Il giovane Karl Marx ovvero restiamo giovani perché una nuova rivoluzione ci attende sempre

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Attenzione! Contiene Spoiler

la vita del rivoluzionario Karl Marx

Sorprendentemente mandato in onda (in prima serata, poi!) dalla Rai, nonostante la damnatio memoriae del comunismo, il film di Raoul Peack ci ha iniettato una bella dose di entusiasmo rivoluzionario, confortandoci nella convinzione che, nonostante il potere politico-economico, la voglia di giustizia sociale non sarà mai soppressa. Una dose di energia rivoluzionaria che ci sarà utile finita la quarantena, quando si tratterà di lottare contro controlli securitari e turbocapitalismi che distruggeranno ancora di più il Pianeta (per nuove pandemie), a patto che sappiamo usare questo tempo sospeso per riflettere e prendere le distanze dalle nostre routine di sfruttati. A patto che sappiamo condividere i nostri disagi.

Premessa necessaria e doverosa per l’esimia/o eventuale lettrice/tore: questa recensionuccia risente molto del nostro personale odio per ogni ingiustizia e prepotenza sociale e dunque potrebbe darsi che esalteremo questo film oltre i suoi meriti e potremmo incorrere (really? Ci leggeranno?) nei giusti strali critici di qualche critico radical-chic postumano e “cianèfilo”…

Recentemente con nostra somma sorpresa è andato in onda su Rai 3 il film Il giovane Karl Marx. Proprio “quel Marx”, quel cattivone là, l’ispiratore di tanti misfatti politici oltre che autore di alcune “operelle” che ancora vengono lette e studiate casomai vi si trovassero rimedi e soluzioni alle crisi del nostro “amato” capitalismo che come ci ripetono di continuo mass media e opinionisti “non ha alternative”. Sono riuscito ad avere contezza della trasmissione del film per vie traversissime e per un tam tam carbonaro tra amici e colleghi. Nessuna delle fonti che quotidianamente, per passar lo tiempo, consulto e che mi informano sui film che verranno trasmessi in serata – non possedendo io abbonamenti a canali internet o ad altri provider di film e serials vari di queste nuovissime piattaforme assai in voga e che si trasmettono a manetta e di cui si dice (faccian) gran bene etc. – sono infatti costretto per un po’ di sollazzo e distrazione dalla quotidiana quarantena ricorrere alla vecchia obsoleta tv, la cui offerta peraltro non è male. E difatti mi sono goduto Blade Runner 2049, La notte di San Lorenzo dei Fratelli Taviani, La classe operaia va in Paradiso…, un delizioso film a episodi con Monica Vitti, di quelli che si giravano negli anni 60 all’apice della nostra commedia italica: divertentissimo e lei bravissima!

Orbene, si potrà ben comprendere la mia grande meraviglia quando sono riuscito a captare la lieta novella: stasera Rai 3 trasmetterà Il giovane Marx, sì proprio quel Marx lì. Sì è vero Rai3 un tempo era la famosa TeleKabul di cui i giovanissimi poco o nulla sanno: c’erano Sandro Curzi, Andrea Barbato, la Dandini, un giovane eccezionale Guzzanti Corrado (è rimasto eccezionale ed anche la sorella Sabina); cerano più o meno i giornalisti – volti televisivi – che ci sono oggi, ma molto più combattivi e di “sinistra”, addirittura “comunisti”. Allora. Un magro Mannoni; una meno allineata Bianca Berlinguer etc. C’era poi un signore, Angelo Guglielmi, che dirigeva tutto l’ambaradàn culturale della rete suddetta ed era a sua volta uno dei protagonisti dell’avanguardia culturale italiana, mica bruscolini, amico nientepopòdimenoche di Umberto Eco… sigh! Se uno pensa alla normalizzazione in corso… Comunque, scoperto che trasmettevano Il giovane Marx ho urlato in perfetto stile Fantozzi SONO TORNATI I COMUNISTI A RAI3! O si saranno sbagliati. O chi fa i palinsesti (i palinsestieri se po’ di’?) si saranno fatti un cannino… va a sapere…

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Ripresomi dalla sorpresa, pieno di tutto questo nostalgico entusiasmo, un entusiasmo insomma ossimorico perchè piuttosto rivolto al passato che al futuro, tipico dell’epoca nostra, mi sono accinto a guardare il film e devo dire che è proprio un gran bel film. E non lo dico (solo) perché io sono un incorreggibile marxista. Anche se so di attirare gli strali dei critici radical chic più concentrati al dito-stilo, giustamente, che alla luna. I quali non si leggono manco tra loro, figurati se leggono me. E si sa poi che soprattutto oggi l’arte si fa soprattutto per l’arte (e soprattutto per i critici). Quella seria, quella che rimane.

Ma come viene viene, veniamo al film e iniziamo dalla doverosa scheda tecnica e traggo queste notizie dalla odioamata internet. Dunque… la pellicola (ci ostiniamo ad usare questa sineddoche, pellicola per tutto il film, la parte per tutto, senza pensare che alla fine ormai tutto o quasi tutto è girato in digitale… è un po’ come il comunismo, sarà anche morto ma ci si pensa spesso) è di https://it.wikipedia.org/wiki/Raoul_Peck, un bel signore haitiano come si vede dalle foto, autore peraltro di un bellissimo documentario – almeno a detta della rete (e stavolta con un consenso altissimo) I am not your negro, candidato all’Oscar su James Baldwin attivista dei diritti del popolo afroamericano (e che proveremo aumm aumm a procurarci). L’interprete del giovane Marx è August Diehl che giovanissimo non c’è ma per me un motivo c’è se il regista ha scelto proprio lui https://it.wikipedia.org/wiki/Il_giovane_Karl_Marx (tranquilli, io a wikipedia ci verso sempre un contributo di dindini perché fanno un gran lavoro anche se non cambieranno la Histoire come invece gli enciclopedisti francesi del XVIII secolo – e meno male); il quale Diehl viene accusato di giggionerare nelle varie recensioni in rete, ma per me è bravo, anche se io – come p(e)remesso – il film l’ho visto con gli occhi foderati dal prosciutto della “passione”. Per gli altri attori etc. consultate il link.

Dunque… la pellicola inscena la vita di Marx dal suo incontro con Engels, all’altezza del 1844, fino alla pubblicazione de Il Manifesto del Partito Comunista nel 1848. E per noi, il film è davvero un gioiello: recitato benissimo, con una ricostruzione rigorosa e appassionata, una bella fotografia, una sceneggiatura ricca, chiara quasi didattica ma mai didascalica.

“Rigorosa e appassionata” sono proprio le parole con cui il giovane Engels – figlio di un industriale prussiano possessore di fabbriche a Manchester ed uso a sfruttare le sue operaie, mentre il figlio è dalla loro parte (vivendo dunque una dolente contraddizione di cui è cosciente) – saluta ammirato l’opera di Marx. Rigoroso nell’analisi e appassionato nell’azione perché animato da un senso di giustizia sociale e dalla volontà di cambiare un mondo ingiusto. Non è certo Marx uno di quei nostri “accademici” che analizzano, criticano, misurano, al sicuro nelle turres eburneae dei loro privilegi.

Le figure storiche sono davvero ben tratteggiate, al punto che il film si potrebbe mostrare alle scolaresche a fini didattici (ahimé, quando si tornerà nelle classi, infrangendo questi sche(r)mi maledetti?) e sono rese sia nella loro componente umana. Marx, ad esempio, viene mostrato nel suo “egoismo del genio” poco attento alle esigenze di chi gli sta attorno: l’accusa che gli vien mossa più spesso è che è ingiusto, il che suona paradossale rivolta infatti a chi voleva eliminare ogni ingiustizia sociale dalla Storia; è visto come un artista forse un po’ troppo bohemien, quasi un artista, con questi capelli irsuti, questa barbetta sulle guance che lo rende un po’ punk, è proprio figo come l’hanno acconciato.. un po’ animalesco e l’attore è davvero bravo, ci sta molto dentro.

Inoltre, molto ben rappresentate le figure femminili, che hanno davvero una parte importante in tutta la “vicenduola”: Jennie, la moglie di Marx, la “più carina ragazza di Treviri”, rampolla di una ricca famiglia che “scandalosamente” decide di sposare il figlio “dell’ebreo convertito”, come Marx definisce se stesso, la quale interviene nei dibattiti, sostiene sempre il marito, nonostante le loro terribili condizioni economiche (senza contare che lei il marito e le due figlie sono sempre fuggiaschi, perché perseguitati) suggerisce idee, fa la madre, crede alla lotta per cambiare il vecchio mondo; la compagna di Engles, una delle lavoranti nelle fabbriche del padre, una bella indomita irlandese dai fulvi capelli, rivoluzionaria più del suo “Freddy” (il nomignolo di Frederich) la quale dice ad una certa: preferisco restare povera per continuare a lottare. E preferisce non avere figli per non dover dipendere troppo dal suo uomo (forse la sua sorellina sì, dice in un punto del film, dialogando con Jennie, lasciando intravedere così un possibile, sess-antottesco menage à trois).

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La sceneggiatura è davvero impeccabile, alternando sapientemente, come si diceva, il momento storico, la teoria, il lato umano e dando spazio anche alla componente visionaria (sempre di cinema si tratta: ma anche Marx è stato un grande visionario, forse il più grande): il sogno di Karl, ad esempio, ispirato forse da una scena reale, di cronaca, che viene mostrato all’inizio del film: un gruppo di “ladri di legname” cioè poveri contadini costretti a rubare del legname da proprietà private e bastonati a morte dai gendarmi (purtroppo i tutori dell’ordine, proletari anch’essi, sono spesso usati dal potere per picchiare altri proletari). In un prosieguo della visione, in un’altra parte del film, i contadini vengono bastonati e infilzati di spada e Marx non riesce ad aiutarli svegliandosi dunque di soprassalto. E se la scena iniziale di un film, come la mossa di apertura di uno scacchista, rivela la direzione della pellicola, ebbene si può dire che il regista con questa scena del sogno abbia voluto farci intendere che a prescindere dalla teoria, dall’analisi, dalla stessa passione politica, Marx era animato da un profondo senso di giustizia sociale (e forse la sua origine familiare, l’essere figlio di un ebreo convertito e dunque disprezzato può aver influito sulla sua etica appassionata… un po’ come per un altro grande ebreo visionario, un certo Sigmund Freud che qualche anno dopo dovrà a sua volta “scandalizzare” il mondo. La scoperta dell’inconscio deve molto ad un cappello di un ebreo gettato per disprezzo e razzismo nel fango… ).

E arriviamo così al 1848, data in cui Marx ed Engels scriveranno il famosissimo Manifesto del Partito Comunista, che, a detta di Engels, doveva solo essere una sorta di “catechismo” per gli operai un memorandum per l’azione politica richiesto dalla Lega dei Giusti una delle poche importanti leghe operaie internazionali (ah se i proletari non si fossero fatti dividere dai nazionalismo della I guerra mondiale…) che Marx ed Engels, riescono a portare dalla loro parte, a “convertire” al comunismo e cioè a una forma di lotta senza quartiere contro gli sfruttatori. E che belli questi giovani rivoluzionari e un’aria meravigliosa di giovinezza spira da tutto il film e ci investe: questa è gente che non ancora a 30 anni, come dice un Marx esausto, è stanca già di lotte proclami, opere, riflessioni, impegni, fughe, miserie ma sempre sempre appassionati, una giovinezza un soffio che arriva fino a noi e penetra lo schermo e quale scandalo appare ai nostri occhi la nostra giovinezza e la gioventù tutta di oggi così “sprecata” dietro aperitivi, nevrosi, pasticche, problemi ombelicali mentre il mondo è in fiamme… Ma c’è sempre qualche giovane che lotta sempre c’è sempre qualche vecchio che vuole ancora respirare aria di gioventù che accompagna il giovane nella lotta che sarà eterna sempre. Come diceva Philippe Sollers <<c’è sempre qualcuno che trama qualcosa nell’ombra…>>. Ciò che ci manca oggi è forse un Marx, cioè qualcuno che sappia mettere ordine teorico nella complessità del presente.

Ma forse una recensione di questo film, per essere coerentemente marxista e cioè materialista dovrebbe ripartire dallo stupore iniziale: com’è possibile che Rai 3 abbia trasmesso questo film? Negli ultimi anni, infatti, abbiamo assistito alla damnatio memoriae del comunismo. Marx al contrario non è mai stato letto e studiato tanto a partire dalla sua opera somma, Il capitale, anche perché in esso, il filosofo di Treviri ha previsto tutta una serie di crisi del capitalismo puntualmente occorse e occorrenti e dunque i liberisti lo leggono per cercarvi antidoti (e al comunismo e alle crisi del capitalismo). Ma già ne Il Manifesto si legge che la borghesia, cioè la classe sociale dei ricchi, ha scatenato forze che lei stessa non riuscirà a controllare. Quelle stesse forze che stanno distruggendo il pianeta – e dunque Marx ha anticipato anche la necessità di unire lotta contro lo sfruttamento umano alla lotta ecologista – e gli ecosistemi, costringendo ad esempio virus adatti agli animali come il nostro caro covid19 a cercare posto tra gli uomini (cfr il libro Quammen, Spillover). Ma rimane il fatto che alla parola comunismo ancora oggi si levano scudi e gli stessi che dovrebbero in qualche modo difenderne l’idea, cioè gli oppressi ebbene anche loro lo disprezzano (forse perché a causa delle degenerazioni staliniste se ne sentono traditi?).

Certo, le dittature staliniste sono esistite, ma cosa avevano di comunista? La vera essenza del comunismo è la lotta contro le ingiustizie sociali e l’utopia di un mondo senza classi e cioè senza sfruttatori e sfruttati; un mondo dove non saremo costretti a vendere i nostro tempo ma dove tolto il tempo per il lavoro – tempo giusto e lavoro da scegliere, lavoro che piace – possiamo esprimere liberamente noi stessi attraverso la nostra parte creativa, discutendo di arte filosofia sport (Marx nel film urla ad un certo punto tutto il suo odio contro l’ignoranza, senza contare che era un gran lettore, appassionato di Dante e delle belle cose della vita, nel film, ed era un grandissimo cultore di Dante che citava a memoria, ovviamente) amando semplicemente e godendo di una semplice passeggiata ad esempio, senza la minaccia dell’orologio dello sfruttamento della precarietà. Un mondo umano ma non nel senso predatorio del termine, un mondo se vogliamo davvero umanista.

Ma il capitalismo vuole questo?

La damnatio memoriae è opera dei media, dei politici, dei capitalisti, dei nostri cervelli videoanestetizzati: oggi domina un pensiero unico, produrre guadagnare lavorare: anche a costo di perdere la vita.. ah Milano, Lombardia… quanta fretta…! Certo, il sistema è questo, non c’è alternativa, come no. Ai tempi di Marx si pensava fosse normale usare bambini nelle fabbriche… e Marx lo ha reso scandaloso, immorale, nell’opinione pubblica (certo non solo Marx, come il film fa capire, la lotta già c’era e sempre ci sarà).

C’è una frase del Manifesto che solo per essere stata pronunciata ha reso Marx il Moro come veniva chiamato, il nemico giurato del capitalismo e dello sfruttamento: e cioè, che quella di sfruttati e sfruttatori è solo una fase della Storia, che la Storia può cambiare, il tavolo capovolgere. Il solo fatto che sia stata pronunciata è una lacerazione nella Storia, un punto di non ritorno. Una pietra di scandalo perenne.

La rivoluzione cova sempre sotto le ceneri, anche quelli della Rai 3 attuale hanno avuto il loro “guizzo riviluzionario” :). C’è sempre una rivoluzione che ci attende ed è come una pietra rotolante che nessuno può fermare. Non a caso il film si chiude magnificamente sulle note di Like a rolling stone di Dylan e sulle immagini di repertorio di Lumumba in catene, di Allende assediato dai golpisti, di lotte di operaie e operai, di attivisti di colore, che dai tempi di Marx si sono dipanati lungo tutto questo secolo appena passato, del millennio che è stato e qualcuno potrebbe vederci una serie di sconfitte e invece si tratta di indomiti ribelli che risorgono sempre, una infinita pietra rotolante, a patto però di riconoscere che un altro mondo è possibile, a patto di rimanere giovani sempre (qualche recensore “cianèfilo” ha fatto notare che il protagonista è troppo vecchio per impersonare un giovane di 30 anni. E se invece fosse come dire il bug, il virus che il regista introduce nelle nostre teste per farci identificare appunto con un giovane? Per permettere a tutti di identificarsi con un giovane rivoluzionario). A patto di riconoscere e vedere le catene che ci stringono come ancora fanno molti lavoratori molti operai perché lì quel messaggio quel verbo marxista non è mai sparito, come tra gli operai FCA ex FIAT che sono stati licenziati per aver criticato Marchionne, Mimmo Mignano e gli altri, come i lavoratori che si oppongono alla chiusura delle fabbriche e le gestiscono in prima persona, anche se per Marx quel sistema è totalmente da cambiare, non più lavoro di fabbrica (purtroppo a volte gli operai sono loro malgrado alleati dei padroni, ma lo fanno per la sopravvivenza e le faiglie); come i Chico Mendez che vengono uccisi per aiutare gli indios e difendere la natura. A patto che vediamo come questa emergenza e la conseguente quarantena che tutti viviamo possa essere occasione di liberarci dalle catene del capitalismomediatico o ennesimo giro di catena da parte del Potere politico al soldo del Capitale.

La pietra non ha smesso di rotolare. Una nuova rivoluzione ci attende.

Purché torniamo a pensare.

Insomma hasta a la victoria.

Siempre!

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