattiti, i parenti delle vittime girano nelle scuole e incontrano i giovani che si affacciano alla vita e che solo attraverso le loro parole possono conoscere uomini e donne che si sono dedicati alla giustizia e alla legalità.

Tanti sono stati anche i servizi e gli speciali girati per ricordare le vittime di queste stragi, collegandole anche a quelle del passato, quelle su cui Falcone e Borsellino avevano indagato. E i due uomini, nel solo svolgere il proprio dovere, nel mettere in atto le pratiche investigative, nel non cedere alle intimidazioni, agli ostacoli interni ed esterni, sono diventati eroi. Eroi per i giovani magistrati che si affacciano a questa carriera e che ne studiano la storia; eroi per i giovani cittadini che decidono di seguire gli esempi di legalità nel proprio lavoro; per chi decide di entrare a far parte della polizia o dei carabinieri; per chi, politicamente, cerca di cambiare lo stato delle cose.

Ora, però, dopo trent’anni, ci si chiede quanta strada sia stata fatta realmente. La mafia, furbamente, ha cambiato modalità di azione, ma non ha rinunciato alle minacce, allo spaccio di droga, al pizzo, e a entrare attivamente nel mondo economico e politico del paese. Dai primi anni in cui si sentiva il fervore del cambiamento, si è passati a distanza di trent’anni, a ricadere nell’immobilità, nella paura, nella rassegnazione. Tutto è ritornato come prima: imprenditori che non denunciano, spaccio ad alto giro, microcriminalità, omertà.

Lo Stato, le istituzioni, non sono stati in grado di cambiare le regole, di apportare migliorie nei quartieri simbolo dove c’è necessità di assicurare lavoro, istruzione, legalità. Si è tornati ad aver paura di pronunciare la parola mafia, di incontrare chi combatte contro la criminalità, di entrare nelle stanze dei palazzi di giustizia per denunciare. Molti sono i testimoni di giustizia che sono rimasti delusi dalle leggi emanate per la loro tutela e quella della propria famiglia e per questo sono sempre meno quelli che si rivolgono alle istituzioni per chiedere aiuto.

In trent’anni, dopo un periodo di grande fermento, si è tornati indietro di anni, senza avere ben precise delle figure di riferimento per la lotta alla criminalità che per alcuni non ha una grande rilevanza, poiché non ci sono quegli omicidi efferati degli anni precedenti. Ricorda un la Piovra, lo sceneggiato italiano sulla mafia, che, dopo le prime stagioni, raccontava di una mafia nascosta nell’ambiente finanziario e molto più difficile da individuare e contrastare. Sì, la realtà ha attinto molto alla fantasia, o ai continui suggerimenti di chi, in questo caso giovani attenti alle nuove tecnologie, si è dedicato con maggiore attenzione a queste modalità.

L’attenzione oggi, dovrebbe tornare ad alti livelli, aumentando anche la comunicazione tra cittadini e realtà giudiziaria, nel mostrare come questa abbia modificato i suoi metodi, ma che non ha rinunciato ad allargare le sue mani sulle città italiane sparse per tutto lo stivale.

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Sissi Corrado

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