Stiamo uccidendo l’arte

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l’atroce agonia dell’arte causata dal Covid-19. E da noi

I tempi sono maturi per lasciare da parte la retorica. I tempi sono maturi per lasciare da parte gli eufemismi. I tempi quasi fin troppo maturi per evitare una ecatombe di dimensioni colossali; e non si tratta solo di economia, di politica, o di sanità: si tratta di vita.

Scriveva Friedrich Nietzsche: “Dio è morto! Dio resta morto! E noi l’abbiamo ucciso! Come potremmo sentirci a posto, noi assassini di tutti gli assassini? Nulla esisteva di più sacro e grande in tutto il mondo, ed ora è sanguinante sotto le nostre ginocchia: chi ci ripulirà dal sangue?

Si potrà certamente dubitare della pertinenza, se non addirittura della moralità, della citazione filosofica in un tempo in cui muoiono ancora centinaia di persone in tutto il mondo. Eppure, a costo di parere radical chic, non penso sia evitabile una riflessione di ampio respiro su quanto sta accadendo. Perché (resta ovvio che Nietzsche è qui ripreso solo come suggestione polemica e non si suggeriscono interpretazioni filologiche), l’arte, al netto di ogni retorica, in questo periodo è morta.

A parte emozionanti vicende culturali, quali la nuova canzone di Bob Dylan, l’arte non ha nutrito il nostro spirito, non solo perché teatri, cinema, etc. sono restati chiusi. Ma anche perché molti scultori non hanno scolpito, molti pittori non hanno dipinto, molti scrittori non hanno scritto. Perché? Perché non ci sono riusciti. Perché l’arte non può esistere se la vita non esiste. E questa non si può chiamare vita. Non si può surrogare la vita con le cantate sui balconi. Non con gli hashtag #andratuttobene. No. La vita è altro.

E non si può surrogare la vita neppure con la politica. Neppure con l’economia. La vita è Spirito.

Il disastro sanitario di questo periodo non è solo sanitario o politico od economico, ma ha portato a galla il possibile fallimento di una civiltà intera: la civiltà umana. In un disastro comunicativo di proporzioni omeriche, in televisione sono stati riproposti telegiornali piuttosto che film di Fellini, programmi di approfondimento politico, in cui gli opinionisti di turno si sono barbaramente aggrediti, piuttosto che pellicole di Fritz Lang. Si è preferito aggiornarsi sulle previsioni statistiche piuttosto che leggere Cervantes.

E, se quanto detto pare scandaloso e insensibile, aggiungo ancora altro: si è preferita una reazionaria “sensibilità” linguistica ad un corretto guardare dritta negli occhi la realtà. Le persone sono morte, e bisogna dare loro la dignità che meritano: non sono decedute, sono morte. Gli eufemismi li si lascino ai politici, agli opinionisti e al popolo dei social, tristemente immemore delle offensive parole del grande Umberto Eco.

Non siamo in guerra. Un virus non è un nemico armato. Le parole hanno un loro peso: sono le parole ad averci fatto divenire ciò che siamo. Avremmo potuto avere più sensibilità vera, e non eufemistica. Cos’è questo che stiamo vivendo? Un lockdown? E cosa è un lockdown? Non avremmo potuto trovare un termine più bello, semplicemente bello, per alleviare la bruttura del mondo? Hanno forse chiari poeti usato questa orrenda parola nelle loro odi? Saranno inorriditi gli spiriti di Dante e di Leopardi, di Virgilio e di Parini, di Tasso e di Alfieri …

Non è solo il corpo che sta morendo. Lo spirito sta morendo, e siamo noi che lo stiamo uccidendo lentamente, impietosamente, insensibilmente.

Perché, dopotutto, come profetizzava Dostoevsky,La bellezza salverà il mondo”. Non è forse troppo tardi perché lo spirito risorga; a patto che si lascino da parte gli eufemismi, è forse possibile la resurrezione (e non la ripresa) dell’arte. Risuonino in noi chiare le parole di Virgilo, omnia vincit amor, magari accompagnate dalla vista dell’omonimo quadro di Caravaggio, che pare suggerirci, appunto, che l’arte vince sempre. Per lasciarsi vincere, tuttavia e forse paradossalmente, ci vuole fegato.

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Antonio Sanges

Antonio Sanges

Mi chiamo Antonio Sanges, ho 28 anni e attualmente vivo a Roma. Ho studiato e vissuto tra Perugia, Roma, Parigi, Londra, e amo la lettura, la musica, il teatro, gli animali. Ho scritto due libri, che sono stati pubblicati: Penne d’oca e Poesie in itinere.

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