Titus – Why don’t you stop the show?: l’inizio della stagione del Teatro Quirino

Attuale, troppo attuale: revenge play attualizzato

L’adattamento di quella che è forse la prima tragedia scritta da Shakespeare risponde ovviamente dal convincimento della necessità del parlare a un pubblico moderno di temi universali: guerra, violenza, vendetta. Specificatamente, l’adattamento di Davide Sacco, che cura anche la regia dello spettacolo, Titus, why don’t we stop the show? contestualizza coscientemente la tragedia shakespeariana nella situazione geopolitica attuale, dato che molto spesso si parla di “Striscia”. Il rischio che il vigore estetico dello spettacolo, dunque, passi in secondo piano rispetto al messaggio che si vuole veicolare – credo – deve essere stato preso in considerazione dal regista stesso. Ché, certo, per amor di filologia si possono ricercare le fonti del Titus nei revenge plays elisabettiani e dire che già il Bardo utilizzava un setting antico (romano) per parlare della violenza e dei bassi istinti che regnavano nel suo tempo. Ma il rischio che il teatro diventi scuola di moralismo e di paternalismo è dietro l’angolo. Infatti, per quanto si possa dire che parlare dell’attualità e cercare di sensibilizzare il pubblico sia importante, il mondo reale è fuori dal teatro. Il pubblico dovrebbe, semmai, essere disturbato e scandalizzato, come voleva Pasolini. Ma il rischio è che l’indignazione contro ciò che succede a Gaza diventi un sentimento piccolo-borghese. Il popolo, pago della propria indignazione, come prima trovava godimento nel guardare uno spot pubblicitario, domani troverà godimento nel ritenersi superiore se professa parole di indignazione morale. A conti fatti, a cosa serve dare suggerimenti morali (una spia testuale: gli attori pronunciano spessissimo la parola “etica”) al pubblico romano, seduto su comode poltrone, rincuorato nella propria superiorità morale? Il colmo è che l’applauso più convinto è stato dopo che Titus pronunzia la seguente battuta: “cento, mille bambini sono morti. E nessuno fa niente?”. Ecco il paradosso: a cinque minuti a piedi dal teatro dove si diceva questo, la polizia impegnata davanti a Palazzo Chigi per monitorare eventuali disordini. Dunque, se è concesso rispondere provocatoriamente alla domanda del titolo dello spettacolo: Why don’t we stop the show? Because the show must go on. Siamo a teatro, non in guerra.

Detto ciò – la premessa è obbligatoria: se lo spettacolo vuole provocare, allora provochi (comunque il fatto in sé che lo spettacolo muova un dibattito può essere un punto positivo)  – l’adattamento ha una sua linearità nel seguire la vicenda di Titus, che rifiuta di diventare imperatore. Diventerà invece imperatore Saturnino, il quale sceglie di sposare Tamora, la regina dei Goti, precedentemente sconfitti dai romani. Seguiranno una serie di vendette e di violenze che culminano nella fine, forse la parte migliore dello spettacolo perché quella più catartica. Tra i pregi dello spettacolo, si possono annoverare appunto la linearità, nel senso che la predilezione per una storia intellegibile e per un teatro di parola è elemento meditato e che distingue Davide Sacco da gran parte degli esperimenti teatrali contemporanei. E la figura del padre (leitmotiv di Sacco, cfr. Napoleone. La morte di Dio), che aggiunge spessore al personaggio di Titus, il quale ha a che fare con una figlia mutilata e stuprata. Titus è interpretato da un bravo Francesco Montanari, forse paradossalmente penalizzato dall’utilizzo dei microfoni. L’imperatore Saturnino è interpretato da Giuliano Poggi, che rende bene gli eccessi e soprattutto il lato della degenerazione morale del suo personaggio. Marianella Bargilli è Tamora. Gli altri attori sono Ivan Olivieri, Beatrice Coppolino, Claudia Grassi, Jacopo Riccardi, Giuliano Bruzzese, Filippo Rusconi, Enrico Spelta, Matilde Pettazzoni

Le scene sono di Fabiana di Marco e sono molto interessanti. Il palcoscenico è infatti diviso in due livelli, uniti da una sorta di ponte metallico. Metaforicamente, dunque, il livello più in basso è una discesa verso il popolo e forse verso la platea, ovvero verso il pubblico. Dunque, si suggerisce la distanza del popolo rispetto al potere e, forse, in filograna, la possibilità di un j’accuse verso coloro che non fanno niente e guardano la violenza, lo show.

Nello spettacolo c’è moltissima violenza, crudele e perversa, come d’altronde c’è nell’originale shakespeariano. Qui è amplificato da uno stato di allerta perenne, quasi cinematografico e dall’amplificazione sensoriale: musica alta, attori che parlano fortissimo, luci di Luigi Della Monaca. Dunque, se da un lato tutto ciò suggerisce che siamo assuefatti alla violenza, dall’altro fa perdere la forza di alcune battute, liriche o filosofiche, che impattano molto meno di quanto avrebbero potuto se ci fossero state delle pause, dei momenti meditative e distesi. Le musiche sono di Davide Cavuti. I costume di Alessandra Benaduce.

Il finale è visivamente spettacolare e ha della forza catartica.

Antonio Sanges

http://antoniosanges.com

Antonio Sanges (Tricarico, 1991) è poeta, saggista e studioso di letteratura e filosofia contemporanea. Ha studiato a La Sapienza, Paris 8 e University College London. Ha pubblicato libri di poesia, tra cui Distensione del destino (Ensemble, 2025), e il saggio Les jeux sont faits (Carla Rossi Academy Press, 2023), dedicato a Beckett e alla “cultura della superficie”. Collabora con diverse riviste e blog, tra cui CulturSocialArt. Vive a Roma.

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