“I soliti ignoti” con Giuseppe Zeno e Fabio Troiano arriva al Teatro Manzoni

Foto di Chiara Spatti

Il film cult della cinematografia italiana diventa un successo teatrale

Spesso avventurarsi nella rivisitazione teatrale di un film di successo si rivela un percorso difficile e rischioso. Se poi come in questo caso il film in questione è un cult della commedia italiana come “I soliti ignoti” il rischio di tradire la memoria storica del film così ben impressa nell’immaginario collettivo è altissimo. E poi come confrontarsi con un regista come Monicelli ed un cast di artisti dal calibro di Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Totò e Claudia Cardinale?

E in effetti l’idea ai più parve un azzardo, come racconta Antonio Grosso autore dell’adattamento teatrale dello spettacolo insieme a Pier Paolo Piciarelli e che nel film interpreta Mario. Grosso faticò non poco a trovare un produttore che credesse nell’impresa. Ma la versione teatrale dalla regia di Vinicio Marchioni mette a tacere qualunque prevenuto scetticismo incarnando con semplice genuinità lo spirito del film sin dai primi attimi di scena. Una comicità bella, mai volgare. Una comicità di altri tempi.

Lo spettatore viene immediatamente catapultato nella periferia di Roma del secondo dopoguerra: accanto alla fiorente ripresa economica che arricchisce pochi, convive la povertà di tanti che abitano la periferia della città. Tra questi anche il gruppetto sgangherato di amici protagonisti della storia che insieme cercano di sopravvivere alla miseria e scacciare la disperazione con goliardica ironia, progettando il colpo della loro vita: svaligiare il Monte di Pietà.

Maldestri ed impacciati si buttano in questa impresa più grande di loro pieni di speranza. A trainare il gruppo è Peppe (il Pantera), che l’idea del colpo l’ha rubata a Cosimo. Lo segue il vecchio bolognese Campanelle“, sempre affamato, che sogna di recuperare dal furto il suo orologio impegnato per poche lire. C’è poi il siciliano Michele detto Ferribotte, personaggio dalle movenze forzatamente distinte. Lui con il furto fantastica di recuperare dote per la sorella Carmelina. Carmelina e Ferribotte sono infatti orfani e su di lui pesa la responsabilità della sorella. Di Carmelina si innamora Mario, che con la sua parte di bottino vorrebbe invece comprare una casa in cui andare ad abitare con le sue mamme, tre donne che si sono prese cura di lui quando era in istituto. Mario in un primo momento sembra abbandonare l’impresa, ma è talmente forte l’amicizia che decide poi di riunirsi al gruppo. Infine c’è Tiberio, che sogna di dare una vita dignitosa alla moglie e al figlioletto.

Uno spettacolo che fa ridere, a tratti commuove, ma soprattutto fa pensare. Uno spettacolo che ci rimanda nostalgicamente ad un periodo storico di un’Italia più povera ma più bella, animata dai sani principi.I personaggi” racconta Giuseppe Zeno, che veste i panni di Peppe, “non rubano per arricchirsi ma per fame. E lo fanno con una certa etica.”.

È il 1958, anno in cui Modugno scala le classifiche con Volare, intonato tra l’altro da Capannelle nell’incipit dello spettacolo. Volare nel cielo infinito per allontanare la miseria il brutto della vita, per continuare a sognare e a sperare.

L’Italia, il mondo intero, cercava di riprendersi dalla catastrofe sociale ed economica della guerra. Inevitabile il rimando ai giorni nostri, in cui l’Italia ed il mondo intero stanno cercando di riprendersi dopo la catastrofe della pandemia. E questa commedia ha molto da insegnarci, come fa notare Fabio Troiano, che in scena veste i panni di Tiberio, “Il fulcro centrale del racconto è l’amicizia del gruppo. Loro fanno gruppo per riuscire a sbarcare il lunario, forse per allontanare la disperazione. Invece purtroppo nel momento storico in cui viviamo la disperazione porta alla solitudine. Chi è disperato viene molto spesso messo al margine della società.”.

Foto di Chiara Spatti

Chiave per la sopravvivenza e la ripresa, sembra insegnarci dunque la commedia sono l’unione, l’amicizia, i legami.  Come racconta anche la Murgia in “Noi siamo tempesta”, la vita ha tutta una realtà corale dove i successi sono molto spesso il risultato di un lavoro di gruppo.

Elemento fondamentale nella magica riuscita dello spettacolo è sicuramente la scenografia, curata da un bravissimo Luigi Ferrigno, è composta da un’unica struttura in ferro dallo stile Industrial che nella sua essenza ben rimanda alle rovine della periferia e alle geometrie dei palazzi di Roma di allora. Ricorda vagamente la scenografia del Macbeth andato in scena nella prima della stagione scaligera sempre a Milano lo scorso dicembre. Scenografia quella firmata invece dallo studio Giò Forma. Nell’opera lirica la struttura in ferro su più livelli rimandava ad una lettura più contemporanea dell’opera e aveva un significato metaforico nel suo sviluppo verticale che si prestava a dare sguardi prospettici diversi da parte del potere. In questo caso invece, l’essenza della struttura in questo materiale povero ma resistente rimanda alla miseria, ma anche alla forte resilienza che animava i personaggi del racconto.

Con Antonio Grosso, Giuseppe Zeno e Fabio Troiano nel cast anche Paolo Giovannucci (Cosimo), Salvatore Caruso (Capannelle), Vito Facciolla (Ferribotte), Ivano Schiavi (Dante) e una giovanissima ma talentuosissima Marilena Anniballi (nel duplice ruolo di Nicoletta e Carmela).

Lo spettacolo sarà in scena al Teatro Manzoni di Milano fino al 20 febbraio. Assolutamente da non perdere!

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Chiara Spatti

Marketing & Communication Manager specializzata nel settore spettacolo. Da sempre appassionata d’arte in tutte le sue forme. Mamma di tre splendidi ragazzi. Amo viaggiare, la cucina giapponese, il profumo dei libri ed i colori dell’autunno.

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