Immigrazione, un problema sociale

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Per parlare di immigrazione, di migranti, di richiedenti asilo, di naufraghi delle speranze, non basterebbe un trattato di mille pagine. A tutte le obiezioni che in questi giorni vengono sollevate contro le politiche di accoglienza, si potrebbe ribattere punto per punto, spiegando, ragionando, facendoci prendere dalla realtà delle cose e non dalla facile trovata di politici che, di un evento, ne fanno una propaganda elettorale, con titoli sensazionali che servono solo a catturare l’attenzione delle persone più distratte. Perchè i negazionisti dell’accoglienza, i cosiddetti razzisti, spesso sono persone che non leggono e non leggeranno tutto l’articolo, o lo faranno con i paraocchi, quelli che, in passato, hanno accomunato i nazisti della Germania ai fascisti dell’Italia ai comunisti della Russia. Il razzismo non ha colore politico, ha solo l’ignoranza, e ricordo che questa parola significa ignorare, della storia e della verità. Un esempio è la critica che viene continuamente fatta è quella sui centri di accoglienza che ospitano i migranti e sul fatto che a loro vengono offerti cibo e alloggio gratis.

Un esempio, dicevo, che serve a rispondere alle mille critiche che viaggiano su Internet, o al supermercato o nelle discussioni sui migranti: “quando i nostri antenati sono partiti per l’America non hanno avuto alloggi, non hanno avuto aiuti, se la cavavano da soli”. Sì, è vero, i migranti, un tempo, anche quelli che fuggivano dalle guerre, come la seconda guerra mondiale, non avevano sostegni, se la cavavano con l’aiuto di qualche parente o amico o, la maggior parte, da soli. Vivevano in miseria e spesso morivano senza che nessuno si ricordasse di quella persona. Molti di loro sparivano. Sparivano così facilmente che moltissimi delinquenti hanno utilizzato questo metodo per fuggire dalla legge italiana o a quella del loro paese. Mafiosi, assassini, ladri, erano così bravi che riuscivano a emigrare in altri paesi e a riattivarsi con le loro attività. Non dimentichiamoci che l’Italia, come tantissimi altri paesi europei, hanno esportato i propri delinquenti in giro per il mondo. Sicuramente non l’intero sistema è perfetto o adeguato, ma si può lavorare per sistemare le cose.

Oggi mi sembra un atto “umano” riuscire ad accogliere chi sta fuggendo dalle guerre, dalle carestie, dalle mattanze, dalle violenze, dalle ideologie che vogliono un mondo guerriero, dove il più forte decide con prepotenza su tutti. Un diritto, dico, perchè sono uomini, donne, vecchi, bambini, che viaggiano per chilometri a piedi o in carri, che lungo il cammino vedono morire parenti o compagni di viaggio, che si sentono loro stessi morire, che vengono sfruttati per un sogno, una meta: il luogo dove trovare pace e libertà. Negri, gialli, bianchi, non hanno sentimenti diversi, tutti amano, tutti sognano, tutti vogliono una vita migliore, potersi costruire una famiglia, vivere sereni accanto alle persone che amano. Non ci sono differenze. Eppure quando li vediamo diversi, li accogliamo in modo differente, chiusi nel nostro orticello perchè non vogliamo confrontarci con gli altri. Confrontarci significherebbe ritrovarci di fronte alle nostre mancanze, alla nostra perdita di umanità.

Qualche mese fa papa Francesco aveva detto, in un suo intervento, che stavamo affrontando la terza guerra mondiale. Ebbene, forse non ce ne siamo accorti, ma è così, perchè questa è una guerra dell’intero pianeta, solo non combattuta con le armi, ma sul sociale. È questo che stiamo affrontando, la nostra differenza sociale. E ci attacchiamo a tutto: alla religione, al lavoro, alla casa, alla differenza fra di noi, alla libertà, alle restrizioni per avere più sicurezza. Tutto è collegato, nulla è scindibile in questo mondo che sta andando a rotoli e che, spesso grazie ai media, non riusciamo a comprendere. I politici, gli industriali, i banchieri, chi gestisce il potere, lo sanno e stanno utilizzando tutto questo a loro vantaggio. È più facile dare la colpa alla crisi, è più semplice dare la colpa della crisi economica e della mancanza di lavoro agli immigrati che a loro stessi, alle scelte personali che in questi anni li hanno visti protagonisti.

È meglio alimentare le guerre all’Isis, alla Siria, alla Libia, ai paesi africani, che risolvere o aiutare davvero. Conoscere significa anche ricordare che in anni passati siamo andati in questi paesi, li abbiamo sfruttati, abbiamo preso le loro risorse e li abbiamo abbandonati alle loro guerre fratricide, commuovendoci sempre dinanzi alle immagini dei bambini soldato, delle stragi dei civili, delle violenze che venivano perpetrate sui civili inermi.

Ebbene si. Stacchiamo assegni, elargiamo un po’ dei nostri soldi in beneficenza, cerchiamo di metterci a posto la coscienza quando ci troviamo di fronte a storie struggenti di povertà, di morte, di dolore. Un gesto semplice, che ci farà ritornare con la mente a noi stessi, alla nostra serata in discoteca, alla vacanza alle Maldive, all’auto di lusso che desideriamo, alla settimana sulla neve, ai nostri divertimenti. Siamo umanamente così poveri che è più facile amare e spendere per un animale che per salvare e aiutare un bambino. Certo, un animale è forse più costoso, ma meno impegnativo di un essere umano. Meglio un animale o stare soli che tenere in casa un nonno, che adottare un bambino, ecc.

Siamo umanamente poveri, quando seduti sui nostri divani ci arrabbiamo perchè migliaia di persone affrontano un viaggio disumano per venire in Italia, che poi non è la meta dei migranti, ma solo un paese di passaggio. Vediamo i barconi e ci rattristiamo per quelli che muoiono in mare, ma poi, di quelli che ce l’hanno fatta, non ce ne frega nulla, anzi, li vogliamo cacciare, rimandare indietro, fermarli con i mitra, se fosse possibile. Li rinchiudiamo in centri dove non fanno nulla, mangiano e dormono a spese nostre. Sbagliato, mangiano e dormono a spese dell’Europa intera, non solo dell’Italia e spesso, mangiano e dormono a spese della povera gente che si presenta nei centri o presso le associazioni a portare le borse della spesa per farli lavare, vestire, per nutrirli. Ci arrabbiamo se restano chiusi tutto il giorno nei centri, ci arrabbiamo se escono in giro per le nostre città. Ci arrabbiamo se sono sporchi e ci arrabbiamo se gli diamo un posto dove lavarsi. Piangiamo se li vediamo in televisione, li scostiamo se li incontriamo per la strada.

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Ce la prendiamo con loro, come se il loro arrivo è la causa della nostra crisi economica, dimenticandoci che a metterci in crisi sono state le banche. Li accusiamo di venire a rubarci il lavoro che non c’è per i nostri giovani, figuriamoci per loro, però li facciamo lavorare a nero per qualsiasi cosa, quando ci servono. Li allontaniamo perchè puzzano, non si lavano, ma ci arrabbiamo anche se gli diamo un posto dove stare per potersi lavare e per farli dormire. Siamo pronti a renderli tutti colpevoli di un delitto, anche se a compierlo è uno solo, o sono in pochi, come se noi fossimo tutti dei santi. Siamo pronti a non mangiare le carni, a non maltrattare gli animali, ma anche a far tornare degli esseri umani in zone dove sicuramente moriranno a causa delle guerre o della fame. Siamo pronti ad accusarli di crimini di ogni genere, anche se a commetterli, poi, sono cittadini europei e non extracomunitari.

Vorremmo delegare alla Chiesa un compito che non spetta solo al Vaticano. Leggevo di qualcuno che si opponeva all’arrivo dei migranti perchè l’Italia è piccola e non riesce a contenere un numero così alto di persone, però, subito dopo consigliare al Vaticano, uno stato infinitesimale, di accoglierli nel proprio territorio. Ci arrabbiamo quando sentiamo che vengono alloggiati in residence, ma chiudiamo gli occhi quando veniamo a conoscenza che sono gli stessi proprietari a richiederlo, perchè in questo modo avranno tutto occupato per mesi e quindi guadagneranno.

Potremmo continuare all’infinito con esempi, abbattendo tutte le polemiche, anche quelle innalzate dai paesi dell’est Europea, che non vogliono le quote di immigrati, sottolineando che sono proprio loro ad avere, in questi ultimi anni, il maggior numero di spostamenti in altre zone europee o mondiali.

È colpa dei migranti se sono aumentate le prostitute, la delinquenza, i furti, non delle leggi che non vengono applicate o dello Stato che non si sa muovere in queste situazioni. Non ci accorgiamo che il fallimento delle politiche italiane ed europee è alla base del malcontento che proviamo. Non è colpa degli immigrati se sono aumentate le tasse, se l’Iva sale, se ci sono i tagli alla Sanità e all’Istruzione, perchè con o senza il loro arrivo, l’obiettivo sarebbe stato lo stesso.

Prima di accusare le persone, pensiamo a quello che abbiamo, a quello che vogliamo, a quello che non facciamo per ottenerlo, alla presa di posizione che evitiamo. Non sono i migranti che non sono scesi in piazza a protestare contro gli aumenti, contro le politiche dell’austerity, siamo stati noi.

È la politica europea che ha deliberatamente, in questi anni, sottovalutato un problema ben visibile e che non solo l’Italia, ma anche varie associazioni le avevano presentato in modo chiaro. Sottovalutato come furono sottovalutati i campi di concentramento per gli ebrei e gli oppositori ai regimi. Adesso che siamo dinanzi all’esplosione della morte e della sopravvivenza, adesso che gli immigrati, tra scegliere di morire nel proprio paese e la probabilità di morire in un viaggio della speranza, scelgono una probabilità, perchè è quella probabilità che li spinge a vivere, solo adesso si cercano risultati e soluzioni di un problema che nessuno ha voluto vedere.

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E ripenso con profonda tristezza all’immagine del bambino siriano morto sulle coste della Turchia, la foto che ha fatto il giro del mondo, l’immagine che ha colpito i cuori di milioni di persone. E mi accorgo di quanto siamo umanamente lontani dall’umanità, dai nostri simili, perchè dobbiamo sempre essere messi dinanzi a grandi tragedie, a grandi numeri di morti, prima di risolvere qualcosa. Se non ci sono i grandi numeri, le scene sensazionali, le storie strappalacrime, non riusciamo a far emergere la nostra umanità. Non ce ne frega nulla! Eppure dovremmo per un attimo pensare a metterci nei panni di chi vive situazioni di guerra, di miseria, di carestia, di povertà assoluta, di mettere noi i nostri figli, almeno con il pensiero, per un attimo in una di quelle nazioni da cui arrivano gli immigrati. Riflettendo su cosa vorremmo, cosa avremmo fatto noi, per noi e per i nostri figli, se fossimo vittime di violenze sistematiche e di guerre.

Se ci fossimo organizzati prima, con un lavoro di insieme, coinvolgendo tutti gli organismi dell’intera Europa, forse non avremmo eliminato tutte le tragedie, ma alcune sicuramente si.

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Sissi Corrado

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