23 maggio la giornata della Legalità

 
Un’ immagine d’ archivio di Giovanni Falcone. Si è concluso con due condanne all’ergastolo per i boss Giuseppe Barranca e Cristoforo Cannella, una a 30 anni per Cosimo D’Amato e una a 12 anni per il pentito Gaspare Spatuzza il processo, celebrato in abbreviato, dal gup di Caltanissetta David Salvucci per la strage di Capaci. 19 novembre 2014. PAL ARCHIVIO / ANSA

“Gli uomini passano, le idee restano e continuano a camminare sulle gambe di altri uomini”. (Giovanni Falcone)

Oggi è 23 maggio, una data molto importante per chi crede nella giustizia, per chi lotta continuamente contro le mafie, che sia Camorra, Mafia, ‘ndrangheta, Sacra Corona Unita, non ha importanza, per chi ha rispetto di chi, con coraggio e caparbietà, ha deciso di continuare a fare il proprio dovere per senso dello Stato, per senso di Giustizia, per senso del Dovere, per aiutare le vittime delle mafie a riavere una vita normale.

È non è un caso che questa sia la Giornata della Legalità, la giornata in cui, per anni, le scolaresche raggiungevano Palermo in memoria dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, morti in un tragico 1992 insieme alle loro scorte: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani., Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi, la prima donna poliziotto uccisa in un attentato di mafia. E spesso il destino di chi lotta contro le mafie, è seguito dai familiari, che condividono le scelte di vita di compagni e compagne, come Francesca Morvillo, giudice della sezione minorile, ma uccise insieme a Falcone. Una morte, che ricorda quella di Emanuela Setti Carraro, uccisa insieme al marito Carlo Alberto dalla Chiesa, il 3 settembre del 1982, nei soli cento giorni che il prefetto aveva trascorso a Palermo.

Oggi è un 23 maggio diverso, dove il viaggio e le commemorazioni, sono soprattutto virtuali, a causa della pandemia che ha colpito il mondo e in particolare anche l’Italia.

La morte di Giovanni Falcone avveniva il giorno dopo la sua nomina a Superprocuratore della Repubblica, appoggiato dall’allora ministro Martelli, in una battaglia che era stata dura all’interno della Magistratura.

Ostacolato da magistrati e politici italiani, Falcone era apprezzato e preso ad esempio dagli agenti dell’FBI che lo hanno ricordato con una delle sale nel loro quartier generale, una targa e un busto. Falcone è, insieme a Joseph Petrosino, il poliziotto di Padula emigrato negli Stati Uniti e dedicatosi alla lotta alla mafia e ucciso a Palermo, dove era arrivato da solo, ad essere ricordato all’interno del quartier generale dell’FBI a Washington.

Tutte le vittime delle stragi mafiose compiute nei confronti di giudici, di magistrati, hanno delle cose in comune: l’abbandono dello Stato. Le istituzioni del territorio, quelle nazionali, hanno contrastato e lasciati soli chi era sul campo, chi continuava le sue battaglie senza mezzi, costretti a vivere senza libertà di movimento, ma decisi a combattere quella “piovra” che allungava e allunga ancora oggi, i suoi tentacoli sull’economia, sulle istituzioni. Osteggiati e attaccati anche in TV, dove Giovanni Falcone si presentava conscio della sua figura ma anche dell’importanza di far conoscere questo fenomeno per poterlo sconfiggere: “La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano, e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni” diceva in un’intervista su Rai 3 il 30 agosto del 1991, circa un anno prima di essere assassinato.

Immagine da web

Parlare di mafia, parlarne nelle scuole, nelle associazioni, in TV, sulle pagine di giornali e di riviste, con inchieste e ricordiamo anche i tanti giornalisti che sono stati assassinati per aver scritto e indagato sul fenomeno mafioso, sui sempre più forti legami fra Stato a mafia, non più solo fra mafia ed economia.

Per chi ha vissuto gli anni Settanta, Ottanta, Novanta, sicuramente ricorderà le opposizioni, le negazioni, le accuse e il continuo ignorare le richieste di aiuto di chi sentiva stretta la frase “è sempre stato così e sarà sempre così”. Non arrendersi all’ovvia rassegnazione ma essere protagonisti del cambiamento con la propria vita, con le proprie azioni, andando a cambiare la cultura della gente, che a sua volta cambia la cultura dell’intero popolo, della società, era questo il primo messaggio che gli eroi della legalità hanno sempre voluto inviarci.

Ed è giustificato il sentimento di rabbia e dolore della gente nel vedere le altre cariche dello Stato, sempre opposte a questi uomini, presenziare alle loro esequie, e negli anni commemorarle, comprendendo che la loro vita politica, sarebbe stata annientata da una conoscenza e amore popolare che aveva travolto non solo Palermo e la Sicilia, ma tutta Italia.

Peccato che la memoria è sempre corta. In quegli anni Novanta le forze dell’ordine hanno fatto un lavoro immane per poter consegnare mandanti, esecutori, ma anche killer, mafiosi alle sbarre. Indagini estenuanti che hanno permesso di assicurare alla giustizia uomini come Giovanni Brusca, Antonino Gioè. Oggi, sembra che quei sentimenti si siano affievoliti. Si parla sempre meno di mafia, si cerca di far passare il messaggio che questa sia stata sconfitta o che, in un certo qual modo, sia tenuta sotto controllo. Non ci sono le grandi stragi, non ci sono le morti eccellenti, o meglio, di morti ce ne sono, ma sono pochi, quasi ad indicare che il fenomeno può considerarsi controllabile. Eppure Giovanni Falcone, nelle sue numerose interviste, nei rapporti consegnati ai suoi superiori, nelle indagini con i suoi collaboratori, metteva in guardia tutti, ogni volta, affermando che la mafia stava cambiando sistema. Si stava avvicinando all’economia, stava entrando nei palazzi del potere, arrivava alle alte cariche dello Stato.

Le mafie proliferano lì dove lo stato fallisce, lì dove lo Stato è assente. Indagini giornalistiche e non solo, anche in questo duro periodo di pandemia, rivendicano la presenza di organizzazioni criminali che tra aiuti distribuiti alle famiglie bisognose, ignorate dalle istituzioni o con fenomeni di  usura, stanno evidenziando la loro forza, la loro sfida: uno stato nello Stato. Sempre Falcone, prolisso diffusore della concezione mafiosa, nell’intervista alla giornalista Marcelle Padovani (che ora è un libro che tutti dovrebbero leggere) descriveva la forza della mafia in questi termini: “La mafia che si fa Stato dove lo Stato è tragicamente assente”. Parole dure che sembrano riemergere in questo periodo di difficoltà.

E allora, parliamo di mafia, parliamo delle storie dei tanti protagonisti della lotta alla mafia, di giovani che hanno dedicato la loro gioventù agli ideali di giustizia, di amore per il prossimo, parliamo dei giudici, delle forze dell’ordine cha hanno pagato un caro prezzo, forse il più alto. Parliamo anche dei politici che si sono opposti e che hanno pagato con la vita la loro decisione, a volte, se non con la vita fisica, con la vita politica. Parliamo dei giornalisti che hanno indagato, raccolto confidenze, dei collaboratori di giustizia che si sono opposti alle pretese dei mafiosi. Parliamo della gente onesta che ancora oggi cerca di combattere con i suoi piccoli gesti. Parliamone, leggiamo i libri che ne ricordano le gesta di questi eroi moderni, vediamo film che ce ne raccontano la grandezza, perché “una storia che non si racconta non esiste”, diceva Leonardo Sciascia. Sarà la conoscenza che ci permetterà di vincere, perché noi abbiamo paura delle cose che non conosciamo, proprio perché ci appaiono misteriose, ma quando le capiamo, siamo pronti ad affrontarle, con la giusta paura e timore che bisogna avere per le cose importanti, alle quali teniamo.

Per chi vuole approfondire il concetto mafioso e le persone che hanno combattuto contro le mafie, può leggere i numerosi libri che raccontano di uomini, di donne, o raccontano storie. Eccone alcuni esempi:

Cose di cosa nostra di Giovanni Falcone e Marcelle Padovani

Il  giorno della civetta e La storia della mafia di Leonardo Sciascia

È così lieve il tuo bacio sulla fronte di Caterina Chinnici

La mafia spiegata ai ragazzi di Antonio Nicaso

Peppino Impastato. Una vita contro la mafia di Salvo Vitale

Io non tacerò di Antonino Caponnetto

Pippo Fava di Massimo Gamba

Il bambino che sognava i cavalli di Pino Nazio

Le ribelli di Nando dalla Chiesa

Oltre alla grandissima letteratura, vi è anche una grande scelta di film che parlano di mafie italiane e straniere, citiamo solo alcuni film italiani:

100 giorni a Palermo

Il giudice ragazzino

Un eroe borghese

I cento passi

Il camorrista

La Piovra (serie TV)

 

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Sissi Corrado

Sissi Corrado

Responsabile del Blog Interessi tanti: lettura, scrittura, teatro, cinema, musica, arte, collezionismo, sociale, ecc.

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