Un elogio del grottesco in un’opera coraggiosa

il pubblico viene privato di un qualunque terreno solido

Un appartamento anonimo, una donna visibilmente agitata che mette in ordine. Poi una coppia di vicini di casa che irrompe. La donna parla della sua infanzia. Ella pare esaurita.

Che cosa sta accadendo? Questa è una domanda che ogni spettatore verosimilmente si pone. “Mummy” è un’opera simbolo di un teatro che più che dare risposte, suscita domande, che non necessariamente vengono risolte, a volere sottolineare l’assurdità e il nonsenso del reale e dell’umano

Il testo drammatico tradisce una cultura e una consapevolezza notevolissimi e si situa in un crocevia di generi, influenze, idee di teatro non solo italiano ma più generalmente europeo e universale. Tra i primi grandissimi nomi che vengono in mente guardando “Mummy” è quello di Samuel Beckett, che con il suo “Aspettando Godot” aveva scardinato i moduli convenzionali della drammaturgia. Inserendosi nel solco di questa tradizione, che va da Beckett a Kafka sino a Pirandello e al surrealista Bunuel, il testo di Dario Postiglione si inserisce nel solco di una modernità di intensità vertiginosa e ammicca all’assurdo e al nonsenso, mettendo a nudo le paure, le fobie, la follia del reale e dell’umano, soprattutto contemporaneo.

Messo in scena al Teatro de’ Servi di Roma, la regia, salda e sicura di Civello garantisce successo dell’operazione, anche per merito degli attori Bajma Riva, Caterina Bonanni, Renato Civello, Fabrizio Milano, tutti in stato di grazia e che rendono l’idea di una tensione disturbante, destabilizzante, che mina alla base ogni certezza.

Il pubblico infatti viene privato di un qualunque terreno solido a cui appigliarsi, per restare inghiottito nel vortice onirico surreale, grottesco, assurdo della situazione, dal momento che non si comprende bene che cosa stia accadendo. Siamo in un sogno? La donna è atta? È analizzabile secondo schemi freudiani? Il singolo spettatore è chiamato a interrogarsi su tutto ciò.

La messa in scena è completamente riuscita ed è estremamente lodevole perché il testo è difficilissimo. Invischiato nel flusso di coscienza della protagonista, lo spettatore si perde non comprende bene cosa pensare, dove lo spettacolo voglia andare, sin dove si voglia spingere, per così dire .

Il riferimento a Beckett appare dunque opportuno se si prende il testo “Aspettando Godot” c’è uno spartiacque tra teatro convenzionale e teatro moderno, ma Postiglione si spinge più in là, essendo influenzato anche da autori più moderni (si pensi anche a “L’Angelo sterminatore” del regista di cinema Luis Bunuel).

In una schifrenica alternanza di tonie vanno dal comico al tragico, in questa opera sostanzialmente senza centro, difficile da definire e incardinare secondo etichette convenzionali.

La perdita di ogni certezza, l’instabilità della donna protagonista destabilizzano pure lo spettatore, che perde ogni certezza, laddove deve seguire il filo di un discorso che si ramifica, si ingarbuglia, mostra la sua doppiezza e il suo doppio senso.

A parte alcune parti dello spettacolo piuttosto esagerate, l’operazione è riuscita nel suo intento, cioè di turbare lo spettatore e di fargli perdere le sue certezze per trovare per così dire, un senso nel nonsenso dell’opera.

“Mummy ” è un classico moderno, un piccolo gioiello imprescindibile della drammaturgia contemporanea, un testo da cui difficilmente si potrà prescindere in futuro.

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Antonio Sanges

Antonio Sanges

Mi chiamo Antonio Sanges, ho 28 anni e attualmente vivo a Roma. Ho studiato e vissuto tra Perugia, Roma, Parigi, Londra, e amo la lettura, la musica, il teatro, gli animali. Ho scritto due libri, che sono stati pubblicati: Penne d’oca e Poesie in itinere.

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