UNO ZIO VANJA… diciamo che non l’ho capito

 

Zio Vanja
Immagine da web

ci regala un personaggio ben lavorato, fragile e umano

In scena al Teatro Tor Bella Monaca il 2 marzo

Zio Vanja” uno dei testi più amati di Cechov. Zio Vanja e sua nipote Sonja conducono una vita laboriosa nella residenza di proprietà del professore che li turba con il suo arrivo, tediandoli con pretese e acciacchi. Non meno scompiglio porta Elena, la seconda moglie del professore, di cui si innamorano sia Vanja che il dottor Astrov, chiamato per occuparsi dei malanni del professore e del quale invece si innamora Sonja, tanto buona, paziente e operosa, ma tanto bruttina. Mentre prosegue questo intricato quadro di relazioni e di sentimenti non corrisposti, il professore propone di vendere la proprietà. Dopo un crescendo di tensione che si esaurisce con il tentativo di Vanja (fallito miseramente) di uccidere il professore con una pistola, tutto torna alla calma triste e rassegnata di sempre…

Andiamo a teatro con grandi speranze. Confidiamo nella bravura di Letizia Russo che ha curato l’adattamento; diamo fiducia all’intuizione di Vinicio Marchioni di rappresentare un grande classico per dimostrare quanto il dramma della vita, nonostante gli anni, rimanga attuale; non vediamo l’ora di vedere Francesco Montanari in un nuovo personaggio, dopo aver apprezzato la bravura nei panni di “Pollo” in Poker, ma…

Purtroppo, per noi italiani, c’è spesso un grande MA. Non riusciamo a decollare. Ci accontentiamo di rimanere nella media. E il pubblico lo capisce. Va bene così. Applaude contento. Non si domanda quanta emozione ha provato. Si accontenta di aver respirato la stessa aria del freddo e del libanese e se ne va a casa, pronto a dimenticare.

Sì, a dimenticare. Perché tra la riscrittura molto interessante, la trasposizione della storia in una provincia terremotata italiana, la scenografia così curata (anche se non utilizzata quasi mai), il rosso che fa da trait d’union durante tutto lo spettacolo, non si è più avuto il tempo, evidentemente, per preoccuparsi di emozionare.

Insomma, ottime intuizioni che riusciamo a cogliere soprattutto attraverso l’interpretazione di Marchioni, nei panni di Vanja. Lui sì che sa dove vuole arrivare. E ci regala un personaggio ben lavorato, fragile e umano. Probabilmente non è ancora in equilibrio tra i due ruoli. Troppo attore, poco regista. Mi interrogo da quattro giorni su come si possa continuare a portare in scena degli attori che non sono in grado di mantenere l’attenzione dello spettatore viva. Certo il testo non è semplice da sostenere, ma non mi sento di giustificare la carenza. Due ore e trenta di sospiri, sbuffi e messaggini col cellulare da parte degli spettatori. Peccato che viviamo ancora nell’epoca in cui se non ti è piaciuto lo spettacolo è colpa tua perché non l’hai capito.

 

di Anton Cecov

con Vinicio Marchioni e Francesco Montanari

adattamento Letizia Russo

e con Lorenzo Gioielli, Milena Mancini, Alessandra Costanzo, Nina Torresi, Andrea Caimmi, Nina Raia

scene Marta Crisolini Malatesta | costumi Milena Mancini e Concetta Iannelli

musiche Pino Marino | luci Marco Palmieri

regia Vinicio Marchioni

prodotto da Alessandro Preziosi, Tommaso Mattei, Aldo Allegrini

Khora Teatro in coproduzione con Fondazione Teatro della Toscana

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Edgar

Edgar

Paolo Grassi diceva “Il teatro per la sua intrinseca sostanza è fra le arti la più idonea a parlare direttamente al cuore”. Se volete vedere delle belle immagini vi consiglio i musei. In scena abbiamo bisogno di attori che sappiano emozionare.

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