Pubblicato il: 26 Febbraio 2018

Recensione: Il Mio nome è Milly al Teatro della Cometa

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In un pomeriggio nuvoloso e piovoso al Teatro della Cometa a Roma è andato in scena “Il mio nome è Milly“, recital in 2 tempi di e con Gennaro Cannavacciuolo. L’autore-attore ha rappresentato in modo straordinario e raffinato la vita artistica e privata di Carolina Mignone, in arte Milly.

Attraverso le canzoni più emblematiche della cantante-attrice piemontese,  con l’aiuto di narrazioni, musiche e poesie, il pubblico si ritrova sospeso dal presente e proiettato in uno spazio-tempo lontano e magico,  in cui ogni canzone assume a pieno il ruolo di una ‘fotografia vivente’, che ci racconta un passaggio fondamentale nella carriera di Milly.
La musica gioca un ruolo essenziale, accompagnando per mano, con le note  gli spettatori. Il pianoforte di Dario Pierini, il sax, clarinetto e percussioni di  Andrea Tardioli, il violoncello di Francesco Marquez sono capaci di disegnare ai nostri occhi luoghi reali e dell’animo, che in nessun altro modo avrebbero potuto essere rappresentati così egregiamente, (stazioni, treni, palchi, teatri, camerini, felicità, successo, brio, amarezza, solitudine…).
Ineccepibile la bravura di Cannavacciuolo che, con energia, maestria ed eleganza, canta, danza e si muove riempiendo tutto lo spazio scenico, cambiando abilmente più volte costume, interagendo con il pubblico, utilizzando anche gesti ammiccanti che rimandano al non detto, al sottointeso. E più varia la rappresentazione della vita della nostra attrice, più Milly sembra essere lì presente.
Due atti in cui si rispolvera una vita artistica singolare, divertendo ed emozionando il pubblico. Cannavacciuolo è talmente  abile a trascinare gli spettatori in questa performance, da farci sentire anche liberi di canticchiare, qua e là, strofe e versi che fanno parte dei nostri ricordi, e il risultato è un “sussurrato effetto dolby surround popolare”, con conseguente pelle d’oca, quando sono le emozioni vere a prevalere è inevitabile.
La scenografia, semplice e studiata, composta da gigantografie di Milly che vengono fatte ruotare ad arte da Gennaro, ci introduce sempre più dentro quegli anni. Il colore prevalente è il nero, sempre sobrio ed elegante con l’aggiunta di giochi di luce dettati da strass e lustrini che scintillano ad intermittenza, ricordandoci quanto la stessa Milly sapesse brillare nella vita, capace di fare innamorare di lei principi come Umberto di Savoia, il giovanissimo scrittore Cesare Pavese o l’affascinante collega Vittorio de Sica.
Ma lei, non era come le altre, aveva la sua forza, la sua dignità e quell’inquietudine che l’accompagnava da sempre e la contraddistingueva.

La sua spavalda ironia e i suoi testi ingenui con cui introduceva le sue canzoni sono un materiale preziosissimo, con cui Milly si fa ancora più presente in questo tributo alla sua carriera, grazie all’utilizzo in scena di vecchie registrazioni audio.
Un’ora e mezza abbondante di spettacolo in cui si viaggia per un’Italia a cavallo tra le due guerre, una breve parentesi americana ed un ritorno in patria con conseguente fatica a rientrare in scena; l’incontro con Strehler e il teatro brechtiano e l’esperienza televisiva a Studio 1 con Mina.
Una generosa Mina, che ci omaggia di un ermetico ma importantissimo scambio epistolare con Gennaro Cannavacciuolo: “Milly non era un’ospite fissa di Studio 1, ma una delle maggiori vedette della trasmissione”.
Un viaggio nel tempo e nella vita stessa di Milly, in cui si rende omaggio al suo non essere mai scontata, alla sua “forza di non chiedere mai niente, né di ricevere niente, ma di aver vissuto come ho voluto”, consapevole che prima o poi avrebbe scontato la sua scelta, come citano i versi dell’ultima canzone, che Cannavacciolo sceglie di offrirci a fine performance.
Un grazie davvero enorme e sincero a Gennaro Cannavacciuolo che inizia a dar vita a questo spettacolo dal lontano 2000, in occasione del festival di Todi e alla conoscenza di Millina Mignone, nipote di Milly e presente ieri in platea.
E come sempre… giù il sipario e si ritorna alla vita di tutti i giorni un po’ più arricchiti di quando si è giunti a teatro.

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