Kobane e la lotta delle donne curde

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“Se la donna non è libera, la società non è libera”

Kobane, conosciuta in arabo come Ayn-al-Arab (fonte degli arabi) è una città nel nord della Siria situata nel Kurdistan siriano, meglio conosciuto come Rojava (che in curdo significa “occidente”) al confine con la Turchia.

E’ una città diventata il simbolo della resistenza del popolo curdo contro l’invasore, l’ISIS prima e la Turchia dopo, oggi controllata dalle unità di difesa del movimento confederalista curdo (PYD) le YPG e le YPJ, che ne rappresenta la brigata femminile.

La storia della resistenza femminile di Kobane è stata raccontata  nel documentario Nû Jîn (Nuova vita) del regista kurdo Veysi Altay.

Il regista per la sua attività a favore dei diritti umani e per la sua opera documentaria sulle donne combattenti curde è stato denunciato ben 36 volte e attualmente condannato in Turchia a due anni e mezzo di carcere.

Il documentario, proiettato sabato scorso presso i locali dell’Associazione Arti di Palestrina, nell’ambito di una manifestazione di solidarietà con il popolo del Rojava, promossa dal collettivo ColleAttivo, ha mostrato non solo il coraggio di giovani donne nel’opporsi con le armi ai combattenti dell’ISIS, il documentario risale al 2014, ma anche il livello di uguaglianza e di condivisione della vita quotidiana da parte degli uomini e delle donne curde.

Se la donna non è libera, la società non è libera” è la frase che una combattenti dice nel corso del documentario, mentre con sguardo fiero e nello stesso tempo pieno di dolcezza imbraccia un kalashnikov. Guerrigliere sì, ma senza rinunciare allo loro femminilità. Impugnano le armi ma hanno il capo fasciato da turbanti colorati e a differenza delle altre donne arabe, anche siriane, non portano il velo islamico nelle sue diverse varianti: hijab, niqab chador, burqa.

Donne libere che combattono con lo stesso impegno degli uomini, e come questi corrono gli stessi rischi di essere uccise in battaglia. Difendono non solo la loro terra ma uno stile di vita e sociale unico nell’intera regione dove parità uomo-donna e tolleranza sono i principi che ispirano ogni aspetto della vita sociale e politica. Ogni posizione, nel partito, nei comuni, nell’esercito, delle amministrazioni è ricoperta da un uomo e una donna. Viene praticata la tolleranza etnica e religiosa. La prima vede convivere curdi, turchi arabi, yazidi, turcomanni. La seconda: cristiani, ebrei e musulmani. Inclusione e solidarietà sono principi alla base della vita civile. Potremmo definirla una società dal socialismo libertario. E forse oltre alle ingenti risorse petrolifere, di cui il Rojava è ricco, è proprio il loro stile di vita che non può essere tollerato sia dai guerriglieri dell’ISIS, per i quali essere ucciso da una donna è un’infamia, che dalla Turchia.

Una loro vittoria con l’instaurazione di una società libera ed eguale potrebbe essere destabilizzante per tutti i paesi della regione perché significherebbe che anche una società islamica può essere governata da istituzioni laiche e libere e questo per regimi che fondano il loro potere sulla religione dove la libertà di espressione è fortemente limitata (pensiamo alla persecuzione da parte di Erdogan dei giornalisti del Cumhriyet, definiti complici dei terroristi)  non può essere accettato.  

Di tutto questo si parla nel documentario Nû Jîn che la Rete Kurdistan Italia sta facendo conoscere in giro per l’Italia perché “l’attacco al cinema rivela la volontà di cancellare, di far sparire tutta intera la cultura, la storia, l’identità di un intero popolo”. Spesso dei popoli che lottano per la loro indipendenza o autonomia conosciamo poco o nulla perché l’informazione occidentale e in particolare quella italiana, salvo rare eccezioni, è poco attenta a quanto accade in quei paesi, a meno che non siamo direttamente coinvolti come quando accadono attentati che colpiscono al cuore l’Europa.

Iniziative come quella di ColleAttivo a Palestrina, una cittadina della provincia romana, è importante perché ci fa capire che in un mondo complesso “il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano d’altra parte del mondo“ (il cd effetto farfalla) ovvero che piccole azioni possono contribuire a generare grandi cambiamenti.

In Italia il nome di Kobane è legato anche alla grafic novel di Zerocalcare una storia che a differenza di quello che ci raccontano i media, guerra, distruzione, decapitazioni, che pure ci sono, vuol darci testimonianza di un popolo che non resiste solo all’Isis e ora alla Turchia, ma che sta provando a inventarsi un società basata sulla convivenza e sull’uguaglianza. Kobane Calling poi diventa anche uno spettacolo teatrale. Al Teatro Vittoria dal 5 al 15 dicembre per la regia di Nicola Zavagli è andato in scena Kobane Calling la storia di un viaggio di volontari per portare aiuti a Kobane e raccogliere testimonianze alternative alla situazione siriana. Anche questo è un modo concreto per esprimere la nostra solidarietà ai valorosi uomini e donne curdi, che combattono non solo per la loro libertà, ma per la libertà di tutti noi.

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